CAST & CREDITS

cast:
Mia Wasikowska, Adam Driver, Emma Booth, Rainer Bock

regia:
John Curran

distribuzione:
Bim Distribuzione

durata:
112'

produzione:
See-Saw Films

sceneggiatura:
Marion Nelson

fotografia:
Mandy Walker

musiche:
Garth Stevenson

Tracks - Attraverso il deserto | Recensione | Ondacinema

Tracks - Attraverso il deserto

di John Curran

drammatico, biografico, Australia (2013)

di Stefano Guerini Rocco

Voto: 5.0

Nel 1977, la ventisettenne Robyn Davidson decide di attraversare il deserto dell'Australia Occidentale in compagnia di quattro cammelli e un cane. 2700 chilometri, dalla cittadina di Alice Springs fino all'Oceano Indiano, per 9 mesi di cammino ininterrotto, sfidando se stessa e il duro, inospitale bush australiano. Da questa titanica impresa, nel 1978 è nato un articolo del National Geographic Magazine, corredato dalle suggestive immagini del reporter Rick Smolan, cui hanno fatto seguito il bestseller "Tracks" (1980, della Davidson stessa) e il volume fotografico "From Alice to Ocean" (1992, di Smolan).

"Tracks - Attraverso il deserto", presentato in concorso a Venezia 2013, traspone sul grande schermo questa avventura straordinaria, dopo che il progetto di adattamento cinematografico, negli anni, è passato di mano in mano senza mai vedere la luce.

Motore del film è, ovviamente, la giovane Robyn. La troviamo appena venticinquenne, scostante e risoluta, alle prese con il difficile apprendistato presso un allevamento di cammelli: è senza soldi e senza animali, ma con grande spirito di adattamento e un dettagliato piano d'azione. Il lavoro e la fatica non la spaventano, così, dopo due anni di sacrifici e compromessi, la ragazza riesce finalmente a racimolare i mezzi per intraprendere il suo ambizioso, sconsiderato viaggio e si mette in marcia. Da questo momento "Tracks" cambia ritmo e si trasforma (meglio, vorrebbe trasformarsi) in un on the road dell'anima, consapevole del fatto che, come diceva John Steinbeck, "le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone". Penetrando progressivamente nel deserto sconfinato e ostile, allontanandosi dalle costrizioni sociali di un mondo "civilizzato" che non sente proprio, Robyn avrà modo di affrontare le proprie paure e fragilità, cercando di sanare le penose ferite del passato. In questo senso, la pellicola trova molti punti di contatto con "Into the Wild". Come nella celeberrima opera di Sean Penn, infatti, l'esplorazione di Robyn si accompagna indissolubilmente a un percorso di crescita e scoperta interiore. E come Alexander Supertramp, la giovane avventuriera arriverà a una conclusione ("Sono così sola") di disarmante ingenuità e, allo stesso tempo, di toccante sincerità.

Ma a differenza del (detestabile) girovago ribelle di Penn, le tappe e gli incontri che scandiscono il tragitto di Robyn non si rivelano, come dovrebbero, foriere di nuovi occasioni di confronto e maturazione. Lungo la strada, la protagonista si imbatterà in una coppia di anziani che, come lei, hanno perso tutto tranne i ricordi, imparerà a guadagnarsi l'affetto e la stima di una tribù di aborigeni, dovrà fronteggiare l'invadenza morbosa dei media, costruirà addirittura un'inaspettata complicità amorosa con il fotografo Rick, che la raggiunge periodicamente per conto del National Geographic. Eppure nulla sembra toccarla davvero, nulla riesce a cambiarla, trasformarla: la ragazza appare ostinatamente protesa verso la meta, caparbiamente accanita nel perseguire il proprio obiettivo, al punto da risultare imperturbabile e incapace di aprirsi e reagire di fronte alla potenza emozionale del hic et nunc. La colpa è principalmente di una sceneggiatura che si accontenta di muoversi in superficie, limitandosi a tessere una cauta e diligente cronaca (quasi) quotidiana del viaggio della Davidson. Infatti, quando si tratta di investigare i sentimenti e le motivazioni profonde che animano lo spirito della protagonista, l'esordiente Marion Nelson ricorre solo a qualche flashback didascalico e di dubbio gusto.

Alle prese con un personaggio così spigoloso e monocorde, Mia Wasikowska, attrice di sensibile talento, si butta a capofitto in una prova fisica impegnativa: la pelle arsa dal sole e le unghie sporche, i lunghi peli delle gambe e le labbra screpolate, la sua Robyn è una combattente instancabile e altera, capace però, in rari sprazzi di distensione, di sciogliersi in un sorriso luminoso ed accogliente. Purtroppo, la sua sola interpretazione, pur convincente, non può risollevare un film piatto come il deserto che rappresenta, appesantito da uno script debole e ripetitivo e da una regia cui difettano inventiva e audacia visiva.