CAST & CREDITS

cast:
Massimiliano Benvenuto, Gilles Rocca, Antonio Folletto, Vincenzo De Michele, Emiliano Ragno, Leandro Amato

regia:
Marco Risi

distribuzione:
Ambi Pictures

durata:
100'

produzione:
Tre tocchi srl, Ambi Pictures

sceneggiatura:
Marco Risi, Francesco Frangipane, Riccardo Di Torrebruna

fotografia:
Andrea Busiri Vici

Tre tocchi | Recensione | Ondacinema

Tre tocchi

di Marco Risi

drammatico, Italia (2014)

di Stefano Guerini Rocco

Voto: 3.0

Dopo l'impegno civile del notevole "Fortapàsc" e le atmosfere noir di "Cha Cha Cha", Marco Risi, autore eclettico e imprevedibile, torna alla regia con un film che ha definito libero e sperimentale, presentato in anteprima nella sezione Gala all'ultimo Festival di Roma. Il progetto nasce negli spogliatoi dell'ItalianAttori, la squadra di calcio di professionisti del mondo del cinema ideata da Pasolini che si riunisce per giocare partite di beneficenza.

In questo contesto di goliardica spensieratezza, il regista ha conosciuto sei attori dalla carriera zoppicante, sempre in bilico tra il sogno del successo e il baratro del fallimento, e ha deciso di mettere in scena, romanzandole, le loro storie. Tra un allenamento e un pranzo in compagnia, seguiamo le vite di Massimiliano, Leandro, Emiliano, Vincenzo, Gilles e Antonio, ognuno con il proprio carico di angosce, illusioni e frustrazioni. Tutti irrimediabilmente alla rincorsa di un provino importante che potrebbe cambiare il loro destino.

Nelle intenzioni del regista, anche sceneggiatore insieme a Francesco Frangipane e Riccardo Di Torrebruna, "Tre tocchi" vorrebbe essere un omaggio alla tenacia e alla dignità di chi "cerca di farcela con ogni mezzo" ma è condannato al buio delle seconde file, uno spaccato in presa diretta delle difficoltà quotidiane di chi non conosce tappeti rossi né orizzonti di gloria.
L'autore predica visione, concentrazione e velocità, i "tocchi" del titolo, ma la distanza tra intenti e risultato è talmente abissale da suggerire una lecita domanda: quanto conosce Marco Risi, figlio del leggendario Dino, le fatiche della gavetta?

Sullo schermo si susseguono infatti una serie di figurine odiose e inconsistenti impegnate a riproporre banalità e luoghi comuni sulla Settima Arte. C'è il divo delle soap cocainomane e berlusconiano che vuole dimostrare a tutti le proprie capacità, c'è il teatrante duro e puro che però fa il mantenuto, c'è il doppiatore che cede alle avances di un regista pur di fare il salto di qualità, c'è l'attoruncolo deluso che torna al paesello natio.

In questa girandola di stereotipi e cliché, a farne le spese sono soprattutto i (più o meno) giovani interpreti che, tragicamente sopra le righe, modellano le loro performance su un maledettismo programmatico degno delle peggiori telenovelas brasiliane. I protagonisti risultano tutti arroganti, violenti, misogini, immaturi e financo senza talento, affatto mossi dal "vizio dell'arte", per dirla con Alan Bennett, ma piuttosto dalla bramosia del successo purché sia. L'affiatamento che li unisce è quello puerile e machista del camerata, non quello fraterno e sodale dell'amico: non a caso, il regista torna spesso nelle docce degli spogliatoi a origliare le sparate, i cori e le battute pecoreccie che si scambiano.
Se i nudi tonici e ipertrofici non mancano, poco o nulla viene detto sulla nobile arte della recitazione. Bisogna attendere le parole di Francesco Guccini sui titoli di coda per restituire un po' di dignità e spessore al mestiere dell'attore.