CAST & CREDITS

cast:
Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Clifton Collins Jr., Chris Cooper, Bruce Grinwood, Bob Balaban, Amy Ryan, Mark Pellegrino, Allie Mickelson, Marshall Bell, Araby Lockhart, Robert Huculak, R.D. Reid, Rob Mclaughlin, Harry Nelken

regia:
Bennett Miller

distribuzione:
Sony Pictures

durata:
114'

produzione:
Caroline Baron, Dan Futterman, Philip Seymour Hoffman

sceneggiatura:
Dan Futtermann

fotografia:
Adam Kimmel

Truman Capote - A sangue freddo | Recensione | Ondacinema

Truman Capote - A sangue freddo

di Bennett Miller

drammatico, Usa (2005)

di Eleonora Grossi

Ragazzi che classe. Dalla prima inquadratura di "Capote" (questo il titolo americano, ndr), capiamo di avere di fronte una pellicola di estrema eleganza. Il colore è talmente nitido da sembrare trasparente, i toni freddi, glaciali, al neon, dei paesaggi del Kansas più sperduto, dove si svolgono i fatti che attrarranno l'attenzione del gigante Capote, contro quelli caldi della rassicurante Brooklyn, dove il gigante ha la sua tana. Questo contrasto è a nostro parere la chiave di lettura del film. Un film giocato sull'ambiguità dei suoi protagonisti.

Ma Miller va ben oltre la dicotomia vittima/carnefice, e non dimentica mai di girare un film su Capote, e non sulla storia su cui Capote scrive, anche se sarebbe facile farsi coinvolgere dalla trama. Miller non scivola mai, non perde mai di vista il suo soggetto, anche e soprattutto per l'interpretazione di Philip Seymour Hoffman, che è clamorosa. Non poteva essere altrimenti, dopo averlo visto nel magistrale "25th Hour" di Spike Lee (2002) recitare con grazia, come in punta di piedi, così come in "Punch Drunk Love" (2002) al fianco di Adam Sandler. Grazie alle ore passate davanti allo specchio e ai filmati originali dell'epoca per riproporre fedelmente i tic, la postura e la voce di Truman Capote (Truman Capote: "Ever since I was a child, folks have thought they had me pegged, because of the way I am, the way I talk. And they're always wrong"), Hoffman è riuscito a riportarlo in vita, in tutta la sua complicatissima personalità.

Il cronista feroce e curioso contro il bambino abbandonato dalla madre alcolizzata e cresciuto dalle zie. La febbre della fama, la vibrante emozione degli astanti che pendono dalle sue parole, in qualsiasi stanza egli si trovi a passare, con qualsiasi persona egli si trovi a discorrere, contro il pianto a calde lacrime in cella dal suo amico Perry. Prima ancora di essere l'assassino Perry Smith a mostrare la sua vena sensibile, e poi a tornare a ringhiare, è lo stesso Truman Capote a non farsi comprendere, tanto da far risultare la personalità dell'assassino banale, in confronto a quella dello scrittore.

Non capiamo quali sentimenti intercorrano tra i due: parlando a Nelle Harper Lee di Perry, lo descriverà come un pezzo mancante nella sua vita difficile, emozionante e incasinata: "It's as if Perry and I grew up in the same house. And one day he went out the back door and I went out the front". E poi si rivolge allo stesso Perry come un letterato si rivolgerebbe a un bifolco, cioè come ci saremmo aspettati fosse il loro dialogo fin dall'inizio: Truman Capote: "Perry, I know what 'exacerbate' means. [...]There is not a word or a sentence or a concept that you can illuminate for me".

La pellicola descrive gli stati d'animo di un genio che rivoluzionò la narrativa americana, e del suo modo di sfruttare la commedia umana. E lo spettatore si chiede chi sia questa checca, questo genio, questo ricco radical-chic venuto su dal fango, questo "monumental sun of a bitch". La personalità degli assassini è in secondo piano. Ed è questo l'aspetto geniale della pellicola. Non è un'indagine sulle contraddizioni dell'animo umano e sulle sue miserie, ma su quanto esse possano destare l'attenzione dell'auditorium. Quando i protagonisti di un orribile fatto di cronaca - una famiglia massacrata a sangue freddo, "In Cold Blood", appunto - smettono di essere persone e diventano personaggi di un capolavoro letterario? Quando l'autore ne sentenzia la morte.

Capote da principio aiuta i due disgraziati a trovarsi un avvocato decente che li faccia arrivare vivi all'appello. Ma poi, quando la grazia è vicina, a portata di mano, quando davvero potrebbe salvarli, si tira indietro. Perché? Perché sono già serviti allo scopo. Hanno già dato tutto ciò che potevano offrire, e ora Truman è stanco, stanco che questi due individui continuino a interferire con la sua opera, ostinandosi a rimanere in vita.

La pellicola di Miller non parla della pena di morte, né gli autori sognano neanche lontanamente di farsi coinvolgere nel dibattito se la sono cercata/no alla pena di morte. E il pubblico si interroga sulla sorte di Perry Smith e del suo compagno di merende finché lo fa Capote, finché lui se ne interessa, fino a far percepire la loro esecuzione come una liberazione, come una fine che era stata annunciata da quattro anni e che doveva arrivare. I sentimenti e l'ego di Truman Capote decidono le sorti del suo libro, dei due condannati a morte, del film. Uomo che tutto volle e che tutto riuscì a ottenere, tranne una reale collocazione su questa terra. Rinchiudere lo spirito di un genio in due ore di pellicola è impresa ardua. Tornare al 2006 all'accensione delle luci è impossibile.