CAST & CREDITS

cast:
Rolando Ravello, Kasia Smutniak, Marco Giallini, Stefano Altieri, Agnese Ghinassi, Lidia Vitale, Raffaele Iorio, Flavio Bonacci

regia:
Rolando Ravello

distribuzione:
Warner Bros Pictures Italia

durata:
90'

produzione:
Fandango

sceneggiatura:
Rolando Ravello, Massimiliano Bruno

fotografia:
Paolo Carnera

montaggio:
Clelio Benevento

musiche:
Alessandro Mannarino, Tony Brundo

Tutti contro tutti | Recensione | Ondacinema

Tutti contro tutti

di Rolando Ravello

commedia, Italia (2012)

di Francesca d'Ettorre

Voto: 5.5

Gli anni Duemila della commedia sociale all'italiana hanno poco a che spartire con quel non-genere che, dagli anni 50 in poi, attraverso la lente distorsiva della risata decodificava l'evoluzione della società. Diventa adunque naturale, in forza al nostalgismo, abbassare le proprie difese immunitarie di fronte ad autori che cercano di discostarsi da disanime già esautorate, ma inesauribili per quel cinema nostrano che non si ferma di fronte al prossimo rapporto famigliare da far naufragare.

Su questo terreno, fragile e soverchiato da aspettative, si inserisce l'esordiente Rolando Ravello con "Tutti contro tutti". Supportato in fase di scrittura dal più avvezzo Massimiliano Bruno, la sua prima regia è un melting pot di etnie e classi sociali che si contendono un pezzo di casa. Nei palazzoni della periferia romana, dove lo Stato si eclissa alle miserie umane e la proprietà privata segue la legge non scritta del più forte e del chi-arriva-prima, anche allontanarsi dalla propria casa per la comunione del figlio può essere un errore. Capita così che al ritorno dal giorno di festa la serratura è cambiata e il diritto alienato.

Il secondo dopoguerra, a vederlo così lontano, sembra materiale buono a riempire i libri scolastici - tutt'al più i salotti per esegeti della crisi economica - eppure i rocamboleschi eventi in cui Agostino (Rolando Ravello), Anna (Kasia Smutniak), il nonno Rocco (Stefano Altieri) e i due figli sono trascinati sembrano una versione riveduta e corretta ai giorni nostri delle disavventure dello sfollato Beniamino Comacchio.  

Così lontano e così vicino. Beniamino accetta ospitalità in un cimitero, la famiglia di Agostino sul pianerottolo; Beniamino crede ad un agente immobiliare truffaldino, la famiglia di Agostino alla buona fede di un proprietario  poco rassicurante e che tanto proprietario non è. A dimostrazione che le stagioni cambiano, i governi cadono e i Papi si dimettono, ma non smette di pulsare una realtà multiforme, ambigua, e che ha bisogno di essere guardata attraverso l'occhio performativo del cinema, in barba alla pigrizia nichilista di chi ritiene - vivendo di rendita da un passato lucente - non ci sia più niente da raccontare, arte da estrinsecare.

Al regista va il plauso, dunque, di imbastire una commedia degli equivoci su un argomento poco incline alle ribalte dello spettacolo e suffragato dal tentativo di ampliare il respiro della sua indagine, che non si esaurisce nella storia principale, ma sfiora le diverse declinazioni dei rapporti di potere e di povertà: dall'espropriazione della casa alla malavita, dal multiculturalismo al razzismo, fino al bullismo. Le speranze di trovarsi davanti a un'opera (neanche al di sopra, ma diversa) dalla media vengono - ahinoi - vanificate con l'incedere della pellicola e il suo consegnarsi arrendevole alla schiera di film di italica fattura che si somigliano differenziandosi. C'è, sovrappiù, una tendenza comune al pudore, al garbo e all'idolatria della consolazione che fa scivolare dolcemente questo/i film di buone speranze nella dimenticanza collettiva; preferendo la carezza allo schiaffo decurtano la commedia sociale di mordente e d'acume per abborracciare un insieme di teneri luoghi comuni (l'integrazione riuscita in una cena a base di falafel) e ardimentosa invettiva (l'inutile e posticcio sketch sul Vaticano). C'è, invero, il tentativo di polarizzare in un unico personaggio tutta la carica caustica del film, attraverso Stefano Altieri, chiamato a interpretare un ruolo che gli calza bene come il vestito buono della domenica e a tenere banco. Riuscendoci; perché affiancato da una coralità di personaggi antinomici nella distinzione manichea buoni-cattivi o macchiettistici: il sempre più sordiano Marco Giallini. I "Brutti, sporchi e cattivi"  di Scola vivevano la periferia romana degli anni 70; quelli di Ravello la vivono negli anni Duemila: stessa cattiveria, ma facce pulite e volemose bene.