CAST & CREDITS

cast:
Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Luigi Maria Burruano, Massimo Cagnina, Lunetta Savino

regia:
Giulio Manfredonia

distribuzione:
01 Distribution

durata:
96'

produzione:
Fandango e Rai Cinema

sceneggiatura:
Antonio Albanese, Piero Guerrera

Tutto tutto niente niente | Recensione | Ondacinema

Tutto tutto niente niente

di Giulio Manfredonia

commedia, Italia (2012)

di Giancarlo Usai

Voto: 8.0

Che fenomeno che è Antonio Albanese! Quando portava i suoi personaggi comici in televisione, chi lo guardava restava fra lo stupito e l'attonito nell'assistere a una sarabanda di caratteri così paradossali e al tempo stesso così concreti. Al cinema ha alternato belle interpretazioni (anche drammatiche) a lavori condotti in prima persona, talvolta seduto anche dietro la macchina da presa, che denotavano invece la troppa ambizione nel voler fare tutto e troppo. Poi è arrivata la creazione forse diventata, incredibilmente, più celebre di tutte le precedenti: quel Cetto Laqualunque, politico calabrese di scarsa moralità, rappresentante del malcostume italico ma anche dell'istinto proprio di gran parte del corpo elettorale, vale a dire la tendenza alla ricerca della scorciatoia, del compromesso al ribasso.

Con questo personaggio così sentitamente volgare nel suo modo di approcciare la vita e i problemi sociali, Albanese torna, dopo "Qualunquemente" con un nuovo lavoro ben più ambizioso, folle e sorprendente. "Tutto tutto niente niente" triplica le storie, affiancando a Cetto il secessionista Favaretto e lo spacciatore pugliese Frengo Stoppato. Tutti e tre sono accomunati da un destino: vengono richiamati dalla galera per salvare una maggioranza politica in disfacimento.

Tralasciando il racconto da commedia degli equivoci, volta a regalare le maggiori risate di questo Natale, è su un altro aspetto che, forse, vale la pena soffermarsi per giustificare un giudizio così positivo della commedia. Assistiti da una creatività straordinaria, Albanese e il suo fidato Giulio Manfredonia nel ruolo di regista creano una Roma del potere psichedelica e surreale, mettendo in scena un pazzo e scatenato teatro dell'assurdo in cui il verosimile si mischia al fantastico. Il Parlamento, il governo, i deputati, tutto e tutti vengono rappresentanti come se ci trovassimo dentro una farsa frutto della fantasia degli autori.

Mentre i tre personaggi interpretati da Albanese imperversano portando in politica la naturalezza della loro propensione all'illegalità, tutt'attorno il film si prende il tempo di mettere in scena una cornice colorata e roboante, simbolo di una satira che, per colpire davvero lo spettatore, non può accontentarsi di riprodurre il vero. Grazie anche allo splendido lavoro del costumista Roberto Ciocchi, il potere pubblico viene sganciato dalla realtà quotidiana e catapultato in una scenografia felliniana, dove il paradosso diventa la regola e l'esagerazione dei tic e dei difetti di una classe politica, sempre sulle prime pagine dei giornali anche per la discutibile condotta morale, è l'espediente con cui affondare la lama di una comicità dissacrante. Comicità che, in verità, resta molto sotto pelle. Non ci stupiremmo se chiunque vedrà il film tratterrà molto spesso le risate. La demenzialità delle idee estremiste e illogiche dei tre protagonisti, un lussurioso colluso con la criminalità, uno spacciatore lestofante e un secessionista razzista e sfruttatore, cozza con un'impressione generale che trasuda dallo schermo: l'inventiva colorata usata per raccontare una storia del genere resta forse l'unica arma per sfuggire al dramma incombente sulle nostre istituzioni. Sembra, fra l'altro, una costante di questo scorcio di cinema italiano: anche in "Viva l'Italia" Massimiliano Bruno faceva ridere mentre tutto attorno cadeva a pezzi.

In un panorama generale raccontato dal film in cui non solo il parlamentare, ma anche l'italiano medio guarda alla politica come mezzo per realizzare i propri affari privati, la grandezza attoriale di Albanese emerge come una solida certezza. Una delle vere sorprese dell'anno.