CAST & CREDITS

cast:
Keanu Reeves, Jim Belushi, Renée Zellweger, Gugu Mbatha-Raw, Gabriel Basso, Sean Bridgers

regia:
Courtney Hunt

distribuzione:
Videa

durata:
93'

produzione:
PalmStar Media, Whole Truth Productions

sceneggiatura:
Nicholas Kazan

fotografia:
Jules O'Loughlin

scenografie:
Mara LePere-Schloop

montaggio:
Kate Williams

costumi:
Abby O'Sullivan

musiche:
Evgueni Galperine, Sacha Galperine

Una doppia verità | Recensione | Ondacinema

Una doppia verità

di Courtney Hunt

thriller, drammatico, Usa (2017)

di Eugenio Radin

Voto: 6.0

Colto con le mani insanguinate, davanti al corpo senza vita del padre, il giovane Mike Lassiter è presto accusato di omicidio premeditato. Sembra un caso semplice, visto anche il folto gruppo di testimoni pronti a deporre contro il ragazzo, che da tempo covava il risentimento contro il genitore alcolizzato e violento, e visto il colpevole silenzio dell'accusato, deciso nella volontà di avvalersi della facoltà di non rispondere. E tuttavia Richard Ramsay, avvocato della difesa nonché amico della famiglia Lassiter, è convinto che la verità si nasconda più in profondità e, persuaso del principio secondo cui tutti i testimoni in un modo o nell'altro mentono, è alla ricerca di una strategia vincente per far assolvere il cliente, grazie anche all'aiuto della giovane assistente Janelle.

Purtroppo la lunga attesa che separa questa seconda opera di Courtney Hunt dall'esordio del 2008 ("Frozen River") non è totalmente ripagata a seguito della visione. Il film si adagia infatti in un aurea mediocritas sotto tutti i punti di vista: per quanto concerne l'aspetto registico la cineasta statunitense rimane infatti su un livello scolastico, evitando di osare in virtuosismi o in trovate originali. La recitazione regala almeno la soddisfazione di vedere Jim Belushi (fratello per tutti i versi minore del compianto John) in un ruolo drammatico e Keanu Reeves, dopo aver mostrato i muscoli in "John Wick", torna qui a una interpretazione moderata, che comunque si dimostra capace di sostenere senza troppi sforzi.
Ma nonostante la presenza di diversi twist nella trama (che risultano sempre un'ottima copertura alla mancanza di idee) l'opera fatica a spiccare il volo, attestandosi sul livello di un film processuale tutto sommato funzionante, ma che non si spinge oltre la sufficienza.

C'è tuttavia un elemento che, sebbene non trovi il coraggio di essere sviluppato fino in fondo dallo script, sembra meritevole di approfondimento. Tale interesse risiede nel silenzio in cui si chiude l'accusato: un silenzio che rappresenta l'unico luogo della verità, l'unico custode sincero della realtà dei fatti.
In una società che abbonda di discorsi e di parole, "The whole truth", l'intera verità, sembra potersi trovare soltanto nel silenzio (Mike è l'unico che conosce la vera versione dei fatti, ed è l'unico che si rifiuta di parlare). È questa, a saperla leggere, una pesante denuncia nei confronti del linguaggio, il cui compito primario è quello di scandagliare e di nominare il reale, rendendolo accessibile all'uomo, ma che sembra dimenticarsi del fatto che l'essere-detto non è l'Essere; che il significato che il messaggio veicola non è il reale, ma sempre e solo una nostra interpretazione imperfetta di esso.
È notevole che tale prospettiva venga inserita in un film ambientato in una sala di tribunale, ovvero proprio in uno dei massimi templi dell'oratoria e della retorica, facoltà che si dimostrano tuttavia inefficaci nella ricerca di una verità ante-predicativa, nascosta nel silenzio più che nella testimonianza.
E il cinema? Esso non sfugge allo status di "lingua", che si sovrappone al fatto reale per sovrinterpretarlo, schiavo del punto di vista e delle logiche demiurgiche di un cineasta. I continui flashback, che si ripresentano simili, ma variati in alcuni fondamentali particolari, denunciano l'imbroglio che il linguaggio cinematografico è in grado di macchinare nel suo offrire una visione dei fatti, ma mai il fatto nella sua presenza definita e chiara.

Questi elementi di originalità si perdono però a un certo punto della narrazione, quando essa preferisce lo shock del colpo di scena alla riflessione linguistica e metacinematografica. Che sia la paura di annoiare o la coscienza di non saper portare certe riflessioni fino in fondo, tale scelta comunque è la causa principale della mediocrità che fa da culla all'intera pellicola. Una mediocrità che risulta comunque godibile per chi si sa accontentare e per chi, nel mezzo di una sempre povera distribuzione estiva, cerca un modo per sfuggire all'afa e al caldo, rifugiandosi al fresco di una sala cinematografica.