Recensioni

Una vita difficile

di Dino Risi

commedia, Italia (1961)

pietra miliare

CAST & CREDITS

cast:
Alberto Sordi, Lea Massari, Franco Fabrizi, Lina Volonghi, Claudio Gora

regia:
Dino Risi

durata:
118'

sceneggiatura:
Rodolfo Sonego

fotografia:
Leonida Barboni

scenografie:
Mario Chiari, Mario Scissi

montaggio:
Tatiana Casini

costumi:
Lucia Mirisola

musiche:
Carlo Savina

pietra miliare

Una vita difficile | Recensione | Ondacinema

Una vita difficile

di Dino Risi

commedia, Italia (1961)

di Giancarlo Usai

Siamo diventati tutti antifascisti, quando abbiamo cominciato a perdere la guerra
Dino Risi



Abbiamo rivisto "Una vita difficile" all'indomani di qualche proiezione di una nuova pellicola italiana che, nel tentativo di mettere in scena un periodo del nostro passato, palesava tutte le difficoltà tecniche nel dare un vero respiro storico all'inquadratura. Gli espedienti, allora, sono sempre gli stessi: primi piani, trucchi di montaggio, scenografia approssimativa. Eppure c'è stato un tempo in cui il nostro cinema non temeva la ricostruzione, la rievocazione, lo slancio creativo che portava al quadro d'insieme. I maestri della commedia all'italiana, in questo, sono stati i veri campioni. "Una vita difficile" non scappa dalla tecnica cinematografica, la sfida, anzi. È tutto un riprendere in campo lungo, quando non lunghissimo, per catturare il singolo perso dentro l'ambiente circostante. Un ambiente, appunto, in perenne e vorticosa evoluzione, considerati gli anni che la storia attraversa, dall'armistizio del 1943 ai primi anni 60, quelli dei primi vagiti del boom economico che porterà benessere diffuso, ma anche diseguaglianze accentuate e ingiustize sparse.
Dino Risi realizzò "Una vita difficile" nel periodo migliore della sua carriera: girati a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro, questo e "Il sorpasso" vanno a comporre un dittico memorabile, un uno-due di capolavori imprescindibili per capire che cosa è stata la nostra Commedia e anche per rivivere quei magnifici anni, quel lungo Dopoguerra caratterizzato sì da tanti errori, ma anche da una forza motrice irripetibile che ha portato il nostro Paese tra i più prosperi al mondo. Anche se, e Risi ce lo ricorda con fraterna nostalgia malinconica, questo risultato ha avuto dei costi sociali molto alti.


Dino Risi e l'arte di ridere della Storia

C'è una differenza fondamentale tra "Il sorpasso" e "Una vita difficile". Il primo è un film profondamente ancorato agli anni 60: è una fotografia statica di un momento storico ben preciso. Il boom c'è già stato, il ceto medio ne ha già preso coscienza, solo che non sa bene che farsene, dove convogliare quelle forze e quelle capacità che la ripresa post-bellica ha rivelato all'opinione pubblica italiana. "Una vita difficile" è diverso: è un percorso che attraversa due generazioni, prende lo spunto iniziale dal vigore politico rivoluzionario di chi è stato partigiano per poi arrivare a mostrarci come ha affrontato i cambiamenti successivi chi decise di combattere per liberare il Paese dalla dittatura. In questo, ci pare, il paragone più calzante è un altro. "Una vita difficile" rappresenta per Risi quello che "C'eravamo tanto amati" ha rappresentato per Ettore Scola, un viaggio sofferente in mezzo alla perdita degli ideali. Ideali, per la verità, non sempre persi per la corruzione dell'animo, ma spesso smarriti come unica via di uscita, come unico rimedio a una situazione pubblica e sociale che avrebbe costretto l'uomo comune all'emarginazione totale. Il Silvio Magnozzi di Alberto Sordi è un fratello maggiore dell'Antonio di Nino Manfredi. Attorno a sé ha visto le persone più care abbandonare l'afflato di cambiamento che aveva animato le lotte partigiane, ma lui resiste, a costo di perdere tutto, di vivere nel pieno delle sue stesse frustrazioni. Entrambi perdono e riconquistano la donna amata, entrambi proteggono la propria integrità dalle tentazioni circostanti. Certo, il lavoro è compromesso, l'affermazione professionale e, di conseguenza, pubblica è impossibile, ma questo è un prezzo che sono disposti a pagare, sia Silvio, il giornalista fallito, sia Antonio, che era e resterà portantino all'ospedale, mentre chi passerà alla Democrazia cristiana farà carriera in corsia.
Dicevamo della ricostruzione storica. Avventura spericolata, quella di Risi. Partendo dalle battaglie in mezzo alle montagne prima della fine della guerra, veniamo accompagnati attraverso tutti i momenti storici più decisivi dell'epoca: la Liberazione, il referendum sulla Repubblica, l'attentato a Togliatti, i tormentati anni 50 fatti di ribaltoni politici e spostamenti ideologici improvvisi. E tutto è messo in scena con la perizia di chi studia e poi gira, approfondisce e poi realizza. Nel corso del film cambiano le automobili, i vestiti, le acconciature delle donne, le musiche nei locali, le mode e i vezzi della cittadinanza. È un Risi capace di elevare al massimo livello il senso stesso della commedia nostrana.


Finita la Guerra, scoppiò il Dopoguerra

Ma "Una vita difficile" è anche travolgente storia d'amore, quella che porta Silvio a dimenticare per tre mesi i compagni di avventure e lasciarsi trasportare dalla passione per Elena dentro un mulino di campagna, dopo che la ragazza gli ha salvato la vita spaccando la testa a un tedesco che stava per giustiziarlo. Una storia d'amore che tenta di resistere alle intemperie della Storia e della realtà, anche una volta avvenuto, dopo la fine del conflitto, il trasferimento a Roma. Qui il protagonista continua, o almeno ci prova, il suo lavoro come redattore di un giornale indipendente, di sinistra radicale, sempre dalla parte dei lavoratori, sempre con prime pagine scomode agli occhi di faccendieri e industriali. Uno arriva addirittura a tentare di corromperlo, vuole riempirlo di soldi per convincerlo a non pubblicare un'inchiesta scottante. Ma Silvio dice no, va avanti, a costo di finire in carcere dopo le sommosse legate alla notizia dell'attentato a Togliatti. In carcere, come al giornale, come in famiglia, le cose sono diverse da quelle che aveva immaginato quando sparava contro i nazisti su in montagna. C'è stato un affievolirsi generale degli ideali, l'ottimismo del cambiamento cede lentamente il passo al realismo della concretezza. E così il suo migliore amico lascia il giornale e passa dalla parte dei padroni, sua moglie (con bimbo al seguito) lo lascia per rientrare al paesello e lui tenta goffamente di adattarsi a questo nuovo mondo. Ma è una situazione che non fa per lui, dentro di sé Silvio è ancora quel partigiano intellettuale. Quando tenta di dare un esame e il docente lo rimbecca seccamente con la frase "Qui le lotte partigiane non le serviranno a nulla", ecco che esplode nuovamente quell'orgoglio sopito. Solo l'amore per la moglie, da inseguire per mezza Italia e riconquistare, potrà convincerlo a "rinunciare alle mie idee", come dirà quando si presenterà con tanto di macchinone per dare ad Elena quella agognata impressione di stabilità economica. A quale prezzo? Lo scopriamo nell'ultima scena del film. Silvio è diventato segretario tuttofare di quel magnate di cui aveva denunciato i malaffari anni prima. Ha accettato di farsi piccolo, ancora una volta. Come quando la macchina da presa di Risi lo inquadra mentre sputa alle auto dei turisti sull'Aurelia in Versilia, come quando si fa protagonista della rivolta carceraria in mezzo agli altri detenuti. Un integerrimo pensatore, un uomo piccolo piccolo alle prese con la furiosa macchina del cambiamento sociale ed economico. Questo è diventato Silvio, un povero disgraziato che insegue il sogno di pubblicare il suo romanzo, "mediocre libro", come lo bollano frettolosamente gli editori. Ma a lui non importa: è un'urgenza politica quella che lo spinge a raccontare gli anni della Resistenza e del Dopoguerra. "C'è un'intera generazione che ignora come sono andati i fatti!", protesta con la voce rotta dall'emozione. Ma quello è ormai un passato remoto, nessuno ha più voglia di ascoltare. Torniamo dunque al finale, con quello schiaffo liberatorio, da molti criticato come esasperato lieto fine, che altro non è se non un momento di riappropriazione della dignità compromessa con le ultime scelte.
Risi fu un regista straordinario. Il nostro Billy Wilder? Forse. Una cosa aveva in comune con il grande regista americano. La passione per gli ingranaggi della commedia. Coadiuvato da quel genio dalla penna sopraffina che risponde al nome di Rodolfo Sonego, sceneggiatore solitario di "Una vita difficile", il cineasta milanese, soprattutto nei suoi momenti migliori, si differenziava nettamente dai colleghi come Mario Monicelli o Scola. Il primo era il direttore di attori per antonomasia, come un grande allenatore la cui qualità migliore è quella di mettere le sue stelle nella condizione di dare il massimo; il secondo era il riflessivo della compagnia, colui che ragionava per simboli e accostamenti di idee, raffreddando con uno stile compassato anche i momenti più emozionanti dei suoi film. Risi era invece il grande tessitore di trame, il metteur en scène più abile, eccezionale nelle ricostruzioni di epoche, magistrale nei movimenti di macchina che dessero un respiro ampio alle vincende singole. Da vecchio disse di sé di amare l'invisibilità del regista: passeggiare per strada senza un volto riconoscibile, poter sbirciare nella vita di chiunque per poterne estrarre un film. Un'affermazione che fotografa benissimo che cosa fu Risi come regista.


Il più grande Sordi di sempre

Certo, "Una vita difficile", come tutte le pietre miliari della nostra grande commedia, non può prescindere dagli interpreti. Sono chiaramente bravissimi sia Lea Massari, troppo spesso sottovalutata per la sua incontenibile bellezza, ma eccezionale nei ruoli che ne denotavano una placida forza; sia Franco Fabrizi, alle prese con il ruolo del guascone opportunista che sorride ai propri fallimenti e alle proprie incoerenze. Ma questo è e sarà per sempre un film di Alberto Sordi. Anzi, probabilmente, "il" film di Alberto Sordi. Definirne la bravura in poche righe sarebbe anche riduttivo. Sordi ha avuto, grazie a "Una vita difficile", il ruolo che inseguiva da anni e che avrebbe sempre portato ad esempio in futuro come manifesto del suo eclettismo davanti alla cinepresa. Istrionico e incontenibile quando serve, misurato e dalla dizione drammatica perfetta in altre circostanze. A differenza dei suoi sodali del periodo, i Manfredi, i Tognazzi, i Mastroianni, i Gassman, Sordi era un solista difficile da arginare. I suoi ruoli da protagonisti erano assoli da genio e sregolatezza. Ma Risi seppe regalargli una cornice sontuosa all'interno della quale l'attore romano non ebbe bisogno di esagerare.
Quanto ci manca quel cinema! Ci manca l'ispirazione, la facilità del gesto e della trovata geniale, la classe attoriale e la profondità di sceneggiatura. Ci manca Risi e il suo sguardo severo, ma al tempo stesso tenero, su quell'Italia che tentava, faticosamente, di costruirsi un futuro. È tutto parte del passato, ormai. Ma sembra tutto così vicino a noi, che quasi lo possiamo toccare: basta rivedere ogni tanto un capolavoro come "Una vita difficile".