CAST & CREDITS

cast:
Jennifer Lawrence, Bradley Cooper, Rhys Ifans, Toby Jones, David Dencik

regia:
Susanne Bier

distribuzione:
Eagle Pictures

durata:
109'

produzione:
2929 Entertainment

sceneggiatura:
Christopher Kyle

fotografia:
Morten Søborg

Una folle passione | Recensione | Ondacinema

Una folle passione

di Susanne Bier

drammatico, Usa/Repubblica Ceca (2014)

di Giancarlo Usai

Voto: 3.5

Che disastro questo melenso e sbilenco melodramma firmato dalla danese Susanne Bier. La cineasta europea, rinnegato il Dogma e abbracciati i fasti di Hollywood, ha sempre percorso, nelle sue recenti scorribande americane, il pericoloso crinale che separa modeste opere "medie" dal baratro del fallimento totale. Il momento in cui precipitare nel suddetto baratro è dunque giunto con questo lungometraggio, messole nelle mani dai produttori della 2929 Entertainment, che l'hanno voluta appositamente per dirigere il film.

La storia è tratta dal voluminoso romanzo di Ron Rash e, al netto del solito debole adattamento italiano, porta già nel titolo il senso dell'opera: Serena è infatti la protagonista assoluta della pellicola, donna ossessionata dal denaro e/o dall'amore-possesso per il suo uomo e pronta a qualsiasi nefandezza materiale o morale per assicurarsi uno stato di apparente e perdurante serenità. Siamo nella verdeggiante e placida Carolina del Nord negli anni 20, proprio alla vigilia dello scoppio della Grande depressione, ma ancora in tempo perché una coppia di felici sposini della borghesia americana possa coltivare ambiziosi sogni di grandezza. Qui, tra i boschi che sono anche l'emblema dell'impero finanziario che George e Serena intendono costruire nel settore del commercio di legname, esplodono però anche le contraddizioni di un fragilissimo equilibrio sentimentale: gelosia, menzogna, avidità, reciproco sospetto, violenza.

Un elenco quasi "di scuola" per infarcire il film di tutti, ma proprio tutti, gli elementi stereotipati di un melodramma come si conviene. Ma prima la sceneggiatura sciagurata di Christopher Kyle, poi la regia anonima e smarrita della Bier contribuiscono ad annullare qualsiasi forma di pathos narrativo, di spessore dei protagonisti, di suggestione complessiva. Il dramma resta sbiadito, affogato dalla colonna sonora invasiva, dall'esasperazione di trovate registiche che non vanno oltre uno sterile citazionismo. All'ennesima cavalcata di Jennifer Lawrence al ralenti o al ripetersi dei primi piani sull'ulteriore sguardo scioccato di Bradley Cooper, l'istinto di chiudere gli occhi e attendere i titoli di coda è forte.

Si diceva della sceneggiatura. Il suo autore, Kyle, non riesce a cogliere minimamente la portata metaforica dell'ambientazione nei tardi anni 20, la tragedia economica collettiva resta solo come sfondo di cartapesta alla vicenda, ma così facendo, a differenza del romanzo, le azioni e gli effetti delle stesse restano prive di significato. E in questo non aiuta certo lo stile anonimo della regista danese che, decidendo di trasportare la sua discutibile attitudine al sentimentalismo dalla realtà europea alla cornice magniloquente di Hollywood, insegue maldestramente gli insegnamenti dei grandi maestri del passato: non trovano altra spiegazione, altrimenti, le estenuanti ed esagerate concessioni ai luoghi comuni del melodramma, sia sul piano strettamente legato ai movimenti di macchina, sia su quello della direzione degli interpreti cui viene affidato l'ingrato compito di esasperare tic e movenze dei personaggi interpretati.

Proprio su questo aspetto, vale la pena soffermarsi anche sulle potenzialità sprecate nel cast. Senza dilungarsi troppo sull'ovvia alchimia della coppia Cooper-Lawrence, già ampiamente dimostrata nel bel "Il lato positivo", anche i comprimari vengono imprigionati in spalle o antagonisti degni di una soap opera sudamericana: da Rhys Ifans a Toby Jones, fino allo svedese David Dencik, tutti avrebbero meritato trattamento e sorte migliori.