CAST & CREDITS

cast:
Rebecca Hall, Alan Rickman, Richard Madden, Toby Murray, Maggie Steed, Shannon Tarbet

regia:
Patrice Leconte

distribuzione:
Officine UBU

durata:
98'

produzione:
Fidelité Films

sceneggiatura:
Jerome Tonnerre, Patrice Leconte

fotografia:
Eduardo Serra

scenografie:
Ivan Maussion

montaggio:
Joelle Hache

costumi:
Pascaline Chavanne

musiche:
Gabriel Yared

Una promessa | Recensione | Ondacinema

Una promessa

di Patrice Leconte

drammatico, sentimentale, Francia/Belgio (2013)

di Lorenzo Taddei

Voto: 7.0

Il regista francese sceglie un cast inglese e gira in Belgio, sebbene la storia - tratta da "Viaggio nel passato" di Stephen Zweig, viennese - sia ambientata in Germania.
Nel suo far di necessità virtù, certamente la scelta più ardita di Leconte sembra quella della lingua.
Non conoscendo la lingua tedesca e considerando giustamente assurdo per un regista francese girare in Germania un film in tedesco - per di più tratto da Zweig - Leconte si è affidato al suggerimento della produzione. La lingua inglese oggi è talmente riconosciuta e ben insediata nelle altre lingue, da godere di una certa credibilità anche quando non sussiste la minima giustificazione storica, come in questo caso. Il pubblico italiano aggiunge un'ulteriore sfumatura: intossicati come siamo dal doppiaggio, inglese e italiano ci sembrano ugualmente appropriati, seppure in un'acciaieria tedesca alle soglie del primo conflitto mondiale.

I titoli di apertura scorrono su immagini sfocate che solo dopo si desume compongano il processo produttivo di un'acciaieria. A posteriori, l'analogia tra il metallo fuso e la passione che arderà la pellicola, è fin troppo semplice. Meno ovvia forse, ma più affascinante, la metafora che unisce la passione al centro della storia con l'industria che la circonda: non una fabbrica di bombe, o di fuochi d'artificio, bensì un'acciaieria. Colate di metallo fuso, come magma che scorre potente e infuocato ma lento, senza esser destinato ad esplodere. Un amore che si compie nell'assenza, che rinuncia a botti ed eruzioni e fonde il desiderio in una reciproca promessa.

Maurizio Porro sul Corriere ha scritto che mancano i sussulti e che il film avrebbe bisogno di una bella spettinata. Sono d'accordo in parte. "Spettinare" è una bellissima parola e tutto - non solo un film - prima o poi ha bisogno di una spettinata. Nel film di Leconte effettivamente non ci sono grandi colpi di scena, anzi direi che ce n'è uno soltanto, ma è un sussulto così ben piazzato che ha un effetto quasi horror. Prima te lo aspettavi, poi ancora di più, poi quando hai smesso di aspettartelo, accade. E' un colpo di scena unico perché altri non ci possono stare. L'intrigo che si sviluppa dall'innamoramento è un crescendo di tensione che non deve avere vie di fuga, che si alimenta proprio nella mancanza di sussulti.

"Abbiamo perso la guerra"
"AVETE perso cosa?"
"La Germania ha perso la guerra"
Charlotte (Rebecca Hall) è talmente presa dai suoi conflitti interiori da non accorgersi neppure che la guerra è finita, e finita male per giunta. La prima guerra mondiale, che pur influisce sulla vicenda, viene completamente ignorata, Leconte - come Zweig - isola i due protagonisti in una bolla di sospiri, rinchiudendoli nella lussuosa residenza Hoffmeister. Questa specie di castello dell'alta borghesia è il contenitore perfetto per tener fuori la realtà e opprimere i due innamorati, costringerli a sfruttare ogni sguardo, ogni silenzio, ogni espressione, per comunicare quanto non possono liberamente esprimere.

La tecnica della shaky camera è messa al servizio delle turbolenze emotive dei personaggi, soprattutto di Friedrich (Richard Madden) e mantiene un'incertezza di fondo, in particolare su quali siano i veri sentimenti di Charlotte e su quanto abbia scoperto suo marito Karl (Alan Rickman). Il montaggio sia video che audio (le musiche sono di Gabriel Yared, con cui Leconte collabora per la prima volta) è ottimo, e ottima la fotografia di Eduardo Serra, che armonizza stati d'animo e ombre e oppone al calore ovattato degli interni la luce biancheggiante, talvolta glaciale degli esterni (vedi il vecchio alloggio popolare dove risiedeva Friedrich). Leconte si dimostra maestro nel dirigere (direttamente) gli attori e nel cavarne il meglio: la Hall è bellissima e sorprendentemente autorevole pur nei merlettati costumi dell'epoca; Rickman è al solito vestito di un'ambiguità che padroneggia con "pitoniana" disinvoltura; Madden, senza la barba de "Il trono di spade" è un perfetto anatroccolo spaurito, ma fra i tre il meno incisivo.

Dopo l'esperimento animato de La bottega dei suicidi, Leconte si cimenta con un romanzo di Stefan Zweig (1881 - 1942). Il film rispetta molto la poetica dello scrittore, Leconte rinuncia all'esatta rispondenza storica di alcuni dettagli (ad esempio la moda femminile dell'epoca, in Germania, non avrebbe mai lasciato scoperta alcuna parte del corpo) e si concentra quasi esclusivamente sulla vicenda sentimentale dei due protagonisti, scegliendo come oggetto dell'indagine la resistenza del desiderio - più che dell'amore - al trascorrere del tempo. Come in molte altre opere di Zweig, anche in "Viaggio nel passato" le storie degli uomini sono come torrenti, piccoli fiumi che confluiscono nel grande fiume della Storia:  a volte scomparendovi, a volte alterandone il corso (come nel capolavoro "Momenti fatali"). In "Una promessa" Leconte varia il finale senza speranza di Zweig, ma non si priva di una scena (le bandiere con la svastica che sventolano per strada) che lascia intravedere il corso della Storia e dunque guasta, o almeno ridimensiona brutalmente il lieto fine.