CAST & CREDITS

cast:
Fabrizio Bentivoglio, Gianni Cavina, Isa Barzizza, Vincenzo Crocitti, Manuela Morabito, Lino Capolicchio, Serena Grandi, Brian Fenzi, Francesca Neri, Erica Blanc

regia:
Pupi Avati

distribuzione:
01 Distribuzione

durata:
98'

produzione:
Duea Film, Rai Cinema

sceneggiatura:
Pupi Avati

fotografia:
Pasquale Rachini

scenografie:
Giuliano Pannuti

montaggio:
Amedeo Salfa

costumi:
Maria Fassari, Stefania Consaga

musiche:
Riz Ortolani

Una sconfinata giovinezza | Recensione | Ondacinema

Una sconfinata giovinezza

di Pupi Avati

drammatico, Italia (2010)

di Dario Gigante

Voto: 8.0

Non intendo sfidare nessuno ad associare a "Una sconfinata giovinezza" il numerale ordinale corretto, perché ne uscirei sicuramente sconfitto. Accordiamoci su quota quaranta, titolo più titolo meno. Quando si parla di Pupi Avati, il più prolifico dei registi italiani contemporanei, non è reato concedersi un computo approssimativo. Più grave, invece, e non parlo di numeri, ma di sostanza cinematografica, appare ora, a pellicola veduta, l'esclusione del film dal concorso veneziano, che malumori e lacrime addusse al povero Pupi, e polemiche dietrologiche fomentò in certi ambienti. Ingiustizia s'è fatta, questo è poco, ma sicuro. Complotto? Miopia? Non lo sapremo mai. Tristezza? Molta. Imbarazzo? Altrettanto, se si paragona "Una sconfinata giovinezza" ai tre dei quattro italiani in concorso usciti nelle passate settimane, nessuno dei quali regge il confronto.

Dramma della malattia senza dettagli in cronaca, se non quella scritta dentro le mura domestiche e nella scatola chiusa dell'intimità familiare, "Una sconfinata giovinezza" rappresenta una delle guglie più elevate dell'umanesimo avatiano, e di una concezione dello strumento cinematografico nella quale il regista (e sceneggiatore!) bolognese conferma e supera se stesso. Lino e Chicca sono una matura coppia di professionisti affermati e venerati: lui editorialista di punta sulle pagine sportive del Messaggero, lei docente universitaria di letteratura medievale. Lui d'origine emiliana, cresciuto in un piccolo paese dell'Appennino con gli zii, gente umile ma di cuore, dopo la prematura scomparsa dei genitori in un incidente stradale. Lei discendente di una schiatta altoborghese tradizionalista, formale e consumista, di quelle in cui vi è sempre un fratello primario e uno prete, di quelle che nella pompa e nello sfarzo di banchetti luculliani e riunioni festive inscenano d'abitudine la commedia miseranda d'ipocrisie e risentimenti malcelati. I figli non sono arrivati, ma ciò non ha minato la serenità coniugale. E Lino e Chicca sono felici, almeno fino al momento in cui, negli anditi del loro elegante appartamento romano e della loro esistenza, non irrompe un nemico doloroso a nominarsi. Chicca quel nome cerca di nasconderlo a Lino. E così il loro neurologo. Quel nome è il nome di un morbo. Alzheimer. Un morbo che s'appropria del cervello brillante di Lino, e che, in pochi, irreversibili mesi, trasforma il giornalista talentuoso, l'opinionista sferzante dei talk show calcistici in un uomo perduto nelle correnti del tempo, che lo trascinano a poco a poco fino alle rive del suo passato adolescenziale e infantile. Il regressus di Lino costituirà per Chicca il banco di prova di un amore che non si arrende. Gli accessi di aggressività, i devastanti vuoti cognitivi del compagno non la dissuadono dal rimanergli accanto. Dopo decenni, Chicca riprende in mano il diario che teneva da ragazza, e lì annota la via crucis della patologia e l'ostinazione dell'amore.

Di sentimenti che esondano oltre gli argini del tempo, Avati ci ha già offerto testimonianze mirabili ("Festa di laurea": indimenticabile). Ma l'intensità con cui pulsa il cuore di Chicca, nella cui tenace resistenza rifulge l'archetipo della pazienza devota di Penelope, ha rappresentato qualcosa di speciale per il regista, che, nel pressbook, definisce "Una sconfinata giovinezza" come "la prima storia d'amore che io abbia mai narrato". Vi è un surplus, un valore aggiunto, rispetto all'Avati tradizionale. Ed è il coraggio con cui il cineasta, forte di una maturità accumulata in anni di esperienza labiorosa, si avventura nel territorio del tragico, giungendo a note di struggimento (impastate a note di dolcezza, le stesse con cui il fido Riz Ortolani commenta musicalmente la messa in scena) mai azzardate prima, se non in episodici esperimenti, come quello, molto bello, del "Papà di Giovanna". E se il recupero delle origini, il ritorno alle patrie e paterne sponde, è un filo rosso che attraversa l'opera di Avati, qui il "viaggio" a ritroso del protagonista si carica di una complessità drammaturgica che definisce la fisonomia di un film raffinato nella narrazione, ricca di appigli metaforici, e consapevole, sul piano emotivo, del coinvolgimento che genera. Il montaggio alternato e morbido ci accompagna nel percorso cronologico di Lino, che adulto ha il volto corrugato e sofferente di un magnanimo Fabrizio Bentivoglio, ragazzino l'espressione vispa e curiosa del giovanissimo Brian Fenzi, calato a puntino nella parte. E benché si scivoli fra piani temporali così distanti, la consequenzialità della narrazione non ne risente, e nella capacità di strutturare un gioco di rispecchiamenti sfumati e mai forzosi (il cenone di Natale nella villa dei parenti di Chicca declina nel pasto frugale di Lino a casa degli zii, l'esplosione della violenza nel corpo malato rimanda alla scoperta delle angolazioni violente della sessualità su nelle aspre montagne) Avati surclassa Costanzo e il pasticciaccio brutto della "Solitudine dei numeri primi". Pasquale Rachini, altro collaboratore storico, lavora sapientemente di fotografia nel creare una dualità cromatica suggestiva, in una pellicola in cui a prevalere, nella loro accezione simbolica, sono le penombre, segni dell'oscuramento progressivo della mente di Lino. Al percorso "interiore" si sostituirà quello fisico, quando Lino, spiazzato da un fatto imprevisto, se ne parte, disorientato ma non smemorato, al contrario, invaso da una memoria che non gli dà tregua, per i luoghi dell'infanzia. Ed è sull'Appennino che i due tempi narrativi del film giungono a coniugazione. A una misteriosa, fatale, coniugazione. Si può contestare, alla sceneggiatura, che un sovrappiù di accadimenti si concentra nelle sequenze finali, alterando il ritmo languido e suadente dell'intero. Obiezione accolta. Alcune scene potevano essere sfoltite, o addirittura espunte. Ma non inficiano il midollo. Che resta buono. E non pregiudicano la poesia di un epilogo da maestro.

Da sempre un campione nella direzione degli attori, Avati non smentisce, neanche in questo caso la fama. Diretta da lui, Francesca Neri ha offerto le sue prove interpretative migliori, vedasi i precedenti meritori de "La cena per farli conoscere" e del suddetto "Papà di Giovanna". E nei panni di una Chicca ritrosa e cocciuta, stoica e vulnerabile, sotto una commovente canizie e percorso il volto etereo dalle increspature di una vita vissuta, ci riconferma che le età di Lulù sono, grazie al cielo, trascorse. Serena Grandi, virato il suo estro popolare dall'erotismo soft anni Ottanta ai sapori di una femminilità protettiva e domestica, è la zia Amabile che tutti vorrebbero. Lino Capolicchio mette, una sera a cena, attorno a una tavola inghirlandata, tutta l'antipatia di un personaggio asettico e sussiegoso, magistralmente interpretato. E, in abito talare, si congeda da noi tutti Vincenzo Crocitti, scomparso poco più di una settimana fa.

Auguri per i David, a questo punto. Finché c'è Pupi, c'è speranza.