CAST & CREDITS

cast:
Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Yolande Moreau, Swann Arlaud, Nina Meurisse, Olivier Perrier, Clotilde Hesme

regia:
Stéphane Brizé

durata:
119'

produzione:
TS Productions, France 3 Cinéma, F Comme Film, Versus Production, CN5 Productions

sceneggiatura:
Stéphane Brizé, Florence Vignon

fotografia:
Antoine Héberlé

scenografie:
Valérie Saradjian

montaggio:
Anne Klotz

costumi:
Madeline Fontaine

Une vie | Recensione | Ondacinema

Une vie

di Stéphane Brizé

drammatico, Francia/Belgio (2016)

di Stefano Santoli

Voto: 7.5
"Une vie" è la trasposizione del romanzo d'esordio di Guy de Maupassant, già portato sullo schermo da Alexandre Astruc nel 1958. Ambientato in Normandia ai primi dell'Ottocento, racconta la vita infelice e costellata di delusioni di Jeanne (la bravissima Judith Chemla), nobildonna costretta a un matrimonio di convenienza con un uomo che la tradirà, e che verrà poi sfruttata dal figlio. La sua vita non è "né bella né brutta" (epigrafe di Maupassant ripresa da Brizé); per le due ore del film, assistiamo alla materialità dell'esistenza che si accanisce su di lei con la crudele indifferenza di un cataclisma naturale.

 

Una caratteristica stilistica evidente contraddistingue il cinema di Brizé, e non sembra esser stata adeguatamente rilevata nelle letture critiche dei suoi film. Uno stilema che caratterizza "Une Vie" allo stesso modo dei precedenti lungometraggi che abbiamo avuto modo di vedere ("Quelques heures de printemps", 2012; "La legge del mercato", 2015 - l'unico sinora distribuito in Italia). Si tratta della predilezione per l'inquadratura di profilo. Brizé inquadra i suoi personaggi di taglio, in una messa in scena perpendicolare ai volti. I primi piani ravvicinati, per il resto, aderiscono ad un uso corrente, così come il ricorso alla camera a mano e al long take. Brizé tendenzialmente rifiuta la classica alternanza di campo e controcampo, cui predilige il movimento fluido e senza stacchi da un volto all'altro all'interno della medesima inquadratura. E questi volti sono, appunto, quasi sempre ripresi di profilo. Il cinquantenne regista francese padroneggia (e affina di film in film) un modo di fare cinema al passo con i tempi, ma vi aggiunge questa distintiva nota personale. Il rigetto della più abituale inquadratura di tre quarti, così come della frontalità (che, quando fa la sua comparsa, acquisisce in Brizé il valore di un'epifania) è straniante, perché da un lato il primo piano fa sì che si mantenga comunque un'alta intensità emotiva, ma d'altra parte quei volti visti di profilo ci fanno quasi sentire degli intrusi.
C'è poi un secondo stilema, cui Brizé ricorre insistentemente in "Une vie", che si coniuga splendidamente all'uso magnifico delle ellissi temporali. È lo sganciamento ricorrente fra immagini e sceneggiatura (firmata dallo stesso regista insieme a Florence Vignon, sua collaboratrice di lunga data). Per tutto il film, spesso le immagini staccano rispetto ai dialoghi in corso, e prendono una via separata. Mentre fuori campo continuano i dialoghi, con scambi di battute a volte anche prolungati, le immagini raccontano altro. Non sempre si tratta di flashback o di vicende correlate ai dialoghi. Più spesso si tratta di scene che avverranno di lì a poco, o in cui, semplicemente, si racconta altro rispetto a quanto detto nei dialoghi. Brizé scinde insomma la narrazione aprendo e poi chiudendo di continuo due binari narrativi paralleli, uno visivo e uno verbale.
Come si vede, l'analisi stilistica del film meriterebbe uno studio approfondito, ma una sola visione è comunque sufficiente a confermare l'originale talento di Brizé, nome sinora forse sottostimato che meriterebbe di essere appuntato come autore con la A maiuscola.

 

Sorprende, da un altro punto di vista, che un autore i cui ultimi film si erano fatti notare per una notevole attenzione verso i risvolti etici di tematiche sociali di urgente attualità (dall'eutanasia alla precarietà del lavoro) abbia voluto intraprendere con questa nuova opera la strada del film "in costume" trasponendo un classico della letteratura francese dell'Ottocento. Una scelta spiazzante e coraggiosa. Un'affinità tra la vicenda di Jeanne e quella dei protagonisti dei due precedenti film, entrambi interpretati da Vincent Lindon, c'è senz'altro, dal momento che si tratta in tutti i casi di personaggi deboli e schiacciati da regole sociali opprimenti e inique. Si tratta però di un aggancio piuttosto labile. E in ogni caso vien meno, nella storia di Jeanne il cui dramma è tutto introspettivo, il dilemma etico che caratterizzava i film precedenti. Sia Alain in "Quelques heures de printemps" sia Thierry in "La legge del mercato" si trovavano costretti a fare i conti, mentre erano afflitti da svariate avversità, con la necessità di assumere inequivocabili scelte morali nei confronti del prossimo. Non è questo il caso di Jeanne.
Brizé ha voluto variare. La scelta di confrontarsi con un mostro sacro della letteratura e con l'ambientazione ottocentesca tra l'altro non è così comune in Francia (anzi molto meno che in Italia) e non sempre ha dato risultati convincenti (successivamente alla Nouvelle Vague, sono pochi i film francesi memorabili con ambientazione pre-novecentesca. Truffaut a parte, i risultati migliori sono riusciti forse solo a Pialat).


Ciò per cui si distingue "Une vie" - e per cui noi ci sentiamo di premiarlo e di raccomandarlo caldamente - risiede nella capacità di raccontare l'Ottocento svecchiandone le coordinate visive che a quel secolo sono state cucite addosso. Brizé non solo ricorre ad un'indubbia maestria registica (l'uso delle ellissi è, fra le altre cose, come detto assolutamente magnifico), ma a quello stile assai personale, e moderno, su cui sopra ci siamo dilungati. Il risultato più interessante conseguito da Brizé è precisamente quello di essersi confrontato con una materia tutto sommato abusata - il dramma femminile in costume - lavorandovi dall'interno su un piano squisitamente stilistico per modernizzarla e renderla incandescente e come nuova ai nostri occhi. Un esercizio formale che si fa immediatamente sostanza, in quanto teso a rendere de-illustrativo il cinema ispirato a una fonte letteraria classica, per proporne le tematiche come veracemente attuali. Il tentativo, in gran parte riuscito, è quello di de-subordinare il film rispetto alla fonte letteraria senza tradirla (la trasposizione, infatti, è di grande fedeltà), ma facendone comunque opera autonoma, capace di rinnovarne l'universalità, che è quella che appartiene ai grandi classici.

Per queste ragioni "Une vie" si rivela tutt'altro che film semplicemente "bello" e di raffinata eleganza formale, quale può apparire soltanto a uno sguardo superficiale. Recepirlo in questi termini significherebbe non aver colto il senso profondo dell'operazione condotta da Brizé, riducendola a un banale e raffinato esercizio illustrativo, quando ne è precisamente l'opposto.