CAST & CREDITS

cast:
Liam Neeson, Diane Kruger, January Jones, Aidan Quinn, Bruno Ganz, Frank Langella

regia:
Jaume Collet-Serra

distribuzione:
Warner Bros

durata:
113'

sceneggiatura:
Olivier Butcher, Stephen Cornwell

fotografia:
Flavio Martinez Labiano

scenografie:
Richard Bridgland

montaggio:
Tymothy Alverson

costumi:
Ruth Myers

musiche:
John Ottman, Alexander Rudd

Unknown - Senza identità | Recensione | Ondacinema

Unknown - Senza identità

di Jaume Collet-Serra

thriller, azione, Usa/Gran Bretagna/Germania/Giappone/Canada/Francia (2011)

di Alex Poltronieri

Voto: 7.0
I film di Jaume Collet-Serra non sono mai quello che sembrano: partono su un certo registro e si evolvono in qualcos'altro. E' per questo che il regista spagnolo ci piace e convince da sempre, e ci pare decisamente qualcosa in più di un semplice mestierante. Pur lavorando all'interno del cinema di genere, Collet-Serra ha sempre dimostrato di saper rielaborare con furbizia e profondità i topoi dell'horror e del thriller: il remake de "La maschera di cera" inizia come un'epigono del filone slasher 2000 targato Michael Bay ("Non aprite quella porta" di Nispel, per intenderci) ma poi si apriva a iniezioni splatter quasi surreali, eleganti soluzioni scenografiche e di messa in scena (la liquefazione finale), riflessioni non banali sul cinema contemporaneo (la sequenza in cui è proiettato "Che fine ha fatto Baby Jane?"). Specularmente "Orphan" partiva come un dramma familiare non originalissimo per poi diventare un tesissimo horror capace di instillare il dubbio sino alle ultime battute sull'origine della follia della piccola protagonista (per poi spiazzare tutti con un colpo di scena geniale e pessimista). Se si esclude l'infelice parentesi "su commissione" del secondo capitolo della serie sportiva "Goal" ("Vivere un sogno"), si potrebbero rintracciare i prodromi di un vero e proprio percorso autoriale, ma non vogliamo avventurarci in territori capziosi.
 
"Unknown - Senza Identità", benché sia stato venduto dai distributori come una sorta di sequel di "Io vi troverò" (farsesco action sempre con Liam Neeson, sotto l'egida di Luc Besson), è ben altra cosa, ed esattamente come le precedenti prove del regista catalano, spiazza e intrattiene con intelligenza. La sceneggiatura del duo Butcher-Cornwell, ispirata al romanzo di Didier Van Cauwelaert, mescola abilmente reminiscenze di "Frantic" di Polanski (la città "straniera" in questo caso è Berlino), "Intrigo Interazionale" di Hitchcock, per diventare poi in dirittura d'arrivo una sorta di clone di "The Bourne Identity": un accumulo talmente parossistico di citazioni-imitazioni e colpi di scena che in altre mani sarebbe risultato ridicolo, ma non in quelle di Collet-Serra. Che non a caso non bada mai alla verosimiglianza e gira conservando una buona dose d'ironia (valga su tutte il confronto tra i "due" dottor Harris all'interno del laboratorio), puntando tutto sul ritmo (davvero serrato dall'inizio alla fine).

Berlino è fotografata benissimo, tra colori freddi ben contrastati, interamente dominata da neon e acciaio, quasi sempre deserta e popolata da facce poco raccomandabili. Il regista ha imparato bene la lezione di Polanski ed è in grado di creare tensione e un clima di paranoia con pochi elementi, ma le citazioni sono eclettiche e gustose, a partire da "La donna che visse due volte", a cui fa riferimento l'algida bionda-bruna January Jones (la Betty della serie "Mad Men").
Permane il piacere della visione, che partendo da basi realistiche (l'incidente in cui Neeson rimane in coma, il risveglio con i ricordi offuscati) si colora poi di elementi sempre più assurdi, caratteristici di un cinema fuori dal tempo (i personaggi di Bruno Ganz, che interpreta un ambiguo ex-agente della Stasi, e Frank Langella, killer dai modi eleganti, memore del Max Von Sydow de "I tre giorni del condor") ben più libero.

Collet-Serra, attraverso una serie di tappe "obbligate" (il rocambolesco inseguimento in auto, il finale esplosivo e action), tesse un complicato intreccio comunque sempre godibile e rispettoso del suo pubblico di riferimento (cosa che invece non fa Nolan nel suo eccessivamente "cerebrale" "Inception") che riesce a diventare anche una riflessione non banale sul tema dell'identità (quasi una variante sullo schema di "Darkman" di Raimi, solo che in quel caso il protagonista non aveva un volto e si appropriava di quello degli altri), della finzione e dell'interpretazione (l'agente Jason Bourne era un sicario governativo che aveva perso la memoria, in questo caso il killer si è totalmente immedesimato con la sua identità fittizia e di copertura, in un cortocircuito sensoriale senza via di ritorno).