CAST & CREDITS

regia:
Bob Peterson, Pete Docter

distribuzione:
Walt Disney Pictures

durata:
96'

sceneggiatura:
Pete Docter, Bob Peterson, Tom McCarthy

scenografie:
Ricky Nierva

montaggio:
Kevin Nolting

musiche:
Michael Giacchino

Up | Recensione | Ondacinema

Up

di Bob Peterson, Pete Docter

animazione, Usa (2009)

di Diego Capuano

Voto: 8.5

L'avventura è l'avventura. Ed è dunque una cosa seria. La più grande delle avventure ha dei codici morali e comportamentali, proprio come un piccolo lavoro artigianale ben fatto. Affrontarla richiede coraggio e dedizione, pazienza e costanza, spirito e giustizia. E amore.
La più grande delle avventure è la vita e più precisamente la vita amorosa. Il completamento umano tra un ragazzino timido e una coetanea estroversa, il loro primo bacio e lo scrutare l'orizzonte alla ricerca di nuvole buffe, scrivere con dei pennelli sulla cassetta delle lettere i loro nomi, annodare la cravatta all'amato e percorrere insieme la cima della collinetta preferita. Condividere gioie e dolori, fino alla morte.
Non smettere di sfogliare il libro delle avventure, ricordare le "cose da fare", crederci sempre e comunque. Anche quando gli anni passano, la vecchiaia avanza e gli acciacchi non sono pochi (geniali le intuizioni dell'apparecchio acustico e del bastone a quattro piedi retto da altrettante palline da tennis). Eppure l'amore di una vita intera è ancora lì. Di "cose da fare" ce ne sono ancora parecchie: del resto lo dice anche il libro delle avventure...
L'incipit di "Up" ha del miracoloso per come riesce a concentrare in un limitato minutaggio un'intera vita vissuta: i dialoghi sfumano, lasciando spazio ad una gentile partitura musicale che accompagna lievemente frammenti di quotidianità che, messi insieme, compongono l'intera, lunga e struggente storia d'amore tra due persone comuni, senza vezzi né mirabilie, ma con una semplicità che assume la statura del classico. Ed una componente umana che conduce con rispetto e sincerità ad una pura e gratificante commozione.

Per Carl Fredericksen, giunto ai settantotto anni, quell'idilliaca vita amorosa non esiste più e dopo la morte della moglie nulla sembra poter restituire la gioia di vivere che fu. I raggi del sole che sfioravano il suo volto e quello dell'amata Ellie, i verdi prati delle colline, il calore emanato dalla piccola eppur confortevole casetta sono stati sostituiti dalla polvere, dal sudore degli operai, da un degradante inquinamento atmosferico e acustico che rende ancora più insopportabili le tasse da pagare, le offerte che gli giungono per la demolizione della casa, la solitudine ineluttabile.
Carl (personaggio che assomiglia un po' a Spencer Tracy, un po' a Walter Matthau) trova la chiave della risoluzione dei problemi nel suo passato, in una vita da venditore ambulante di palloncini, in quel palloncino che, in una vecchia casa abbandonata, fu un oggetto tanto innocuo sulla carta quanto decisivo per i primi passi della lunga avventura amorosa. Attacca migliaia di palloncini sulla sua casetta e vola via con essa (e con un intruso: il piccolo Russell) alla ricerca del sogno che da sempre ha coltivato insieme alla moglie: raggiungere in Sud America le Cascate Paradiso, oasi di pace, contesto totalmente staccato dalla stressante vita che lo assilla.
Ed è in questa poetica intuizione che il film trova il motore per azionare una serie di inesauribili e sempre vincenti trovate.

Come tutti i bambini, Carl da piccolo aveva un sogno, e un eroe: l'esploratore Charles F. Muntz. Passioni poi condivise per anni e anni con Ellie. Russell ha otto anni, e si accontenta di ricevere il gagliardetto che lo qualificherebbe come esploratore scelto della natura selvaggia ("la natura deve essere esplorata!"). Russell è solo quasi quanto lo è Carl (la madre è presente, il padre no) e in questo incontro poco scontro (l'anziano finisce ben presto con il vedere in Russell sé stesso da bambino, e anche per questo non gli volta le spalle) si crea un'alchimia che da una parte è una compensazione di anime che evocano recenti capolavori eastwoodiani (padre senza figlio/ figlio senza padre: "Million Dollar Baby" e, soprattutto, "Gran Torino", l'altro capolavoro di questo 2009 cinematografico), dall'altro sembra esserci un vero e proprio passaggio di consegne che ci suggerisce che i sani valori, che paiono ormai risucchiati dalla società dei consumi, possono ancora essere trasmessi alle future generazioni: eloquente il dono del più prezioso distintivo possibile, così come il sedersi su una panchina e divertirsi con un gioco lontano da quasiasi moda o tendenza.
Ma Carl saprà anche tramandare al piccolo Russell la valenza dei sogni fanciulleschi, la possibile immortalità degli stessi e quindi, al contempo, la necessità di conservare il medesimo, innocente, avventuroso e libero spirito d'avventura per tutta la sua ancora lunga vita.

Con i suoi rispettosi riferimenti ai classici della letteratura fantastica e del cinema avventuroso (dicendoci anche cosa significa davvero il recupero dello "spirito disneyano") "Up" è un caso unico nella storia del cinema di film d'animazione incentrato su una figura anziana. E che quest'ultimo elemento risulti combaciare con l'avanzare di tecniche cinematografiche inedite fino a pochi anni fa (superlativo l'utilizzo del 3-D, dove la profondità di campo permette di guardare il film direttamente "dall'interno") la dice lunga sull'importanza di abbinare il vecchio e il nuovo anche nell'ambito della progettualità stessa della pellicola.

Una volta giunti nell'incontaminata natura selvaggia, Carl e Russell incontreranno strani personaggi (un enorme volatile multicolore e un cane con capacità fuori dal normale: memorabili), con i quali impareranno a coabitare (l'accettazione dello straniero, del diverso). Da questo momento in poi lo spirito d'avventura di cui abbiamo sentito a lungo parlare si sprigiona in una lunga fase di ininterrotte gag che viaggiano sul filo di un'azione, talvolta sfrenata, che dona un divertimento impagabile e immarcescibile.
Il bello è che l'azione non si esaurisce in una semplice risata liberatoria. Mentre si e totalmente immersi nei cieli venezuelani, tra un volo, un salvataggio e un duello, si ha infatti la netta impressione che si stia parlando anche di vita. Di stare lì ad imparare cose alte, mentre ci si diverte.
Il risultato è un film a più livelli, ognuno dei quali distribuito su più strati: divertimento e commozione che giungono tanto agli adulti quanto ai più piccoli, forse con diverse modalità percettive, ma con un risultato emozionale probabilmente non così distante.

Quello di Carl è un percorso di elaborazione del lutto che incorpora anche una propria rinascita: nell'ambito di un'occasione ultima che la vita sembra ancora in grado di offrirgli (in contrapposizione con le prime insidie che affronta il suo piccolo compagno di viaggio) si ritroverà cambiato rispetto allo scorbutico vecchietto che sembrava esser diventato, tanto da infrangere le barriere della stessa normalità e, contemporaneamente al crollo di storici miti (che restano miti soltanto nei cinegiornali o sulle pagine di vecchi manuali), si erge a eroe, almeno per un giorno e non necessariamente idolo delle folle. Eroe per sé stesso, e tanto basta per affrontare gli ultimi giorni di vita con una consapevolezza di chi non ha più bisogno di dimostrare nulla, ma con quella libertà pari soltanto alle tenere passeggiate nelle quali si rifugiava durante le sua prima giovinezza. Secondo questo ragionamento il film finisce così come inizia: con un gioco innocente, fanciullesco, tanto per ribadire il materializzarsi del concetto di ingenua purezza adolescenziale da conservare per tutta la vita.

Lungo il corso del film Carl continua a parlare con sua moglie, rendendola parte attiva dell'azione. Quando con delle corde attacca la casa a sé, in realtà è come se reggesse sulle proprie spalle lo spirito dell'adorata Ellie, elevandolo nel cielo azzurro.
È come ossessionato dal ricordo della sua adorata. Quando in un momento di pace siede finalmente sul divano, ai margini delle tanto agognte cascate, apre il libro delle avventure e legge le parole della moglie: "la nostra avventura l'abbiamo vissuta, adesso tocca a te". Si accorge dunque che le "cose da fare insieme" erano state fatte e che ciò che sta vivendo è forse il primo passo verso un'esistenza che, seppur successiva alla tragica perdita di Ellie, è ancora possibile vivere. Sta, dunque, innanzitutto vivendo una sua avventura.
Nella sua scelta morale finale, Carl Fredericksen è come se avesse diviso la sua anima in due. Lasciando ricordi e amore nel luogo dei suoi sogni, dove si ricongiungerà per l'eternità con l'amata Ellie (potrà conservare da ora in poi in cuor suo l'amore della sua vita, accantonando cianfrusaglie che hanno preso troppa polvere) e al contempo continuando a sfogliare il libro delle proprie avventure in una realtà che saprà essere la continuazione dei suoi giorni più felici.