CAST & CREDITS

cast:
Mehmet Emin Toprak, Nazan Kirilmis, Fatma Ceylan, Zuhal Gencer Erkaya, Muzaffer Ozdemir

regia:
Nuri Bilge Ceylan

distribuzione:
Lady Film

durata:
110'

sceneggiatura:
Nuri Bilge Ceylan

fotografia:
Nuri Bilge Ceylan

scenografie:
Ebru Yapici

montaggio:
Ayhan Ergürsel

Uzak | Recensione | Ondacinema

Uzak

di Nuri Bilge Ceylan

drammatico, Turchia (2002)

di Matteo Pernini

Voto: 8.0

Immaginiamo una fotografia immersa in un bagno di sviluppo; sappiamo che ritrae la periferia di una metropoli, con tutto il suo bagaglio umano, ma la superficie è nera e lucida. Lentamente emergono i contorni di un paesaggio indecifrabile, sbiadito, come l'umanità che lo popola. Percepiamo la struttura d'insieme, le relazioni tra i personaggi ritratti, distinguiamo strette di mano, baci, litigi, separazioni, ma capiamo, nel contempo, che lo sguardo non riesce a penetrare la reale complessità di quei rapporti, ad abbracciare l'insieme delle implicazioni su cui si reggono. Poi, altrettanto lentamente, i contorni si asciugano, la linee acquistano nitidezza e un senso comincia ad imporsi alla nostra attenzione, una trama di rapporti infinitamente più complessa di quanto non ci fosse apparso in precedenza; nuove ragioni sembrano muovere quell'intreccio di interazioni umane, congelato nella fissità di un istante dall'occhio della macchina fotografica. Ora si distinguono i gesti, i volti, i sorrisi, gli sguardi torvi, si indovinano speranze e compassioni, nostalgie, ambizioni, paure. Tutto sembra esserci chiarito, eppure sullo sfondo alcune figure rimangono fuori fuoco, avvolte da un'aura di indecifrabile mistero e possiamo solo intuire le ragioni dei loro movimenti (quel braccio alzato vorrà percuotere o abbracciare?), la natura dei loro sguardi. 

Questa fotografia sfuggente, inafferrabile, che si delinea per suggestioni, impressioni e analisi graduali, senza mai smettere di fornire nuovi indizi; che rompe la staticità oggettiva del mezzo con la complessità umana  messa in campo; che rinnova la propria sostanziale ambiguità ad ogni sguardo è "Uzak".

Il film di Ceylan si muove sul labile orizzonte del non detto, sfiora, senza mai investirle col suo sguardo ostinato, le vite dei suoi protagonisti, si insinua nel loro habitat e li osserva col piglio documentaristico e la curiosità dell'antropologo, ritraendo, così, la disperata umanità di due personaggi agli antipodi delle proprie esistenze: Mahmut, fotografo freelance incapace di assestare una svolta decisiva alla monotonia dei gesti quotidiani che ha soverchiato la sua vita, destituendo di concreta speranza il sogno di girare un film "alla Tarkovskij", e il cugino Yusuf, migrante dalla campagna verso la città, che, rimasto senza lavoro, si stabilisce momentaneamente presso l'appartamento di Mahmut, sullo sfondo di una Istanbul insolitamente innevata, per cercare una nuova occupazione.

Lo sguardo di Ceylan registra con imperturbabile fissità il deteriorarsi di un rapporto tra due coscienze troppo distanti ed in evidente rotta di collisione, l'una rigidamente serrata nella rassicurante disciplina dei gesti quotidiani e perciò incapace di tollerare l'incerto presagio del fallimento che aleggia sul destino di Yusuf, l'altra irriducibilmente dedita al disimpegno e fiaccata da un susseguirsi di sconfitte, la cui inesorabile continuità sembra minare qualsiasi ipotesi di riscatto sociale. Una deriva esistenziale, dunque, che si articola su più livelli e coinvolge inequivocabilmente entrambi i protagonisti, incapaci di trovare la chiave di lettura di un mondo divenuto impenetrabile.

Adagiati nella precarietà di una vita flaccida ed asservita alla ripetitività dei meccanismi del vivere civile - gettare sempre la spazzatura, ricordarsi di spegnere la luce, riporre le scarpe nell'armadio - i due protagonisti sublimano i loro sogni di redenzione nell'esplorazione di una sessualità, che non è vissuta nel suo essere relazione con qualcuno, ma, ancora una volta, percepita passivamente e umiliata nella sua sgradevole natura di insistente voyeurismo (dalla visione di materiale pornografico ai furtivi sguardi rivolti alle ragazze in metropolitana).

I lunghi piani sequenza scandiscono il ritmo fluente e meditativo di una narrazione ellittica, il cui incedere allusivo e, talvolta, sconnesso, rivela la natura poetica di un'ispirazione capace di rappresentare la complessità del reale in maniera diretta, offrendo allo spettatore non fermi punti di ancoraggio, ma, sul modello del cinema di Kiarostami, suggerimenti, tracce con cui partecipare in maniera attiva al completamento del mosaico di possibilità che il regista spalanca al pubblico. In tal senso si comprende la necessità di inquadrature prolungate, volte, più che a delimitare il campo dell'azione scenica, a descrivere con minuzia checoviana la complessità inesauribile di un universo che si compone di dettagli rivelatori, su cui lo spettatore è invitato ad indugiare.

Un universo punteggiato, inoltre, di sonorità insistenti e pervasive, che Ceylan tratteggia con cura quasi maniacale e quei proclamati silenzi, di cui, a detta di molti critici, si sostanzierebbe la materia filmica, sono solo apparenti e rivelano, in realtà, uno straordinario contrappunto di melodie cangianti ed inattese, che pulsano di quella vita con cui Mahmut e Yusuf cercano disperatamente di entrare in contatto. Così, aprendo la narrazione ad un profluvio di sonorità intradiegetiche, Ceylan annulla le distanze tra personaggi e spettatori - edulcorando il rischio di teatralità insito nella fissità delle inquadrature - e nel contempo costruisce un'inesauribile sinfonia della realtà, in cui la percezione uditiva non accompagna l' immagine, ma la prefigura, stimolando l'immaginazione prima del suo concretarsi nei bordi di un'inquadratura (si veda la nave al porto, anticipata dall'eco delle sirene, o, ancor più, gli angoscianti squittii del topo intrappolato, che destano l'attenzione di Yusuf durante la notte).

Nonostante la messe di premi al festival di Cannes (Grand Prix e premio ai due interpreti principali, postumo per Toprak, morto subito dopo le riprese), la pellicola non ha saputo imporsi all'attenzione del grande pubblico, anche se c'è da chiedersi se questa incomprensione non sia dovuta, più che all'effettivo valore del film, all'assuefazione ad un cinema ordinario, rassicurante, in cui i tasselli vengono accuratamente ricomposti e nulla è concesso alla fascinosa complessità del reale.

Contro i proclami del gridato cinema d'oggi, "Uzak" sussurra con forza il suo messaggio, lambendo la dimensione dell'ineffabile con sottile ed ironica malinconia e rivelandoci la fragilità inesorabile di due uomini incapaci di valicare quel perimetro di inazione, che hanno costruito attorno a sé, prediligendo l'incerto sostegno di una autarchica solitudine, salvo ricredersi quando ormai è troppo tardi, sublimando il rimpianto per un'opportunità perduta nelle volute di una sigaretta fumata al porto. Uomini autentici e contraddittori, sospesi nel vuoto di una realtà evanescente; uomini che, in fondo, potremmo essere anche noi.