CAST & CREDITS

cast:
Jacques Tati, Nathalie Pascaud, Louis Perrault, Lucien Frégis, Raymond Carl

regia:
Jacques Tati

durata:
96'

produzione:
Fred Orain (produttore)

sceneggiatura:
Jacques Tati, Henri Marquet, Pierre Aubert, Jacques Lagrange

fotografia:
Jacques Mercanton, Jean Mousselle

scenografie:
Henri Schmitt, Roger Briaucourt

montaggio:
Suzanne Baron, Charles Bretoneiche, Jacques Grassi

musiche:
Alain Romans

pietra miliare

Le vacanze di Monsieur Hulot | Recensione | Ondacinema

Le vacanze di Monsieur Hulot

di Jacques Tati

comico, Francia (1953)

di Matteo De Simei

"Confusione è la parola della nostra epoca. Si va troppo in fretta". A trent'anni di distanza dalla compianta scomparsa di Jacques Tati, le parole del regista francese riecheggiano ancora oggi come un monito profetico, rivelazione amara e tangibile di un mondo che ci sta lentamente sfuggendo di mano. Che non si riduca infatti il cinema del "far ridere" di Tati in una mera rappresentazione del genere comico, perché assistendo alla visione dei suoi (capo)lavori ciò che è impossibile non cogliere, al di là delle innumerevoli gag portatrici di sorrisi, sono le atmosfere tristi e desolate che scaturiscono da un continuo vuoto relazionale e da un'alienazione incontrollabile che prende sempre più il sopravvento nelle azioni delle sue marionette. Il testamento cinematografico lasciatoci da Tati è allora antidoto imprescindibile per far fronte all'evoluzione di una società che sta progressivamente collassando su se stessa. Nel nome del progresso, locomotiva inarrestabile che il poeta Giosuè Carducci accomunava all'opera messa in atto da Satana¹.


Impermeabile chiaro, borsalino schiacciato, calzoni eccessivamente corti e calzini ben in mostra, ombrello sottobraccio e immancabile pipa in bocca: il personaggio di Monsieur Hulot fa il suo ingresso in scena nel 1953, a cinque anni dall'esordio dietro alla macchina da presa di Tati ("Giorno di festa") e dopo una ventina in cui il nostro si è già cimentato come mimo, attore e impareggiabile uomo di spettacolo prima dell'avvento della Seconda Guerra Mondiale. "Le vacanze di Monsieur Hulot" si presenta agli occhi dello spettatore come un esperimento ludico solo in apparenza privo di scrittura ma in realtà meticolosamente architettato, a cominciare dalla monumentale funzione che ricopre il sonoro. Tati gioca con i suoni ambientali e con la musica sin dai titoli di testa (le onde fanno da contrappunto al refrain scanzonato che accompagna tutto il film) demolendo la dissociazione tra diegetico ed extradiegetico in favore di un accompagnamento sonoro capace di amplificare i connotati esilaranti prodotti delle immagini (si pensi alla pallina da tennis che rimbalza sulla testa della bambina provocando un suono tanto irreale quanto divertente). Lo scoppiettio del macinino di Hulot, il clacson dello stesso, la porta della sala da pranzo dell'albergo, e ancora i cinguettii, le onde, sono gli unici punti di riferimento sonoro. Insieme al continuo vociare che sostituisce in toto la funzione del linguaggio verbale: la parola è infatti un suono al pari degli altri, l'altoparlante che alla stazione blatera frasi senza senso ne è la prova più lampante. Non è solo una scelta atta ad accrescere il lato comico della vicenda quanto soprattutto un viscerale e seminale ritorno alle origini, alla ricerca di una comunicazione capace di abbattere l'ostacolo delle incomprensioni della lingua e che rimanda alla Torre di Babele cinematografica, alla fonte universale del cinema muto.


Anche la creazione di un personaggio come quello di Monsieur Hulot è da ricondurre irrimediabilmente al filone del muto: se da un lato le sventurate peripezie del protagonista si riallacciano a quelle di Charlie Chaplin, dall'altro il surreale quanto anarchico umorismo di Hulot rimanda in un certo senso ai concetti di società e di convenzione che hanno fatto la fortuna dei fratelli Marx. La sua verve demenziale e il suo sguardo perso nel vuoto completano la caratterizzazione di un personaggio impresso ormai nell'immaginario collettivo del cinema e della comicità (da dove pensate che sia nata la figura di Mr. Bean, resa celebre dall'attore britannico Rowan Atkinson?). L'accuratezza dei personaggi è una delle formule vincenti di Tati, così spesso Hulot abbandona il primo piano al fine di illuminare le altre sue creature: nella pensione estiva troviamo un uomo d'affari che attende con ansia telefonate da Milano senza godersi affatto la vacanza, camerieri pasticcioni e fessi, una coppia di anziani la cui presenza rende dolce e vagamente poetica la breve storia sentimentale tra Hulot e una giovane ragazza benestante (pensiamo al ballo in maschera a cui assiste l'anziano dalla finestra). E poi sequenze celeberrime come quella del funerale, in cui lo sconforto dei presenti si arrende alla beata spensieratezza del protagonista, o a quella puramente comica della partita a tennis. Divertissement intervallati da immagini dalla dolcezza unica come nell'intermezzo in cui un bambino, non senza difficoltà, riesce nell'impresa di portare il gelato al suo amichetto.


Tati non rinuncia a piccole frecciatine sulla borghesia (ancor più manifeste nel successivo "Mio zio") e soprattutto sulla politica. Oltre al già citato uomo d'affari compare altresì un giovane studioso che cerca invano di far riflettere la giovane borghese sull'importanza "dell'esplosione socialista". Ancor più simbolica è la sequenza in cui Hulot scende dalle scale mascherato da pirata proprio mentre la radio sta trasmettendo le parole gravi e autorevoli del primo ministro francese riguardo alla guerra che sta incombendo. In uno dei rarissimi momenti del film in cui l'uso del linguaggio verbale sembra stia prendendo il sopravvento, Hulot non ci pensa due volte ad alzare il volume della musica e a zittire in un colpo solo radio e primo ministro, preferendo di gran lunga ballare abbracciato alla giovane donna. L'ingranaggio, oleato alla perfezione da Tati, è quello della gag senza soluzione di continuità, spesso prevedibile e reiterata ma sempre intensa e quanto mai autentica nella sua genuina allegria. Durante la visione, immagini giocose e festose si confondono con altre dalla velata indole malinconica, come nel caso dei saluti conclusivi: le vacanze sono agli sgoccioli e l'intera comunità di villeggianti si dà appuntamento alla prossima estate, non senza un pizzico di mestizia e solitudine ("se ne ripartirà solo com'è venuto" sottolinea Mereghetti²) che il regista lascia trasparire unendo i due ingredienti essenziali del suo cinema, la maestria della mimica e il raffinato lavoro sul sonoro. Si saluta un mondo caricaturale, quasi fiabesco se rapportato al quotidiano, dove il sorriso rappresenta la prerogativa indispensabile della vita; si saluta altresì l'atmosfera e il sentimento di un'epoca dove la tradizione riusciva ancora a tenere il passo dell'innovazione e della modernità (tesi che verrà smascherata ed elaborata nelle opere immediatamente successive). Il francobollo affrancato sull'ultimo fotogramma della pellicola è poi il tocco di genio conclusivo, la firma su una meravigliosa "cartolina" dalla quale ancora oggi si respira una freschezza straordinaria per la capacità attraverso la quale il suo autore ha saputo rivelare le sue doti di profeta anticipatore.


Scritto con Jacques Lagrange (che da quel momento divenne collaboratore alle sceneggiature di Tati fino alla sua morte), "Le vacanze di Monsieur Hulot" ottenne il premio della critica internazionale al Festival di Cannes e il prestigioso Premio Delluc, oltre al successo generale favoritogli dal pubblico che condusse la figura del personaggio protagonista a tornare alla carica nel 1958 con "Mio zio", dove Tati rende manifesta una società che va avviandosi verso una disumanizzazione figlia della routine alienante di una vita sempre più meccanica e standardizzata, e soprattutto nel 1967 in quello che è considerato l'altro suo grande capolavoro: "Playtime", in cui la satira sui riti sociali viene portata allo stremo, evidenziando gli assurdi ritmi quotidiani di una metropoli ultramoderna. A fronte di un costo di produzione esorbitante (Tati ricreò una città intera che prese il nome di Tativille) la pellicola si rivelò un fallimento soprattutto dal punto di vista remunerativo. Utilizzando le belle parole di Morandini, "Playtime" è il film in cui "Tati ha più sopravvalutato l'intelligenza del pubblico e la capacità di attenzione dello spettatore"³. In Italia la sua comicità dal retrogusto un po' amaro e tendente alla satira sociale ha influenzato il Maurizio Nichetti degli anni del riflusso ("Ratataplan", 1979 e "Ho fatto splash", 1980), erede di un cinema dove timore e spensieratezza convergono nella stessa direzione. È lo stesso Nichetti a dichiarare che "i film di Tati, con tutta la loro stilizzazione, invenzione, fantasia, assolutamente fuori da canoni realistici, raccontano però le ansie e le angosce dell'uomo degli anni Cinquanta e Sessanta, a contatto con una tecnologia, una modernità che lo trovava assolutamente spiazzato"4. L'ultima comparsa di Monsieur Hulot, immerso nel caotico traffico parigino, è la premessa alla più degna delle conclusioni: l'ultimo atto di Jacques Tati fu difatti quel progetto per la tv sul mondo circense ("Parade", 1974) che fu in grado di trasmettere una vitalità pari a quella già messa in mostra dai grandi maestri e colleghi Fellini e DeMille. Un epilogo essenziale, quasi necessario, per riaffermare le sue mirabolanti doti da mimo e svelare definitivamente la grande anima di un vecchio che ha trovato nel divertimento e nel sorriso la sua principale ragione di vita. In epoca ben più recente (nel 2010) Sophie Tatischeff, figlia del regista, ha consegnato a Sylvain Chomet una sceneggiatura inedita che ha preso forma nel leggero e toccante film d'animazione "L'illusionista", opera ispirata alla figura del grande regista francese e dedicata alla stessa figlia Sophie.


Nell'arco d'oltre un ventennio di cinema tatiano, "Le vacanze di Monsieur Hulot" rappresenta il film in cui si respira il vero "tempo di divertimento", quello puro e incontaminato dalla modernità incombente. Una pellicola limpida, elegante ed emozionante prima ancora che esilarante, nella quale il mondo intero ha potuto avere l'onore di conoscere una persona diversa, quasi astratta nella sua unicità. Una persona gentile e umile, buffa e innocente che la società contemporanea ha urgente necessità di riabbracciare al più presto al fine di ritrovare se stessa.

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¹ Nell'Inno "A Satana" scritto da Giosuè Carducci nel 1863, reazionari e conservatori giudicavano Satana come simbolo della modernità da condannare in tutte le sue forme. Per contro Carducci ne rovescia la medaglia, celebrandone la figura e aprendo le porte al modernismo sfrenato messo per immagini dal cinema di Jacques Tati.

² Paolo Mereghetti ne "Il Mereghetti. Dizionario dei film", Baldini Castoldi Dalai, 2008.

³ Morando Morandini ne "Il Morandini. Dizionario dei film", Zanichelli, 2009.

4 Maurizio Nichetti in "Il gesto sonoro. Il cinema di Jacques Tati", a cura di Giorgio Placereani e Fabiano Rosso. Il Castoro, 2002