CAST & CREDITS

cast:
Martina García, Quim Gutiérrez, Clara Lago

regia:
Andrés Baiz

distribuzione:
Hispano Foxfilms Sae, Dynamo

durata:
95'

produzione:
Avalon, Cactus Flower, Dynamo, Fox International Productions

sceneggiatura:
Andrés Baiz, Hatem Khraiche

fotografia:
Josep M. Civit

scenografie:
Bernardo Trujillo

montaggio:
Roberto Otero

musiche:
Federico Jusid

La verità nascosta | Recensione | Ondacinema

La verità nascosta

di Andrés Baiz

thriller, Colombia/Spagna (2011)

di Lorenzo Taddei

Voto: 6.5

Adrian (Quim Gutiérrez) accetta l'incarico di dirigere la Filarmonica di Bogotà. La sua compagna Belen (Clara Lago) decide di seguirlo. I due si trasferiscono dalla Spagna in Colombia, in una meravigliosa villa poco fuori la capitale. Dopo un paio di mesi Belen scompare nel nulla. Adrian si dispera, poi allevia la disperazione con Fabiana (Martina Garcia), cha avrà in mano la chiave per svelare il mistero.
Questa la ricostruzione dei fatti. Tenendo conto che la cosa migliore sarebbe saperne il meno possibile e sedersi in sala senza aver visto il trailer.

Dopo il successo ottenuto in patria con "Satanas" nel 2007, film celebrato anche in festival internazionali come quelli di Montecarlo e San Sebastian, il regista colombiano Andrés Baiz presenta il suo secondo lungometraggio definendolo "una storia universale, che si discosta dalla maggior parte dei film colombiani, incentrati sui conflitti nazionali o su questioni di classe, e parla invece di possesso, gelosia, di amore perverso."

Il titolo originale del film, "La Cara Oculta", letteralmente "la faccia nascosta" o anche "il lato oscuro" è stato tradotto con "La verità nascosta", secondo una scelta mirata a rievocare il quasi omonimo film di Zemeckis. Una scelta si direbbe funzionale al depistaggio orchestrato dal regista. In effetti all'inizio sembra più che una semplice rievocazione e ci sono tutte le premesse per l'entrata in scena del fantasma incavolato di Belen. Fabiana è una giovane cameriera sexy e goffa allo stesso tempo, che si prodiga nei più comuni stereotipi del ghost-thriller e pare la vittima ideale del poltergeist. L'acqua nella vasca è increspata da uno strano moto ondoso, dallo scarico del lavandino sale un'eco lontana. E se invece Belen fosse in qualche modo viva?

La risposta è sì, forse.
Attraverso lo specchio - al di là dello specchio - è la stessa Belen, nella sua unica apparizione horror, a chiarirci almeno parzialmente le idee. Il make up non lascia dubbi sull'ira che la pervade, mentre restano serie perplessità sul suo stato di salute.

Da qui si ricomincia.
Comincia proprio un altro film. Dopo la prima parte interlocutoria, spalmata di dialoghi insulsi, il ritmo e l'atmosfera cambiano bruscamente. Dal punto di vista di Fabiana si passa a quello di Belen. Un flashback spiega la sua scomparsa, mostra allo spettatore  la "faccia nascosta" delle scene che ha già visto, rendendolo complice di una verità che i personaggi ancora non conoscono.

Scongiurata dunque l'ipotesi fantasma, ci addentriamo in un gioco assurdo, in cui amore, tradimento, possesso e gelosia, si mescolano fino a cristallizzarsi in questa splendida villa dal cuore insonorizzato e specchi unidirezionali. Il bunker stesso diventa personaggio, nel suo risvegliarsi dopo decenni di polvere, per uno scopo del tutto diverso da quello per cui era stato progettato.

La fotografia si fa di colpo cupa. Alla camera fissa si sostituisce un uso sempre più frequente della camera a mano, di primi e primissimi piani, che insieme amplificano quel senso di isolamento claustrofobico, che rimanda al tetro appartamento di "Repulsione" di Polanski, o al "sogno" a occhi aperti del protagonista di "Apri gli occhi" di Amenabar.
Solo che questo non è un sogno. Belen subisce impotente la ritorsione della sua stessa vendetta. Intrappolata nel bunker, osserva dapprima lo sconforto del compagno, poi il suo lato oscuro che quasi per stizza si scopa Fabiana.
Ma alla collera per il tradimento segue ben presto un'altra priorità: la sopravvivenza.
La tensione cresce man mano che Belen diviene cosciente della propria impotenza, lo spettatore partecipa al suo sgomento, spera con lei, fino a raggiungere il climax, quando il flashback si esaurisce nel momento da cui era partito. Fabiana può liberarla, ma decide di non farlo.
L'abbraccio con Adrian, dinanzi allo specchio, è un istante che si dilata nel tempo, rappresenta l'incontro tra voyeurismo ed esibizionismo, in uno sguardo lo scontro fra Belen e Fabiana.

La scelta di due donne e l'attenzione su le due opposte pulsioni di guardare ed essere guardati, sono un chiaro riferimento ad Alfred Hitchcock.
"La verità nascosta" è in effetti un thriller moderno nella sua realizzazione (viene subito in mente "Panic Room" di Fincher), ma con molti riferimenti classici, "hitchcokiani", per esempio nella scelta di una suspense che gioca sull'attesa, sull'effetto ansiogeno che provoca nello spettatore essere a conoscenza di cose che i personaggi non sanno.
Del grande maestro inglese ricorda la gelosia per Rebecca - e la sua scomparsa - nel film "Rebecca" del 1940, o il cambio di prospettive nella narrazione de "Il Sospetto", dell'anno seguente.

Senza ricorrere all'effetto sorpresa, né a particolari effetti speciali, ma affidando all'efficace montaggio di Roberto Otero e alla colonna sonora di Federico Jusid il compito di caricare il film di tensione, Baiz ha costruito un thriller che nel complesso regge, se benevolmente si considera la prima parte propedeutica al "decollo" della seconda.
Qualche perplessità sull'attenzione eccessiva dedicata a personaggi di secondo piano, come i due poliziotti e sull'interpretazione poco credibile della giovanissima Martina Garcia, priva di quell'intensità - dimostrata invece da Clara Lago - che si direbbe ragionevole in una situazione così estrema.
Il catalano Quim Gutiérrez, senza particolari virtuosismi, si afferma come raccordo - non a caso è un direttore d'orchestra - fra i due poli femminili. Pur essendo causa e oggetto del contendere, Adrian non saprà mai cos'è successo. In altre parole, per l'uomo, la verità resta nascosta.