CAST & CREDITS

regia:
Peter Sohn

distribuzione:
Walt Disney Pictures

durata:
100'

produzione:
Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures

sceneggiatura:
Meg Lefauve

musiche:
Mychael Danna e Jeff Danna

Il viaggio di Arlo | Recensione | Ondacinema

Il viaggio di Arlo

di Peter Sohn

fantascienza, animazione, Usa (2015)

di Giancarlo Usai

Voto: 7.0

È curioso notare come dietro un film per bambini ci sia una storia produttiva complessa e, a tratti, drammatica. "Il viaggio di Arlo", il nuovo film Pixar diretto da Peter Sohn, ha avuto infatti una lunga e sofferta gestazione, annunciato dopo la realizzazione di "Up" dal regista Bob Peterson, fedelissimo del padre-padrone John Lasseter. Ma il soggetto di partenza, che pure aveva conquistato il fondatore della casa di produzione, si era poi arenato di fronte a un gigantesco vuoto creativo. A Lasseter era piaciuta l'intuizione di Peterson di fare un film sui dinosauri erbivori, sulla loro propensione a una vita agreste, in cui a rappresentare il tradizionale ruolo dell'antagonista non fosse il solito tirannosauro, ma la crudeltà della Natura stessa. E ciò che aveva conquistato il creatore di "Toy Story" era stata anche l'intuizione di un anacronismo inserito all'origine della storia: il meteorite che avrebbe dovuto estinguere per sempre i giganteschi rettili avrebbe in realtà solo sfiorato la Terra, permettendo ai dinosauri di sopravvivere per milioni di anni in più, fino a incontrarsi con l'essere umano.
Peterson, forse troppo innamorato del suo progetto, sembrò non riuscire a sbrogliare la matassa, ritardando in continuazione la conclusione del lavoro, inserendo una volta di più, insieme ai suoi animatori di fiducia, nuove scene, nuovi dialoghi, nuove ipotesi di conclusione della storia. E lì intervenne Lasseter, genio dall'aria pacioccona ma crudele come nessun altro (come anche Steve Jobs aveva a suo tempo testimoniato), che decise di licenziare decine di collaboratori di Peterson, considerati inefficienti, e affidare a un altro uomo Pixar, per l'appunto Sohn, la prosecuzione dei lavori.

Insomma, quello che doveva essere un episodio "minore" della produzione magnifica dello studio di animazione più importante d'America risultò trasformarsi alla lunga in un soggetto maledetto. Ora esce al cinema, a distanza di sei anni dalla sua ideazione e possiamo finalmente valutarne il risultato finale, al netto delle solite incertezze dovute alle troppe mani che ci hanno lavorato. Diciamolo con chiarezza: anche "Il viaggio di Arlo" porta a casa il risultato e lascia delle belle sensazioni a visione ultimata. Certo, si tratta di un'opera meno ambiziosa dei suoi "fratelli maggiori", a maggior ragione se consideriamo il fatto che l'uscita giunge a pochi mesi da quella dell'apprezzatissimo "Inside Out". Inoltre, l'immaginario visivo è molto meno fantasmagorico di altre volte, anche se la meticolosità tecnica dell'animazione Pixar continua a non conoscere passi falsi.
Sorprende, più che altro, sottolineare come gli autori della casa che ha partorito capolavori come "A Bug's Life" o "Wall-E" sia più a suo agio quando insegue una costruzione narrativa più adulta, libera dagli inevitabili vincoli che un racconto specificamente pensato per i più piccoli, invece, porta in dote. Il racconto di formazione è sicuramente facile: si tratta di una famiglia di dinosauri, il cui cucciolo più piccolo, Arlo per l'appunto, ha paura del mondo che lo circonda. Non muove un passo senza tremare, non riesce a portare a termine alcun compito senza fallire. Un grave imprevisto lo porta lontano da casa, a perdersi nella natura selvaggia.

Da lì, inizia un'avventurosa odissea per ritrovare la via del ritorno, percorso grazie a cui Arlo maturerà fino a tornare in famiglia cambiato. Insomma, la prima parte del film, ambientata nella fattoria domestica, è piuttosto noiosa e lascia anche i ragazzini interdetti: non c'è reale interesse per la vita contadina, né per le dinamiche interne al singolare nucleo familiare. Qui si nota tutta, nella sua negatività, la storia produttiva del lungometraggio, che galleggia senza arte né parte per una buona mezz'ora in attesa del capovolgimento di scena con l'inizio del viaggio. I contorni elementari di questi dinosauri, i dialoghi basici, la latitanza del ritmo: tutto farebbe pensare a un risultato complessivo mediocre.
Nella seconda parte, però, riconosciamo il gusto Pixar per il divertimento inteso nel senso più pieno del termine: gli occhi, le orecchie, il cervello, il cuore, tutto è nuovamente coinvolto nelle peripezie di Arlo e del suo giovane e muto compagno di viaggio (l'umano Spot). Le trovate visive tratteggiano paesaggi incontaminati mozzafiato, il 3D non è mai invadente e utilizzato con discrezione a fini ludici a vantaggio dei bambini che resteranno estasiati. E in più, si torna a veleggiare sui consueti ritmi Pixar. Certo, tutto vola ad altezze non eccezionali, c'è una morale di crescita abbastanza spicciola e il canovaccio del viaggio come metafora della maturazione individuale non è proprio la trovata più originale; ma, nonostante tutto, Sohn si toglie anche lo sfizio di qualche intuizione che costituisce ormai un marchio di fabbrica, dalle situazioni connotate da un umorismo strisciante al solito gioco di rimandi e citazioni.

Tutta la parte dell'incontro con i tre tirannosauri è un lungo e partecipato omaggio al genere western: il modello è più "Scappo dalla città" che "Il mucchio selvaggio", ma l'esito non cambia: musica, ambientazioni, toni della narrazione si adattano come a ricreare una riproduzione in scala naturale. E il buon Butch ha alcuni tratti fisici che ricordano neanche lontanamente il compianto Jack Palance.
Insomma, forse stavolta vi divertirete di meno, se avete più di quattordici anni, ma tutto sommato non fa male guardarsi attorno, nel buio della sala, e godersi gli sguardi rapiti degli spettatori più giovani...
Ultima annotazione, preoccupata: ultimamente, si va verso un peggioramento dei cortometraggi di apertura, sempre più confusi tra un romanticismo d'accatto e una serie di invenzioni visive discutibili. Il corto che precede "Il viaggio di Arlo" è a tratti imbarazzante.