CAST & CREDITS

cast:
Daniel Radcliffe, James McAvoy, Jessica Brown Findlay, Andrew Scott, Charles Dance

regia:
Paul McGuigan

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
110'

produzione:
20th Century Fox, Davis Entertainment

sceneggiatura:
Max Landis

fotografia:
Fabian Wagner

scenografie:
Eve Stewart

montaggio:
Andrew Hulme

costumi:
Jany Temime

musiche:
Craig Armstrong

Victor - La storia segreta del Dottor Frankenstein | Recensione | Ondacinema

Victor - La storia segreta del Dottor Frankenstein

di Paul McGuigan

drammatico, orrore, fantascienza, Usa (2016)

di Matteo Pernini

Voto: 6.0

Il pubblico letterario è, da sempre, il più suscettibile e non manca di indursi un appropriato mal di stomaco ogniqualvolta un classico della letteratura incontra la luce del proiettore. Di recente ha potuto accogliere con il dovuto biasimo il "Frankenstein" di Bernard Rose - un giudizio, a onor del vero, cui non stentiamo a unirci - e non sarà parso vero a questi strenui tutori dell'ordine cartaceo di avere l'opportunità, ad appena poche settimane di distanza, di dirigere i loro strali contro un nuovo adattamento del romanzo di Mary Shelley, il cui titolo italiano sostituisce alla secchezza enunciativa dell'originale, un occhiello vagamente sornione: "La storia segreta del dottor Frankenstein".
Ci sarebbe, certo, anche da riflettere sulla mediocrità di un'industria costretta a licenziare sempre i medesimi soggetti, ma, a dispetto di una creatività produttiva ormai arresa alla monotonia dei temi e degli stilemi, vorremmo qui difendere, per quanto possibile, dalle eccessive ingiurie questo filmetto spensierato, che, senza aggiornare il testo, si diverte a inseguirne la mitologia con gusto popolaresco.

Che al regista Paul McGuigan, dell'originale "Frankenstein", importi assai poco appare evidente sin dalle prime sequenze. Non arriviamo a suggerire che qualunque altro libro avrebbe potuto servire il suo scopo per solo timore di iperbole, ma, in effetti, quel che egli trae dall'opera di Shelley è meno che l'ossatura: alcune scene appena - riassunte in incipit dalla voce narrante - e, forse, un certo gusto epico del racconto. Tutto il resto è suggestione cinematografica, in un senso tradizionalmente hollywoodiano.
Dalla pellicola di James Whale, che nel 1931 per prima immortalò in un lungometraggio le gesta del moderno Prometeo, McGuigan trae la figura dell'assistente gobbo, per poi riscriverne le origini e offrirgli in eredità il nome di Igor - il medesimo del personaggio interpretato da Bela Lugosi  ne "Il figlio di Frankenstein" (1939); dallo "Sherlock Holmes" di Guy Ritchie deduce l'ardito marchio di un'estetica chiassosa, sempre incline a sconfinare nel cattivo gusto; dalla sorveglianza produttiva della 20th Century Fox il gusto per un ottocento manierato, che l'impiego di focali lunghe appiattisce in artefatte illustrazioni.
È in questo mondo di tendaggi, plastica e velluti, in questo cinema anonimo e fieramente seriale che si informa e sviluppa il nucleo della storia, quel suo vagare ad ampio raggio tra i nodi di un intreccio arcinoto, sino a perdersi in ironie, digressioni e storie parallele. Di Shelley quasi non v'é traccia; perché, dunque, ostinarsi a cercarla?

Un buon esercizio, per comprendere la natura rocambolesca della storia, è tentarne il riassunto in poche righe. Una voce fuori campo ci introduce nel circo di Lord Barnaby. Nostro cicerone è un giovane clown (Daniel Radcliffe), umiliato per la propria deformità. Ha una grande passione: l'anatomia umana, cui dedica un attento studio quotidiano. Una sera mette a frutto le conoscenze acquisite salvando dall'asfissia una trapezista, malamente scivolata a terra. Alla scena assiste un giovane misterioso, che, colpito dalla manovra, decide all'istante di liberare il clown per farlo diventare suo assistente. L'inverosimile fuga si conclude nell'appartamento del giovane, che apprendiamo essere uno studente di medicina di nome Victor Frankenstein (James McAvoy). Dopo aver curato la gobba del clown - imputabile non a una deformità congenita, ma a un ascesso - il futuro medico propone allo sventurato compagno di assisterlo nelle sue ricerche, tese a rianimare la materia inanimata.
Fermiamoci, ora, e tiriamo il fiato. Vi è già, in queste righe, materia sufficiente per una intera pellicola, ma nel film di McGuigan tale congerie di vicende non occupa che una ventina di minuti. E si è taciuto dell'ispettore sulle tracce dei due fuggiaschi, delle sorti della trapezista, delle vivaci occasioni mondane, delle dimostrazioni all'università, degli ambigui interessi di un untuoso nobile inglese e via dicendo.
Gli interrogativi etici, cui Bernard Rose era stato così sensibile, svaniscono, qui, in una chiacchiera superficiale e ridanciana, soccombono al serrato affastellarsi degli eventi.

A chi chiedesse un intrattenimento che vada oltre un certo gusto da avanspettacolo non potremmo raccomandare questa operetta di McGuigan, che, del resto si compiace senza riserve della sua grezza spettacolarità. Stupiscono, in questo senso, gli attacchi vibrati alla recitazione di Daniel Radcliffe: a quale scopo? Si dice che egli possieda un'unica espressione: ne conveniamo; il punto è che nemmeno quella serve al regista. Del resto, la storia avanza per inerzia, guidata dai cliché dello spettacolo hollywoodiano; cosa dovremmo leggere sul volto di Radcliffe che la tradizione non ci riveli già con precisione? Di quale moto dell'animo dovremmo indovinare l'origine che non sia già impresso nella nostra memoria di spettatori? Tutto è già scritto e, nell'economia del film, una parola o un gesto bastano a compensare la più caparbia inespressività. Lodiamo, invece, la cura del regista, che consapevole della materia da plasmare, non eccede in primi piani e si adagia spesso in campo medio per cogliere il movimento.