CAST & CREDITS

cast:
Catherine Missal, James Michael Imperioli, Danny Pudi, Patricia Arquette, Moritz Bleibtreu

regia:
Sam Garbarski

distribuzione:
Officine Ubu

durata:
96'

sceneggiatura:
Matthew Robbins, Philippe Blasband, Sam Garbarski

fotografia:
Alain Duplantier

scenografie:
Véronique Sacrez

montaggio:
Sandrine Deegen

Vijay - Il mio amico indiano | Recensione | Ondacinema

Vijay - Il mio amico indiano

di Sam Garbarski

commedia, Belgio/Lussemburgo/Germania (2014)

di Giancarlo Usai

Voto: 4.0

"Vijay" è un film cosmopolita nel senso migliore del termine: un regista belga, ma giramondo, un protagonista tedesco, una comprimaria nota al grande pubblico per i suoi ruoli di secondo piano a Hollywood, un'ambientazione newyorchese e un'ibridazione con i cliché dello star system del cinema commerciale indiano. Tutto questo lascerebbe presagire una commedia dai toni decisamente brillanti, capace di produrre una qualche alchimia magnetica.
Niente di tutto questo, purtroppo. La regia di Sam Garbarski, partendo da delle buone, seppur non certo originali, premesse di sceneggiatura, si perde immediatamente in un racconto iper-convenzionale, messo in scena con una prevedibilità alla lunga stucchevole.

Ma partiamo dal principio. Partiamo, cioè, da Will, che a quarant'anni continua a recitare la parte dell'idiota in show tv per bambini e ha una famiglia che palesemente non lo stima, tanto da dimenticare il suo compleanno e mandarlo definitivamente in crisi esistenziale. La sua auto viene rubata, finisce in un rogo ripreso dalle telecamere dei telegiornali e velocemente si sparge la notizia che egli sia morto nell'incendio. Ecco che Will decide di concedersi una seconda opportunità e si inventa un alter ego indiano, tale Vijay, appunto, che si palesa al suo funerale ed entra piano piano nella vita della sua stessa famiglia.

L'idea di affrontare la vita sul binario parallelo di un'altra identità, trovata comica che fa il verso al Robin Williams-governante dei suoi figli in "Mrs. Doubtfire", era comunque un'occasione da poter sfruttare meglio. Il contrasto tra il nucleo familiare medio borghese di Manhattan e un sikh dotato di barba e turbante poteva essere foriero di una serie di situazioni stimolanti sia da un punto di vista narrativo, sia da uno più strettamente comico. Invece, anche volendo tralasciare l'implausibilità del travestimento di Will (davvero dobbiamo credere che la moglie non lo riconosca?), è la povertà del soggetto filmico che colpisce: il tutto, infatti, si riduce a un lungo e abbastanza noioso secondo corteggiamento con la moglie-vedova, il cui versante più esilarante è per altro affidato a una serie di stereotipi sulla civiltà indiana davvero avvilenti. E qui a fare da padrone sono battute che fanno del luogo comune (dal sesso al cibo, dalla religione alla politica) una costante immutabile.

La commedia cosmopolita allora diventa l'ennesima variazione di un film sentimentale che tenta vanamente di essere divertente. Seppure Moritz Bleibtreu è bravo e versatile come sempre nel passare dalle sembianze originarie a quelle del finto Vijay, ogni altro spunto più interessante viene accantonato appena messo in scena. Dal senso stesso della seconda occasione a quello della doppiezza dell'identità umana, dalla riflessione sul fallimento della vita precedente fino al rapporto da ricostruire con una società che accoglie uno "straniero" dopo aver respinto un "connazionale": tutto viene esposto prima e dimenticato nella sequenza successiva.

Garbarski, al suo quarto film ma solo al secondo distribuito in Italia dopo il successo di "Irina Palm", è un autore cui non mancano le trovate di sceneggiatura, anche se, va detto, nella sua ingenuità e nel suo essere imbranato, Vijay sembra forse troppo una poco riuscita imitazione del Peter Sellers di "Hollywood Party". Eppure, è nelle scelte di regia che Garbarski non riesce a risollevare un'opera stanca: il ritmo langue troppo spesso, le sequenze dialogate sono allungate allo stremo, i tempi comici vengono annacquati quasi sempre per poter liberare, nel buio della sala, una sana risata.

Insomma, di questo "Amico indiano" vale la pena salvare un buono spunto di partenza e la valida interpretazione di Bleibtreu, a suo agio nei panni di un mattatore al centro della scena. Ma se davvero Garbarski aveva sognato la sua personale versione di una commedia multirazziale che riflettesse sull'uomo alla ricerca della sua identità, forse il regista belga va rimandato: a soffrire di una seria crisi d'identità al momento c'è soprattutto il suo cinema.