CAST & CREDITS

cast:
César De Sutter, Raf Walschaerts, Mira Helmer, Brent Minne, Koen De Sutter

regia:
Bas Devos

durata:
85'

produzione:
Minds Meet

sceneggiatura:
Bas Devos

fotografia:
Nicolas Karakatsanis

scenografie:
Jeff Otte

montaggio:
Dieter Diependaele

costumi:
Bho Roostermann

musiche:
Deafheaven

Violet | Recensione | Ondacinema

Violet

di Bas Devos

drammatico, Belgio/Olanda (2014)

di Alessandro Viale

Voto: 6.0
Nell'incipit del film vediamo, attraverso gli occhi delle telecamere a circuito chiuso di un centro commerciale, l'omicidio di un ragazzino. Un accoltellamento fra coetanei freddo e apparentemente immotivato. Il film che ne segue è l'esplorazione delle conseguenze che porta tale gesto senza senso sulla psiche di un amico della vittima che ha assistito impotente all'aggressione.
L'ambiente è borghese: bel quartiere residenziale, casette con giardino e ragazzini appassionati di BMX che passano il tempo tra tricks con le biciclette e poche parole. Non c'è una vera trama, ma episodi giustapposti. Lo sviluppo narrativo lascia il posto a un accumulo di sensazioni ed eventi e l'azione è cristallizzata.

Bas Devos, all'esordio sul lungometraggio, vuole in qualche modo dare un forte imprinting al film adottando uno stile piuttosto aggressivo ma purtroppo poco originale. Dal punto di vista narrativo e formale è evidente l'influenza di Gus Van Sant. Un'inquadratura in particolare, del ragazzo di spalle che ritorna sul luogo del delitto, riporta direttamente a "Elephant" del 2003. Di per sé non è certo un male avere come riferimento un regista che ha dimostrato negli anni di saper raccontare con delicatezza e profondità la gioventù più difficile. Il problema nel caso di Devos è forse tecnico: adottare per buona parte del film una focale che elimina la profondità di campo totalmente è un azzardo, specie se abbinata a cambi di fuoco costanti su elementi del quadro. Che in realtà è un tipo di immagine che domina in certi settori video pubblicitari, e non è certo un complimento. Oltre a tutto questo il regista utilizza degli intermezzi visionari, che guardano alla videoarte: luci, colori, immagini elaborate il cui senso è di difficile interpretazione. Probabilmente cerca un calore, in questi momenti, che per tutto il film viene evitato categoricamente. 
Ad un tratto, però, una scena potente e splendida: una camera fissa che zooma lentamente sul volto del protagonista durante un concerto. Il suo sguardo perso, forse alleggerito per un attimo, e dei flash di luce che a ritmo sincopato mostrano il suo essere isolato nel dolore sebbene immerso in una folla. Una vera perla registica che riscatta buona parte del film. Tanto da fungere da perno al resto della visione e da permetterci di capire che il regista ha un potenziale da esprimere. Lo stesso vale per la scena iniziale, non tanto per l'originalità, perché l'uso dell'occhio delle camere di sorveglianza è noto nel cinema, ma nel suo modo di raggelare attraverso un doppio filtro (lo schermo che trasmette il circuito chiuso e l'occhio del regista) l'assurdità della violenza, l'insensatezza di un omicidio.

Una scommessa, insomma, vinta solo in parte quella di mischiare uno stile à la mode a lunghi e lenti piani sequenza, a immagini ieratiche e riflessive perché il film ha una sua densità di fondo che è l'analisi del dramma intimo di un ragazzo che ha perso un amico, di una famiglia che ha perso un figlio e di una comunità in qualche modo spezzata. E solo allora assumono un valore i lunghi silenzi e gli sguardi persi nel vuoto.