CAST & CREDITS

cast:
David Garrett, Jared Harris, Andrea Deck, Christian McKay

regia:
Bernard Rose

distribuzione:
Academy Two

durata:
122'

produzione:
Österreichischer Rundfunk, Arte, Sky Deutschland, David Garrett

sceneggiatura:
Bernard Rose

fotografia:
Bernard Rose

scenografie:
Christoph Kanter

montaggio:
Britta Nahler

costumi:
Birgit Hutter

musiche:
David Garrett, Franck Van Der Heijden

Il violinista del diavolo | Recensione | Ondacinema

Il violinista del diavolo

di Bernard Rose

drammatico, Germania/Italia (2014)

di Matteo Pernini

Voto: 4.0

A voler contare le sopracciglia sollevate al termine della proiezione di questo nuovo lavoro del poliedrico Bernard Rose si farebbe presto solo per l'esiguo numero dei presenti in sala. Non è certo un piacere constatarlo, anche perché, sebbene già da tempo le cartoline pop diffuse dai trailer avessero istillato nello spettatore la silenziosa coscienza di un imminente disastro, è pur vero che il talento sbandierato dal regista nell'ormai lontano "Candyman - Terrore dietro lo specchio", unito alla leggera versatilità con cui in carriera ha affrontato i generi più disparati, lasciava un margine di speranza dopo le incertezze della precedente incursione beethoveniana con "Amata immortale".

Affiancato dalla destrezza da schermidore dell'osannato David Garrett, il regista sceglie di ricostruire ne "Il violinista del diavolo" il misterioso frangente londinese della vita di Niccolò Paganini, senza  avvedersi di non essere né Miloš Forman (del cui splendido "Amadeus" neppure avvicina l'anima ludica e l'esaltante costruzione narrativa), né l'iperbolico Luhrmann (cui sembra guardare per l'innesto di motivi tipicamente moderni in uno spurio contesto d'epoca). E così il Paganini sfacciato e libertino di Rose, con i polsini a sbuffo e gli occhiali di John Lennon, ammalia platee di squittenti fanciulle, improvvisa evoluzioni ginniche degne di una rockstar, ruba lo strumento al primo violino dell'orchestra (che, colpito dai virtuosismi, lo ringrazia senza neppure tirargli un'archettata) e, tra un amplesso e l'altro, ha pure il vizio di fare patti col diavolo. Nella speranza di vedere finalmente riconosciuto il proprio talento, infatti, si affida in incipit alle cure di un agente dalla sospetta barbetta caprina (Jared Harris), che, in cambio dei suoi servigi, chiede null'altro che il possesso post mortem dell'anima del maestro. Ben felice di rimetterci così poco, Paganini sigla il contratto, ma l'enorme successo che gli arride non sembra sufficiente a sovvenzionare i suoi licenziosi piaceri e per impinguare le magre finanze si trova ben presto costretto ad accettare il consiglio del suo protettore e intraprendere una breve tournée in Inghilterra, dove l'intrepido impresario John Watson (Christian McKay) ha quasi ridotto sul lastrico l'intera famiglia pur di patrocinare la ribalta londinese del maestro italiano. Ma l'incontro con l'affascinante figlia di Watson turberà Paganini al punto da indurre il suo manager a un piano per salvaguardarne l'immagine di artista maledetto.

Già in questo confuso resoconto si dichiarano i limiti di una sceneggiatura che rinuncia senza rendersene conto al piacere del narrare, per aderire a una rete di bozzetti e cartoline da immaginario televisivo, spillate assieme senza alcuna urgenza consequenziale. E per quanto l'intento del regista sia evidentemente quello di scavalcare i paletti della biografia storica per restituire in tutta generalità l'immagine di un artista consumato dalla brama di successo e dall'isteria del divismo, pure non si comprende il ricorso ad un'iconografia tanto piatta e priva di struttura, così che dopo tre quarti di film si è ancora incerti su chi debba esserne il protagonista. Perso qualsiasi interesse per la storia, lo spettatore si abbandona all'arbitrio di un montaggio chiassoso incapace di distinguere tra ellissi e buchi narrativi, in attesa di un finale che, si crede, potrebbe arrivare in qualsiasi momento, anche nel mezzo di una scena di dialogo.

Ad illuminare sulle ragioni del progetto concorrono i titoli di coda, da cui apprendiamo lo sfaccettato impegno di Garrett come attore, compositore della colonna sonora e produttore, con l'aggiunta di un sincero ringraziamento per l'impegno e la dedizione riservati al film. Che il musicista fosse un esperto di marketing non era sfuggito a molti, ma viene da chiedersi quanto la concomitante uscita di un nuovo album dall'intrigante titolo "Garrett vs Paganini" abbia influito sulla discutibile scelta di affidare all'inesperienza di un violinista istrione il compito di tradurre sullo schermo la complessità umana di un Faust dell'era moderna. Poco altro si legge negli occhioni perennemente socchiusi di Garrett se non l'incredulità di essere di fronte a una macchina da presa e certo non bastano i volteggi della sua folta chioma a far dimenticare i tentennamenti di una performance, che ci lascia persino un filo rimpianto per la folle immedesimazione di Kinski nel suo incubo-fantasia su Paganini. Ma là, almeno, era il magnifico violino di Salvatore Accardo ad accompagnare le gesta furibonde e le acrobazie sessuali del protagonista. Ed era tutta un'altra storia.