CAST & CREDITS

cast:
Margherita Buy, Valeria Golino, Andrea Pittorino, Bruno Todeschini

regia:
Ivano De Matteo

distribuzione:
Teodora Film

durata:
100'

produzione:
Rodeo Drive, Barbary Films, Rai Cinema

sceneggiatura:
Valentina Ferlan, Ivano De Matteo

fotografia:
Duccio Cimatti

scenografie:
Alessandro Marrazzo

montaggio:
Marco Spoletini

costumi:
Valentina Taviani

musiche:
Francesco Cerasi

La vita possibile | Recensione | Ondacinema

La vita possibile

di Ivano De Matteo

drammatico, Italia (2016)

di Carlo Cerofolini

Voto: 5.5

Da quando nel 2009 è passato agli onori delle cronache cinematografiche per il complicato percorso distributivo de "La bella gente", recuperato alle sale italiane dopo un non meglio specificato ostracismo ideologico che in un primo momento gli aveva negato l'uscita nelle sale sottraendolo alla visione del pubblico nostrano (al contrario di quello francese che aveva avuto modo di vederlo e applaudirlo) Ivano De Matteo ha continuato a camminare sulla traccia di un solco narrativo caratterizzato dalla centralità del nucleo famigliare che la cinepresa del regista aveva colto nel momento stesso della sua disgregazione. In questo ambito, accanto ai fattori interni della crisi rappresentati dai tradimenti, dalle contraddizioni e dalle ipocrisie della famiglia borghese (culminate nel gioco al massacro messo in scena ne "I nostri figli") De Matteo ha cercato di raccontare la contemporaneità attraverso i mutamenti sociali che di volta in volta hanno accompagnato il succedersi dei fenomeni politici ed economici del paese. Così succedeva nel film interpretato da Elio Germano dove il contesto da gruppo di famiglia in un interno era l'occasione per lo spietato referto sullo stato di salute (alquanto precario) dell'intellighenzia democratica e progressista; altrettanto capitava ne "Gli equilibristi" in cui il precariato lavorativo e la mancanza di risorse finivano per dettare i tempi e i modi della separazione tra i due protagonisti.

"La vita possibile", da qualche giorno nelle sale italiane conferma le intenzioni di un cinema impegnato su due fronti: e quindi intimista nella volontà di raccontare il mondo attraverso emozioni e stati d'animo dei suoi personaggi; e allo stesso tempo attuale nel desiderio di esplorare e dare conto dei problemi reali delle persone con un tema come quello della violenza domestica che è il motivo scatenante della fuga a Torino di Anna e del figlio Valerio, costretti a riparare a casa di una amica di lei per sottrarsi ai maltrattamenti subiti dalla donna ad opera del marito. Ad essere in controtendenza rispetto alla filmografia di De Matteo è però lo spirito del film e di conseguenza il senso ultimo della storia. A differenza delle altre volte infatti "La vita possibile" procede in senso contrario partendo dalla fine e cioè dalla disintegrazione del nucleo famigliare che nello specifico non rappresenta l'epitaffio esistenziale posto dall'autore sulle vite dei protagonisti ma al contrario l'antefatto da cui iniziare a costruire un'altra vita, diversa e migliore di quella che la madre e il bambino si sono lasciati indietro.

Per raggiungere i suoi obiettivi "La vita possibile" non fa tabula rasa di ciò che è stato, dimenticandosi delle ragioni che hanno spinto i protagonisti ad accettare le incognite legate ad una vita diversa da quella che avevano avuto poco prima dell'inizio del film. Di Matteo infatti non esita a ritornare sul luogo del delitto, ma lo fa in modo figurato (perché ad eccezione dei minuti iniziali il luogo e le azioni del misfatto rimangono fuori campo) attraverso il dolore e le parole che costituiscono l'elaborazione del lutto da parte delle vittime. In più, nel filmare la via crucis dei protagonisti il regista si preoccupa di mettere in circolo gli anticorpi della crisi innestandoli nelle conoscenze e negli imprevisti a cui Anna e Valerio andranno incontro nel corso del soggiorno piemontese. Da qui presenza di una trama a doppio binario che prevede da una parte il corpus più sostanzioso del film, quello ambientato quasi esclusivamente in interni (della casa di Carla, l'amica ritrovata) in cui la dialettica tra madre e il figlio e il confronto tra i sensi di colpa della prima e la frustrazione del secondo offrono a De Matteo la chance di entrare nel merito della questione relativa ai soprusi e alle angherie subite da Anna con delicatezza e sensibilità, e senza cadere nella contraddizione (di cui invece si macchia il nuovo film di Mel Gibson) di condannare la violenza utilizzando immagini che nell'accezione spettacolare e voyeuristica della messinscena finiscono per ottenere l'effetto opposto; dall'altra una serie di digressioni narrative corrispondenti al desiderio dei protagonisti di trovare un altrove in grado di regalargli un barlume di speranza.

Pur assicurandosi una buona dose di verosimiglianza attraverso le performance dei suoi attori De Matteo procede in totale controtendenza rispetto a buona parte del nostro cinema d'autore optando per una messinscena anti naturalistica che interiorizza la vicenda sincronizzandola ai cambi d'umore dei protagonisti. Da cui l'utilizzo di una fotografia iperrealistica e desaturata, fatta di cromie intermedie che esaltano la dimensione transitoria di personaggi perennemente in bilico tra il passato e il presente delle loro vite. E soprattutto l'inserimento di passaggi di pura contemplazione quasi sempre chiamati a rispecchiare la solitudine delle parti in causa; rintracciabile, quest'ultima, in certi squarci del paesaggio autunnale che nell'indifferente ciclicità del suo divenire (e per esempio nell'incessante fluire delle acque del Pò o in certe panoramiche notturne) sembra voler frustrare, acuendolo, il bisogno di appartenenza dei due transfughi. Oppure nella mancanza della figura paterna riflessa metaforicamente nella scena in cui Valerio osserva Mathieu - il ristoratore francese che vive nel quartiere - intento a prendersi cura di un gruppo di gatti randagi; per non dire dell'alienazione di Carla costretta dal bisogno di soldi ad accettare un lavoro presso una ditta di pulizie e per questo filmata (in campo lungo) in modo che l'esasperazione volumetrica degli uffici in cui lavora riesca a rendere il senso di vuoto che attanaglia l'esistenza della donna. Così facendo "La vita possibile" assume in parte i toni di un racconto favolistico di cui situazioni e personaggi smettono di essere persone reali per diventare gli elementi di un dispositivo costruito per archetiipi. In questo modo Carla, Mathieu e anche la giovane prostituta di cui a un certo punto Valerio diventa amico pur appartenendo al mondo reale non riescono a parteciparvi in maniera completa in ragione di un contributo che appare insufficiente tanto nella prima sezione, quando a prevalere sono gli aspetti cronachistici e pragmatici della vicenda, quanto nella seconda, in cui a farla da padrone è invece una visione ideale delle cose. Ma la convinzione di avere assistito a qualcosa d'incompiuto e di essere in debito per le cose che "La vita possibile" non è riuscita a dirci (in relazione al tema centrale del film) appartiene anche alla modalità della struttura narrativa che dapprima promette di aprirsi al contesto umano e sociale che ruota intorno al centro della storia, affidando all'interazione tra questo e i protagonisti il compito di far progredire la trama e che poi - come dicevamo sopra - vi rinuncia, trasformando tale esperienza in un' estensione emotiva di Anna e Valerio.