CAST & CREDITS

cast:
Ulrich Tukur, Martina Gedeck, Sebastian Koch, Ulrich Mühe

regia:
Florian Henckel von Donnersmarck

distribuzione:
01 Distribution

durata:
137'

sceneggiatura:
Florian Henckel von Donnersmarck

fotografia:
Hagen Bogdanski

Le vite degli altri | Recensione | Ondacinema

Le vite degli altri

di Florian Henckel von Donnersmarck

drammatico, Germania (2006)

di Alessandro Baratti

Voto: 6.5

Robusto e avvincente come un discreto film americano classico, “Das Leben der Anderen” segna il successo internazionale più clamoroso della stagione, di critica (Oscar, Oscar europeo, Premio del pubblico a Locarno, dopo il “gran rifiuto” dei selezionatori di Berlino e Cannes) e di pubblico (sale gremite a Berlino come a Parigi, commozione diffusa, applausi scoscianti). La novità più evidente del film del trentaquattrenne Florian Henckel von Donnersmarckt, al suo primo lungometraggio, quella che sembra maggiormente aver commosso e avvinto l’opinione pubblica determinandone il trionfo è costituita dalla riapertura, in chiave genre (spy story+melò), di una delle pagine rimosse, e dunque non visibili, della recente storia tedesca (dell’ex Repubblica Democratica dell’Est): la prima metà degli anni 80, periodo che coincise con la deriva paranoide del regime, che segnò l’acme dello spionaggio, dell’uso della tortura fondata sul terrorismo psicologico disumano e disumanizzante, causando un aumento impressionante dei casi di suicidio nel milieu intellettuale.
Questioni come la libertà d’espressione, la dignità dell’arte e dell’uomo da opporre al controllo capillare del regine, della censura e della repressione sistematica del dissenso, la creatività stimolata dell’oppressione si impongono presto su nodi più problematici o niente aggiungono alle Conversazioni cinematografiche del passato. In questo senso, il titolo trae in inganno: non si tratta della vita degli altri, ma “soltanto” della vita di un altro, questo per dire che il fatto specifico resta tale, non avendo un respiro abbastanza ampio da elevarsi a paradigma universale, di “condizione”. Il regista gioca, dunque, su elementi che possano suscitare l’immediata indignazione più che la riflessione, senza peritarsi troppo di scendere in profondità, di scavare al di sotto della superficie degli eventi e dei personaggi, cedendo spesso ad una retorica del senno di poi che pare figlia di una visione teleologica della Storia che lascia il tempo che trova.
A titolo di esempio, relativo alla costruzione dei caratteri, perché, dopo aver cesellato con il giusto rigore ed invidiabile pulizia formale un personaggio potenzialmente “opaco” come l’agente della Stasi (la sua solitudine, la sua alienata disumanità), affida alla più ovvia delle tattiche il compito di suggerire la genesi del ravvedimento dell’uomo (folgorazione sulla “via di Brecht”)? Perché, al contrario, non approfondire il transfert tra lo scrittore e l’agente, lo spiato e la spia, ben più interessante e “determinante”? Perché questa discrepanza, questo scompenso tra la messa in luce delle ragioni delle vittime e dei torti dei carnefici?
Confermando la buona fattura (ottima tenuta drammatica, montaggio serrato, efficace mise en espace, bella fotografia dalle tonalità fredde), con qualche riserva sul cast (notevole Ulrich Mühe, mentre il drammaturgo Sebastian Koch, già visto nell’orrido “Black Book”, ha, a mio avviso, l’espressività di un carciofo lesso), resta tuttavia il rimpianto per un’occasione in parte mancata: nulla è da leggere in filigrana, nulla è da cogliere al di sotto di un primo (e unico) livello semantico.


(in collaborazione con Gli Spietati)