CAST & CREDITS

cast:
Judi Dench, Fenella Woolgar, Julian Wadham, Olivia Williams, Simon Callow, Tim Pigott-Smith, Michael Gambon, Paul Higgins, Adeel Akhtar, Eddie Izzard, Ali Fazal, Jonathan Harden

regia:
Stephen Frears

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
112'

produzione:
BBC Films, Cross Street Films, Perfect World Pictures, Working Title Films

sceneggiatura:
Lee Hall

fotografia:
Danny Cohen

scenografie:
Alan MacDonald

montaggio:
Melanie Oliver

costumi:
Consolata Boyle

musiche:
Thomas Newman

Vittoria e Abdul | Recensione | Ondacinema

Vittoria e Abdul

di Stephen Frears

biografico, drammatico, storico, Gran Bretagna/Stati Uniti (2017)

di Mirko Salvini

Voto: 7.0
Stephen Frears, classe 1941, negli anni ottanta è stato uno dei campioni della cosiddetta "British Renaissance" cinematografica, grazie a pellicole come "The Hit", "My Beautiful Laundrette" e "Prick Up - L'importanza di essere Joe". Dopo il successo de "Le relazioni pericolose" ha cominciato a lavorare anche negli Stati Uniti e la sua carriera è diventata sempre più internazionale, anche se i suoi lavori hanno comunque continuato a raccontare le contraddizioni del Regno Unito di ieri come di oggi. L'ultimo,"Vittoria e Abdul" (presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia), prende spunto da un libro di Shrabani Basu dedicato all'amicizia speciale che legava la Grande Regina al suo segretario personale indiano, un rapporto visto con sospetto dalla corte, anche a causa del fatto che Abdul era di religione musulmana.

Judi Dench, la primadonna delle scene britanniche, torna a interpretare la celebre sovrana a vent'anni da quel "Mrs. Brown", diretto da John Madden, che oltre a regalarle il primo Golden Globe e la prima delle sette nomination all'Oscar (due delle quali ottenute proprio grazie a film diretti da Frears), le permise di iniziare una nuova fase della sua carriera cinematografica che non fosse fatta solo di ruoli secondari, come era stato fino a quel momento. Anche "Mrs. Brown" raccontava di un'amicizia speciale, quella fra la sovrana e un fedele attendente, anch'essa osteggiata dal resto della corte. Lo stesso Frears ha ironizzato sul fatto che si possa considerare "Vittoria e Abdul" un sequel e nel film (sceneggiato da Lee Hall, già candidato all'Oscar per "Billy Elliot") non mancano riferimenti al precedente (la vestizione della regina) o alla figura di John Brown, del quale Abdul viene considerato una sorta di successore; anche se probabilmente la complicità fra l'anziana imperatrice dell'India e il valletto venuto da Agra non suscitò i pettegolezzi che erano stati originati dal precedente legame (però non è un caso che per molto tempo la figura di Abdul sia stata tenuta quasi segreta), di certo la vicinanza di questi due uomini fu molto positiva per una donna che era sicuramente potente ma alla quale un simile ruolo non poteva che pesare. Al regista e allo sceneggiatore ovviamente non interessa il gossip storico, semmai il loro scopo è continuare quel percorso che Frears sta portando avanti da diverse opere che celebra i rapporti umani basati non tanto sulle gerarchie sociali ma sulle affinità elettive. Le sue eroine (perché ultimamente i suoi lavori vedono al centro le figure femminili) sono donne contraddistinte dall'empatia con il soggetto d'interesse e dalla solidarietà o comunque in grado di acquisire queste virtù. Regine in momenti di crisi, madri alla ricerca di figli perduti da tanto tempo, improbabili primedonne della lirica o addirittura donne che hanno inventato lo spogliarello, nel cinema del regista questi personaggi, apparentemente così distanti, rivelano un tratto comune nel guardare il mondo in maniera aperta e positiva. Nell'economia di questa positività va spiegata anche la volontà della Regina Vittoria (come del resto del film stesso) di non portare troppa attenzione sui lati meno chiari della figura di Abdul, che l'attore indiano Ali Fazal (volto di Bollywood che però ha già lavorato anche negli States) rende amabilissimo nonostante ci venga suggerito che non tutto quello che racconta di sé e della storia del suo paese corrisponda al vero (del resto, in fondo, anche il cinema quando racconta la storia non lo fa rispettandola interamente). Quella della sovrana non è ingenuità, ma capacità di andare oltre le apparenze e riuscire a capire il vero valore delle persone, in modo carpire buoni consigli anche da chi meno te lo saresti aspettato (per sollevare il morale di Victoria, Abdul cita una sura del corano, quasi a suggerire che il film ci parli del presente più di quanto siamo portati a pensare all'inizio).

"Vittoria e Abdul" è espressione, se vogliamo, di un cinema "middlebrow" troppo tradizionale per suscitare gli entusiasmi della critica o quelli dei giovani cinefili che animano il web, ma Frears è un regista che conosce il suo mestiere ci regala quindi una messa in scena impeccabile e alcuni momenti decisamente emozionanti come l'ultimo incontro fra Abdul e l'imperatrice sul letto di morte. Il film è naturalmente tutto incentrato sui due protagonisti e quindi l'ultraottantenne Dench domina la scena senza troppi problemi. Gli altri attori, pur se di indiscutibile valore, restano sullo sfondo, ma vale la pena almeno ricordare il Sir Henry di Tim Pigott-Smith, scomparso poco dopo le riprese; il film è stato dedicato a lui e allo scenografo Alan MacDonald che per il suo contributo alla pellicola potrebbe ricevere la prima candidatura all'Oscar (purtroppo postuma). Onore cui potrebbero aspirare senza troppi problemi anche il direttore della fotografia Danny Cohen, la costumista Consolata Boyle e il musicista Thomas Newman.