CAST & CREDITS

cast:
Ascanio Celestini, Alba Rohrwacher, Salvatore Striano, Veronica Cruciani, Francesco De Miranda, Pietro Faiella, Barbara Valmorin, Mario Sgueglia

regia:
Ascanio Celestini

distribuzione:
Parthenos

durata:
85'

produzione:
Malìa, Les Films du Fleuve, Aeternam Films

sceneggiatura:
Ascanio Celestini

fotografia:
Luca Bigazzi

scenografie:
Massimiliano Sturiale

montaggio:
Cecilia Zanuso

costumi:
Loredana Buscemi

musiche:
Francois Couturier

Viva la sposa | Recensione | Ondacinema

Viva la sposa

di Ascanio Celestini

drammatico, Italia/Francia/Belgio (2015)

di Lorenzo Taddei

Voto: 5.0

Cinque anni dopo "La pecora nera" Celestini torna a Venezia con il suo secondo lungometraggio di finzione, coprodotto tra gli altri anche dai fratelli Dardenne. Visto il successo precedente di pubblico e critica le aspettative sono alte ma purtroppo disattese. Celestini scrive dirige e interpreta La pecora nera 2. "Viva la sposa" non è altro che il "maledetto" ovino sotto mentite e candide spoglie. In somma sintesi il problema è tutto qui: tra essere una pecora nera e voler essere a tutti i costi una pecora nera.

Ufficialmente la sposa è una statuaria bionda americana innamorata dell'Italia e che in Italia si è risvegliata dal coma: così gira il paese  in un lungo viaggio di nozze che è anche un ringraziamento. La sposa compare durante il film nel televisore del bar, sulle pagine dei giornali, una volta anche "dal vivo", al distributore automatico di snack di un benzinaio, in una delle scene meglio riuscite, l'unica scena in cui il bianco della sposa e il nero del protagonista vengono a contatto.

Il protagonista interpretato da Ascanio Celestini è Nicola (stesso nome del protagonista de "La pecora nera") un attore di teatro che vive alla giornata, dorme in un sottoscala e passa il suo tempo seduto sul furgone o al tavolino del bar a bere sambuca. Il bar è il contenitore perfetto per i monologhi - apprezzabili - di Celestini e per i suoi slanci - condivisibili - di denuncia sociale. Non c'è niente che non va in quel che Celestini propone, sia chiaro. Non voglio metter in discussione la sua capacità critica o drammaturgica, ma neppure vorrei subirla.

Il film invece è una continua dimostrazione di intelligenza che scopre la mano del burattinaio senza che questo fosse nelle sue intenzioni. L'alienazione provocata dall'alcol, per quanto Nicola a stento riesca a parlare, per quanto il furgone sbandi, è molto misurata, visibilmente filtrata dalla sagacia di Celestini e da un autocompiacimento insopportabile. Non è neppure lontanamente paragonabile a quell'ubriacatura durevole e senza freni che i russi chiamano zapoj dove ci si dimentica il mondo e si finisce per confidare i segreti più intimi al primo che capita (che la sambuca non possa prestarsi al discorso come la vodka è vero ma non è una giustificazione sufficiente). Nicola è un personaggio denso di interessanti significati che modestamente ci riversa addosso. Anche il suo folle gesto estremo è pregnante ma in modo dimesso, una sorta di tele-allegoria: trasmette il suo significato al piccolo Salvatore (Francesco De Miranda) che recepisce e corre allo specchio per compiere la figura retorica.  

I personaggi tutti - Nicola in particolar modo - sono retorici e non dovrebbero esserlo. Non bastano attori tra i migliori del panorama italiano: la Cruciani e la Rohrwacher fanno bene il loro mestiere ma restano contaminati da un affettazione d'insieme da cui forse Striano riesce in parte a liberarsi. A questo si aggiunga la presenza di alcuni personaggi appena caratterizzati - come babbo e figlia di origine ucraina - pigiati a forza nella sceneggiatura.

Sono tre le parti del film che si salvano. Al di là delle polemiche che ha suscitato - la lettera indirizzata a Celestini dal COISP (Coordinamento per l'Indipendenza Sindacale della Polizia)  - mi è parsa molto ben realizzata la scena della questura. Una scena completamente "svuotata" di ogni riferimento scenografico, una trappola senza appigli dove Nicola scivola impaurito e impreparato, e "piccolo" nel suo moto di solidarietà: stavolta davvero piccolo e derubato della sua innocenza. Per una volta disperato. Perché sono poche le scene dove emerge la disperazione dei personaggi. A tratti il film riesce - è questo il secondo punto in suo favore - a togliere la disperazione ai disperati. I personaggi non sono più burattini nelle mani del destino ma persone in carne e ossa abbandonate alla giornata (vedi incipit del film). Relegati ai margini della legalità e invisibili a una società che si ricorda di loro solo per punirli, sono ormai del tutto rassegnati e quando la disperazione emerge quasi li soprende (vedi scena della questura, ma anche "emancipazione" della prostituta). E' la bellissima fotografia di Bigazzi - il terzo e ultimo merito del film - a "indefinire" la quotidiana realtà della periferia romana dove i personaggi esistono quasi senza più saperlo.