CAST & CREDITS

cast:
Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterston, Reese Witherspoon, Benicio Del Toro, Martin Short, Joanna Newsome

regia:
Paul Thomas Anderson

distribuzione:
Warner Bros.

durata:
148'

produzione:
Warner Bros., Ghoulardi Film Company

sceneggiatura:
Paul Thomas Anderson

fotografia:
Robert Elswit

scenografie:
David Crank

montaggio:
Leslie Jones, Melanie Oliver

costumi:
Mark Bridges

musiche:
Jonny Greenwood

Vizio di forma | Recensione | Ondacinema

Vizio di forma

di Paul Thomas Anderson

noir, commedia, Usa (2014)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0

"Vizio di forma" è un film da ri-vedere. Nel settimo lungometraggio di Paul Thomas Anderson è facile rimanere spiazzati e confusi, soprattutto se si entra in sala impreparati o preparati a vedere una commedia gonza - il "Grande Lebowski" dei fratelli Coen fuso a freddo con "Il lungo addio", come si è letto spesso in questi mesi di attesa. La complessità narrativa del romanzo di Thomas Pynchon che va continuando ad ampliarsi di personaggi e situazioni lungo le sue 470 pagine viene modificata con un lavoro di taglia e cuci tutt'altro che scontato - di cui fa le spese l'ambientazione surfer - e che, da un certo punto in poi, si discosta dalla lettera dello scrittore alterandone la materia narrativa ma non lo spirito: l'operazione di riscrittura, più che a somigliare al Marlowe eretico e contestatario di Robert Altman, è vicina al capolavoro cine-letterario "Non è un paese per vecchi". Come era già successo per "There Will Be Blood" e per "The Master", Anderson usa il cinema come una macchina del tempo e affresca in 35 millimetri un altro momento di passaggio della storia statunitense partendo da un personaggio: se lo sghembo Freddie Quell era il residuo umano dell'America post-bellica, Larry "Doc" Sportello è uno dei pochi irriducibili hippie che non ha ceduto alle lusinghe dell'eroina, personaggio-faro nella nebbia losangelina del 1970.

Nel prologo, Doc si volta richiamato dall'arrivo di Shasta, la sua ex-ragazza che si presenta a casa sua con una insolita 
mise borghese e un grosso problema. È al corrente di un imbroglio ai danni del suo uomo, il magnate dell'immobiliare Mickey Wolfmann: la moglie e il di lei amante vorrebbero accordarsi con la ragazza per fregarlo e rinchiuderlo in un ospedale psichiatrico. Il detective, ancora innamorato della ex, si decide ad aiutarla, immaginando si tratti delle solite questioni di corna. Il nome di Wolfmann, però, diventa il punto di contatto tra le sue indagini, insieme alla Golden Fang, una misteriosa imbarcazione che pare essere anche un'associazione per evasori fiscali e un cartello indocinese dell'eroina. E qui è forse bene fermarsi, non per schivare il pericolo di svelare eventuali colpi di scena quanto piuttosto per evitare di perdersi nel dedalo narrativo architettato da Anderson. Perdersi in "Inherent Vice" è ben più importante del ritrovare la via, e si direbbe che il regista abbia lavorato intorno a quest'assunto: si smarrisce Shasta come Mickey Wolfmann, i personaggi appaiono e scompaiono dal nulla (esemplare la sequenza che inizia con una dissolvenza su un banco di nebbia), e Doc è continuamente spaesato per via dell'ingente e continuo quantitativo di marijuana che fuma. Il film stesso perde il proprio bandolo per poi ritrovarlo casualmente, ed è davvero difficile ricostruire la sequenza degli avvenimenti secondo un principio di causalità: siamo nel regno del caos, il terreno più fertile per il noir che è il genere di riferimento sia del romanzo che del film, come se fosse una storia chandleriana raccontata dall'Hunter S. Thompson di "Paura e delirio a Las Vegas".

Anderson espurga la maggior parte dei riferimenti (meta)cinematografici di cui il romanzo è intessuto. Il protagonista, nonostante il
modus vivendi hippie, è un investigatore di un certo talento e rimpiange l'epoca in cui dominavano le figure dei grandi private eye, mentre a dominare adesso sono gli sbirri che sfondano le porte a calci e violano i diritti civili: la rilettura del noir di Pynchon è la colonna portante della sua riflessione sulla fine della controcultura. Anderson sfrutta il personaggio più mistico, Sortilége (a cui dà volto Joanna Newsom), come narratore interno che dà ragguagli sui personaggi e sui quadri astrali che si osservano nella L.A. del '70, ma riesce a evitare qualsiasi scappatoia retorico-didascalica. L'essenziale viene filtrato dal linguaggio audiovisivo, dalle musiche di Jonny Greenwood alle cromie psichedeliche di Robert Elswit, al ritmo che pare seguire gli up&down dei drogati.

Doc, nella prima scena, ha lo sguardo perso nel vuoto, al di là dei margini dell'inquadratura: non sappiamo cosa cerchi, cosa fissi, e quando si volta per l'improvviso palesamento di Shasta, lei gli chiede se pensa che sia un'allucinazione. Ciò che si vede in scena oltrepassa la scissione canonica reale/onirico, immergendo lo spettatore in una dimensione
altra che si irrobustisce in modo direttamente proporzionale all'intricarsi del pasticcio in cui cerca di fare luce il protagonista. 
Anche stilisticamente, "Inherent Vice" procede per strappi, passando da alcuni eccitanti long take (come quello sui titoli di testa sulle note di "Vitamin C" dei Can) a momenti sincopatissimi dove si preme l'acceleratore sul pedale dell'assurdo. L'uso della profondità di campo diviene quindi assai significativo: in una sequenza cruciale il detective si avvia verso il bungalow di un centro massaggi, col suo solito passo lento e rilassato sale le scale e poi si ferma a guardare indietro; nella particolare semi-soggettiva lo spiazzo di fronte è sfocato ma quando il detective si gira di spalle, viene messo a fuoco rivelando degli uomini in tenuta mimetica che si apprestano a un raid. È una geniale invenzione andersoniana e, forse, anche una cripto-citazione del suicidio dello scrittore hemingwayano del "Lungo addio" di Altman, che si svolgeva sul profilmico, quando Marlowe guardava da un'altra parte. Si tratta di sottili slittamenti che portano il flusso delle immagini dalle parti del trip lisergico, senza dover forzare sul piano espressivo-visionario.

Shasta, nella pellicola, diviene la funzione metonimica intorno a cui galleggia la memoria di Sportello: il loro rapporto apparteneva a un mondo che non aveva perso la sua innocenza e ne è l'epitome, fatto di corse sotto la pioggia alla ricerca di un po' di erba. Il surplus lisergico che ha tagliato le gambe alla controcultura si lega alla fogna della guerra del Vietnam, alla presidenza Nixon (lo scandalo 
Watergate è alle porte) e al ritorno a un paranoico ordine precostituito a cui Doc assiste sempre più disilluso. Durante la sua indagine, egli scopre un istituto di rehab con, all'ingresso, l'inscrizione "Straight is Hip" (identico nella grafica all'Arbecht macht frei di Auschwitz) dove viene trattenuto il magnate-fantasma, il quale, innamoratosi del movimento hippie, iniziava a coltivare il sogno di devolvere tutte le sue ricchezze: il grottesco teatrino fa parte della Golden Fang che lucra su tutte le tappe della filiera della droga, dalla produzione fino alla disintossicazione. È la società capitalista che, prima o poi, conquista e vizia dall'interno le isole di libertà che alcuni uomini avevano immaginato ancora possibili. Per Doc c'è solo la malinconica fuga dalla realtà e, difatti, nel finale simbolicamente guida; non vediamo, però, alcun esterno, e il piano fisso su di lui ci esclude anche ciò che l'uomo vede, facendolo sorridere e lasciando il dubbio che sia dentro un dolce e protettivo trip dal quale è meglio non uscire. 

Per concludere, un plauso per l'ennesima trasformazione di Joaquin Phoenix che con la sua recitazione felina e istintiva, fatta di improvvisi scatti degli occhi, micro-espressioni, smorfie e frasi biascicate, rende Larry Sportello un personaggio iconico e memorabile. E anche a Paul Thomas Anderson, il cui cinema è ormai molto simile al suo protagonista anticonformista, continuando in un tracciato con uno stile di regia e di racconto che ha fatto della libertà il denominatore della sua maturità artistica.