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7.5/10

Siamo più popolari di Gesù adesso. Non so cosa scomparirà prima, il rock'n'roll o il Cristianesimo.
John Lennon

 

"The Childhood of a Leader", prima pellicola di Brady Corbet, classe 1988, vinse due premi nella sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia, miglior regia e miglior opera prima. L'esordio si configurava quale allegoria della nascita di un capo di un (eventuale) stato totalitario, delineata in una precisa e allusiva ambientazione storica: l'immediato dopoguerra e le trattative che portarono alla pace firmata a Versailles il 28 giugno 1919. Era un film cupo e rigoroso nello stile, avendo come stella polare il Michael Haneke del "Nastro bianco" (e in parte Stanley Kubrick). Dimostrando una peculiare attenzione al sonoro e all'uso straniante delle dissonanze composte da Scott Walker, Corbet saggiava le potenzialità del linguaggio audiovisivo e, al contempo, sviluppava fino in fondo la sua parabola sull'inevitabile germogliare dei semi del male. Certo, il teorema poteva sembrare freddo, glaciale nel suo incedere, ma si riconoscevano i geni di un'ambizione particolare e il secondo lungometraggio conferma tale sensazione. Per "Vox Lux" Corbet ha pensato di mantenere lo schema allegorico del suo esordio, spostando il discorso dal XX al XXI secolo: il sottotitolo recita infatti "A 21st-century portrait". I confini della nostra epoca sono ancora poco definiti e lo spazio al suo interno da mettere a fuoco: pertanto, l'audacia del regista si manifesta lavorando su un terreno più scivoloso, rischiando di impantanarsi in ovvietà e luoghi comuni. Se le conclusioni che trae Corbet sono forse note, la formula per arrivare a esprimere lo Zeitgeist è invece stimolante. 

La protagonista del film è Celeste: del suo nome e dei suoi natali ci rende partecipi la voce fuori campo affidata a Willem Dafoe, che rimanda ai narratori di molte opere di Lars Von Trier. Onnisciente e non di rado ironica, la narrazione extradiegetica ci accompagnerà a intervalli regolari, rallentando il flusso delle immagini per approfondire punti rimasti oscuri o dettagli non ripresi dall'obiettivo della cinepresa.
Come se fosse un documentario sulla sua vita, "Vox Lux" inizia mostrando alcune immagini a bassa definizione, tratte da un filmino familiare dove vediamo Celeste bambina esibirsi insieme a Eleonor, la sorella maggiore che canta e danza.

Il primo atto e il secondo atto, intitolati rispettivamente "Genesi" e "Rigenesi", formano i tasselli narrativi più corposi, incorniciati da un prologo e da un epilogo, così da riprodurre i quattro atti che fornivano l'impalcatura di "The Childhood of a Leader". Nel 1999 Celeste torna a scuola dopo la pausa invernale e, proprio quel giorno, un suo compagno compie una strage. L'anno non è scelto a caso da Corbet, poiché è lo stesso del massacro di Columbine (avvenuto il 20 aprile) e richiama alla memoria la lunga scia di sangue lasciata in vari edifici scolastici americani, fino a quanto avvenuto anche quest'anno a Parkland. Il regista, sfidando il politically correct e sfoderando una diabolica intelligenza di scrittura, fa di Celeste una vittima che, benché ferita, riesce a scampare alla morte. Questo passaggio serve al giovane autore quale diaframma per approfondire alcune questioni legate all'immaginario collettivo contemporaneo, poiché l'essere vittima di Celeste, il suo essere superstite a una tragedia, diviene  la rampa di lancio per una carriera nello showbusiness. Una canzone da lei composta ed eseguita durante una veglia per le vittime commuove l'America e un agente, interpretato da uno sgualcito Jude Law, la contatta permettendole di incidere un demo. 

"La vittima è l'eroe del nostro tempo" scrive provocatoriamente Daniele Giglioli, all'inizio del suo agile e acuto saggio "Critica della vittima", poiché la sua posizione incarna "il sogno di ogni potere": è irresponsabile, non risponde di nulla, non deve giustificarsi. Celeste impersona tale ruolo in ogni suo aspetto, poiché è una vittima che si riscatta trasformandosi in una star, in una figura di potere pop che non solo non si pretende sia responsabile, ma non lo si pretende nemmeno dal suo pubblico; sotto quest'angolazione, la parabola della protagonista rappresenta la coazione a ripetere di un meccanismo nel quale se non si diventa vittime di un sistema, ci si può integrare in esso. La perdita dell'innocenza della ragazza è tracciata attraverso i primi passi nell'industria musicale, seguita, sin dal letto di ospedale, da Eleanor (Stacy Martin), in realtà il vero talento, rimasta volutamente nell'ombra per poi venire fagocitata dalla vita e dalla fama della sorella minore. Corbet piega qui il rigore formale con la duttilità della macchina da presa, concentrandosi su uno stile che tenta di riprodurre il dietro le quinte della genesi di una pop-star. Corbet gira in 35mm (e così è stato proiettato a Venezia, su richiesta dell'autore), con una palette cromatica più slavata e vintage nella prima parte, scintillante e aggressiva nella seconda metà,  quasi a suggerire, attraverso la pellicola, la minore o maggiore distanza temporale dal vivo presente, regalando un supporto fisico all'età della smaterializzazione digitale. 

Sedici anni dopo, nel 2017, la protagonista è una popstar che dopo un periodo buio è riuscita a preparare uno spettacolo che la riporti alla ribalta. Lo staff è in fermento, il manager la striglia per i continui ritardi e Celeste, che ora ha il volto della vera star Natalie Portman, è ritratta come ci aspetteremmo sia una superficiale e precoce diva della pop-music: sempre su di giri, capricciosa e nevrotica. La Portman sfodera una recitazione esageratamente istrionica, per un personaggio che guarda alle grandi icone del pop a partire ovviamente da Madonna, sebbene sia impossibile non scorgervi riferimenti più vicini al XXI secolo come Britney Spears, Miley Cyrus e - visti gli elementi messi in campo dal regista - Ariana Grande. Questo capitolo che si svolge in poche ore è il preludio alla messa laica del concerto (che vedremo nell'epilogo) e si sviluppa lungo due binari paralleli che declinano la vicenda privata e quella pubblica della protagonista. Pubblicamente Celeste deve presenziare a una conferenza stampa per dire la sua sui dettagli emersi riguardo a un attentato avvenuto a Brac, Croazia (dove dei terroristi hanno sparato sulla folla indossando un passamontagna coi glitter, simile a quelli che si vedevano nel videoclip di Celeste), ovviamente sottolineando la sua estraneità ai tragici eventi e schierandosi dalla parte degli innocenti colpiti. È un ruolo semplice da interpretare per Celeste che non ha paura di rammentare il suo status di (ormai ex) vittima e consigliando ai terroristi di iniziare a credere in qualche altra cosa, magari in lei. 
Questa sezione si snoda attraverso una serie di confronti che affaticano la narrazione di alcuni dialoghi sin troppo urlati e spiegati, ma quando il film sembra destinato a girare a vuoto o di diventare ridondante, ecco che arriva l'epilogo del concerto che rende lampante l'intuizione brillante che sostiene "Vox Lux". La setlist inscenata da Corbet per lo show non ha coreografie particolarmente accattivanti. Le canzoni sono semplici e orecchiabili melodie pop scritte da Sia (tra i produttori esecutivi insieme alla Portman e a Law) e Celeste non sembra un'interprete eccezionale. Il regista non è interessato a mostrare la potenza dell'arte, bensì la potenza della fama: "Vox Lux" è un film sull'unica religione che nel XXI secolo ha ragion d'essere, il successo. La postilla del regista sul concerto è l'espletazione del rito propiziato dal suo messia che è (più volte) risorto, portando con sé le stimmate della propria morte. Oltre alle immagini del palcoscenico, ripreso spesso in campo lungo, Corbet si ricorda del controcampo, inquadrando la catarsi della platea ipnotizzata, immersa in uno stato collettivo di febbrile eccitalzione. "This is the fuckin' American dream. This is my fuckin' dream, y'all!" griderebbe l'Alien di "Spring Breakers" ed è questa la concretizzazione del sogno di Celeste, la quale sperava che la gente, grazie alla sua musica, potesse smettere di pensare ed essere felice. La morte della luce della ragione soppiantata dalla spettacolare immagine della fama: la malattia, ormai allo stadio avanzato, non può che riprodursi di generazione in generazione, di video in video, di terrore in terrore.

Opera imperfetta e dalle sfacciate ambizioni, "Vox Lux" è stata tra le visioni più originali di Venezia 75, corroborando l'ipotesi che Brady Corbet sia uno degli autori più intelligenti e talentuosi della sua generazione.


Cast e credits

cast:
Natalie Portman, Jude Law, Raffey Cassidy, Stacy Martin, Jennifer Ehle


regia:
Brady Corbet


durata:
110'


produzione:
Bold Films, Killer Films, Andrew Lauren Productions, Three Six Zero


sceneggiatura:
Brady Corbet


fotografia:
Lol Crawley


scenografie:
Sam Lisenco


montaggio:
Matthew Hannam


costumi:
Keri Langerman


musiche:
Scott Walker, Sia


Trama
Il film segue da vicino l’ascesa di Celeste dalle ceneri di un’immensa tragedia nazionale a superstar pop. Il film abbraccia un arco di tempo di diciotto anni, dal 1999 al 2017, delineando alcuni importanti momenti culturali attraverso lo sguardo della protagonista.