CAST & CREDITS

cast:
Cate Blanchett

regia:
Terrence Malick

durata:
90'

produzione:
Sophisticated Films, Wild Bunch, Plan B Entertainment, Sycamore Pictures, IMAX Corporation

sceneggiatura:
Terrence Malick

fotografia:
Paul Atkins

montaggio:
Keith Fraase

musiche:
Ennio Morricone, Hanan Townshend

Voyage of Time | Recensione | Ondacinema

Voyage of Time

di Terrence Malick

documentario, Usa/Francia (2016)

di Stefano Santoli

Voto: 6.0
Di "Voyage of Time", l'esito di un progetto coltivato da un quarantennio, esistono due versioni. Quella passata in concorso a Venezia 73, di 90', ha in originale la voce narrante di Cate Blanchett; una seconda versione, narrata da Brad Pitt e lunga la metà, sarà distribuita nei cinema Imax.
Il film è un documentario, altamente liricizzante (soprattutto per l'accompagnamento verbale) che costituisce una sorta di versione espansa della terza macrosequenza di "The Tree of life", quella dedicata alla cosmogonia, dal big bang alla scomparsa dei dinosauri.
La voce narrante è l'elemento in cui si riconosce maggiormente, sin da subito, l'impronta del regista. Una continua invocazione ("Oh, life... Ear my voice"), spesso in forma interrogativa, rivolta ad una Madre (la Natura?), dai toni accentuatamente lirici. La maggior parte delle sequenze, sotto il profilo visivo, rimane scollata dal lirismo della voce over, appartenendo a tutti gli effetti alla tipologia del documentario naturalistico. Si tratta di sequenze visivamente splendide. Rispetto agli ultimi film di Malick manca, oltre ovviamente ai tormenti interiori dei protagonisti (con relativa voce over in modalità flusso di coscienza), l'uso peculiare che Malick aveva fatto suo della camera a mano, che negli ultimi tre film era completamente libera di vagare e seguire le traiettorie più inconsuete, creando un universo visivamente straordinario anche nelle prove meno convincenti ("To The Wonder") e tessendo un poema visivo prima che verbale.

"Tu [Natura?] divori te stessa per ridare a te stessa la vita". Questa è l'ossessione su cui fa perno il film. L'aggancio alla poetica di Malick è evidente: siamo dalle parti del coccodrillo che si vede all'inizio de "La sottile linea rossa", simbolo di una Natura cui è estranea la malvagità in quanto la componente predatoria è intrinseca al ciclo morte/rinascita. L'autocoscienza dell'uomo è l'elemento estraneo: da essa sorgono i grandi interrogativi di base della filosofia e della fede che Malick propone.
A due terzi del film, dopo lo schianto dell'asteroide che estinse i dinosauri, "Voyage of time" si stacca dalla citata sequenza di "The Tree of Life" e prosegue nel suo percorso temporale mostrandoci il ritorno della vita sul pianeta, con la fauna attuale e la comparsa dell'uomo.

Inedito rispetto al film del 2011 è anche il contrappunto costituito da alcune riprese in bassa definizione e formato non panoramico dedicate alla civilizzazione umana. Vediamo prima degli homeless, poi riprese effettuate in diverse parti del globo, dal Gange alla Siberia, dalla Palestina alla Cina: immagini che ritraggono cerimonie, riti, artigiani al lavoro, manifestazioni di piazza.

Le sezioni che costituiscono invece l'ossatura "narrativa" del viaggio nel tempo si aprono con il big bang per concludersi con riprese aeree delle moderne metropoli. In mezzo, si va dal magma vulcanico alla comparsa delle prime forme di vita sottomarina, dapprima monocellulare e invertebrata, poi anfibia; quindi terrestre. Si torna spesso sotto la superficie del mare, laddove la vita ha avuto origine - sino a una splendida sequenza finale in cui danzano lente maestose balene. Il tutto ricorrendo, dove non a ricostruzioni digitali, a riprese effettuate in tutto il mondo, dall'Islanda all'Africa, dai deserti statunitensi (l'Antelope Canyon già visto in "The Tree of life": davvero l'effetto di déjà vu è oltre la soglia critica) ai fondali degli oceani. Tutte riprese di estremo fascino (a noi, fra le tante, ha colpito per esempio la lava che, ribollendo, si solidifica in forme bizzarre a contatto con l'acqua sul fondale marino).

Uno spermatozoo feconda un ovulo, e facendo ciò lo fa risplendere di luce: è ciò che vediamo subito dopo l'esplosione del meteorite che portò i dinosauri all'estinzione. La vita che rinasce: la natura che distrugge per tornare a creare. Anche in questo caso il passaggio è identico nella sostanza a "The tree of Life". Si prosegue quindi con la "sezione" di evoluzione che mancava a "The tree of life": un'esposizione elementare, e didattica, prima di alcuni esemplari della fauna attuale della Terra, poi di una tribù di uomini primitivi, in una messa in scena che a nostro avviso costituisce il punto più basso del film, dove li si vede impugnare fiaccole e andare a caccia. Poi la civilizzazione umana procede: vediamo la Mesa Verde (l'Uomo ha iniziato a edificare), le prime colture agricole; infine, all'improvviso, le metropoli contemporanee, sfavillanti di luci nella notte.

"Come ti raggiungo, bene cui ogni cosa aspira, oltre il tempo, oltre il dolore?", recita la voce over. Sorge il dubbio che la visione di Malick dell'evoluzione possa essere intrisa di una dose di determinismo: per quanto ci riguarda, proporremo tra breve la nostra personale ipotesi a riguardo. Nell'epilogo, si fa incalzante l'accompagnamento verbale: "Madre, tu la luce e il buio; la falena e la fiamma; l'amica e la straniera". Gli opposti coesistono. Chiudendo un cerchio, si torna nello spazio siderale: "Il tempo ritorna alla sorgente". Poco prima avevamo visto la Burj Khalifa di Dubai, con i suoi 829 metri d'altezza la torre più alta costruita dall'uomo: non è peregrino vedervi un'allusione alla torre di Babele.

"Ciò che vive in te non può morire, o vita". Epitaffio di questo viaggio, queste parole rimandano alla concezione panica già esplicita ne "La sottile linea rossa". Per quanto sia innegabile il rimando a Heidegger di cui Malick è stato studioso e traduttore, evidente già nel capolavoro del 1998, a noi Malick rammentò già nel 2011, e ancor di più oggi, un altro filosofo: il gesuita Teilhard de Chardin, autore di una singolare concezione evoluzionista che vede il cosmo naturalmente predisposto a farsi vita, e la vita a sua volta muovere verso la comparsa dell'uomo, quindi l'uomo tendere al "punto Omega", cioè un livello di coscienza verso il quale sarebbe diretto sin dal principio l'universo, il compimento di una "evoluzione coscienziale" (1). Nell'ultimo Malick - e in questo film al massimo grado - si avverte un'invocazione che ruota attorno a un sogno d'armonia. Malick ha nostalgia e desiderio di un'armonia in cui tutto sussista e si concili, in cui la coscienza sopravviva alla morte individuale. Così come il punto Omega di De Chardin è indipendente da spazio e tempo, è questa la fede di cui è intriso l'ultimo cinema di Malick e ne costituisce anche il principale limite. Si tratta della visione e della speranza che la vita si trascenda in un unicum che tutto ricomprenda, dove la morte è sconfitta poiché la stessa individualità perde importanza. Come dimostrava di aver capito già il soldato Witt, protagonista de "La sottile linea rossa".


(1)
La teoria del punto Omega è stata ripresa più di recente in fisica da Frank Tipler, che avrebbe individuato alcune condizioni dell'universo che consentirebbero la sussistenza della vita per sempre.