CAST & CREDITS

cast:
James Cromwell, Ellen Burstyn, Ioan Gruffudd, Thandie Newton, Scott Glenn, Richard Dreyfuss, David Born, Elizabeth Banks, Sayed Badreya, J.Grant Albrecht, Josh Brolin

regia:
Oliver Stone

durata:
129'

sceneggiatura:
Stanley Weiser

fotografia:
Phedon Papamichael

scenografie:
Derek R. Hill

montaggio:
Julie Monroe

costumi:
Michael Dennison

musiche:
Paul Cantelon

W. | Recensione | Ondacinema

W.

di Oliver Stone

biografico, drammatico, Usa (2008)

di Anna Maria Pelella

Voto: 6.0
"Chi credi di essere, un Kennedy?"

"W." è l'attuale, anche se per poco, inquilino della Casa Bianca. Con la complicità di un monumentale Josh Brolin, Stone ce lo racconta senza fronzoli nel momento cruciale della sua presidenza: quello della guerra in Iraq. Il suo passato e la sua ascesa vengono affidati a dei flashback che, alternati col racconto principale, alleggeriscono il peso di tutte le riunioni e i consigli di gabinetto che furono dietro la decisione di bombardare l'Iraq.
George jr. viene raccontato con tono leggermente ironico, come un giovane dalle prospettive brillanti, ma dalla volontà debole. La competizione col fratello per l'attenzione paterna è abbastanza centrale nel racconto che, negli anni dell'ascesa alla presidenza degli Stati Uniti, diviene l'unico movente di George. Se da una parte "W." è un rampollo importante, dall'altra ha una certa tendenza a comportamenti distruttivi, che gli valgono la disapprovazione paterna. La sua storia è in primo luogo quella di una persona insicura, che cerca il sostegno della chiesa, non avendo quello del padre, e che dichiara, ad un certo momento, che "Dio vuole che io sia presidente".
Il resto è storia. Dalla firma dei documenti che autorizzano le tecniche di interrogatorio per i prigionieri di guerra, fino alla decisione, avversata su più fronti, di bombardare l'Iraq e abbattere Saddam Hussein.

Continua la fascinazione di Stone per i presidenti, dopo Jfk e Nixon, passando anche per il Comandante Castro, ecco il ritratto di un altro degli uomini che hanno avuto in mano il destino di milioni di persone.
Si apprezza in primo luogo la scelta del regista di usare un tono lieve, inframezzando il racconto con le fantasie, e con i ricordi del protagonista. L'uso del flashback, che in alcuni momenti grazie al montaggio assume connotazioni sarcastiche, rende fruibile una storia che, in definitiva, si svolge tutta tra le pareti di una stanza. Ma non una stanza qualsiasi, questa è la sede che ha visto prendere decisioni il cui effetto si è riversato su tutto il mondo.
La modalità scelta da Stone di raccontare, senza quasi mai cedere al gusto perverso del pettegolezzo o dell'illazione, ci regala una biografia credibile, di un presidente molto improbabile.

Il rampollo Bush eletto presidente è, innanzitutto, quello sbagliato, suo padre gli preferiva il fratello governatore della Florida, e questo è risaputo. Oltretutto quando W. decide di candidarsi come goverantore del Texas, la famiglia sembra tutta schierata contro l'idea che egli scelga la carriera politica. Inoltre ha problemi di alcol, e si converte al cristianesimo per trovare un riferimento. Semplice, amante dei panini e dell'alcol, non sembra mai un presidente, meno che mai quando dichiara: "Sono il presidente! Sono quello che decide!" L'episodio del salatino, che fece il giro del mondo, ce lo rende ancora più umano, caso mai ce ne fosse bisogno. Ed è dura vedere l'uomo più potente dell'emisfero occidentale angustiarsi per il fatto che il suo unico desiderio era diventare una star del baseball. Lo vediamo soffrire nell'apprendere che suo padre non abbia apprezzato la continuazione di una guerra che iniziò lui stesso, in quel caso con l'appoggio popolare, e che comunque gli costò la presidenza. Vediamo la gente opporsi ad una decisone presa sulla base di informazioni false che, incredibilmente l'uomo più potente della terra, non si è preso la briga di far verificare. E via così, il racconto è quello di una sconfitta, che profeticamente precede quella elettorale.

Stone racconta l'uomo che è dietro il presidente, con umanità e semplicità. Ma quell'uomo non era certo all'altezza del ruolo che ricopre tutt'ora. Non è nel film che leggiamo la condanna, bensì nella storia. Una storia raccontata in maniera volutamente sobria, per lasciare più spazio possibile alla verità.