CAST & CREDITS

cast:
Gérard Depardieu, Jacqueline Bisset

regia:
Abel Ferrara

distribuzione:
Bim Distribuzione

durata:
120'

produzione:
Belladonna Productions, Wild Bunch

sceneggiatura:
Abel Ferrara, Christ Zois

fotografia:
Ken Kelsch

scenografie:
Tommaso Ortino

montaggio:
Anthony Redman

costumi:
Ciera Wells

Welcome to New York | Recensione | Ondacinema

Welcome to New York

di Abel Ferrara

drammatico, Usa/Francia (2014)

di Giuseppe Gangi

Voto: 6.5
Abel Ferrara è sempre stato un regista controverso, avvezzo agli scandali e a mettere in scena soggetti maledetti: al Festival di Cannes, dove "Welcome to New York" è stato proiettato in anteprima fuori concorso, non sono mancate sia le code per poterlo vedere sia le polemiche. Il ventesimo lungometraggio del regista americano ricalca la bufera mediatica che travolse nel maggio del 2011 Dominique Strauss-Kahn, allora direttore del Fondo Monetario Internazionale, sebbene i nomi siano stati opportunamente modificati. Un cartello prima del film ci dice che il caso Strauss-Kahn è stato solo di ispirazione per una storia che reinventa quegli eventi: a riprova del fatto che assisteremo a una rappresentazione, nella prima sequenza si inscena una conferenza stampa in cui Gerard Depardieu parla dei motivi per il quale disprezza i politici e le persone di potere, pur essendo interessato a interpretarli.

A dominare l'ultima fatica di Ferrara - in attesa di vedere il risultato del suo film su Pier Paolo Pasolini - non è quindi lo skyline della sua amata/odiata New York, quanto piuttosto il fisico ingombrante e sfatto di Depardieu. Quella pancia così gonfia da aver assunto quasi una dimensione propria, come se fosse separata rispetto al resto del corpo, sembra la perfetta metafora della voracità di George Devereaux, la maschera fittizia dietro la quale si cela la figura di Strauss-Kahn. Dell'imagerie del corpo grottesco il ventre ne è uno dei topoi, poiché è in contatto col mondo esterno, soprattutto se esorbita come nel caso dell'attore francese; le sequenze che enucleano tale discorso sono essenzialmente tre: la performance sessuale di Devereaux, quando spinge la testa di una prostituta sul suo sesso nascosto dal girovita, quando esce dal bagno nudo, davanti alla cameriera entrata per rassettare la camera, e, infine, quando viene fatto spogliare per l'ispezione in galera. Devereaux è un sesso-dipendente e, per lui, ogni donna è un oggetto sessuale da possedere con le buone o con le cattive: se nel primo caso, i soldi e il potere gli garantiscono la possibilità di avere tutte le donne a pagamento che vuole, nel secondo caso, l'umile cameriera si rifiuta di sottostare a un sopruso gratuito, condannando l'uomo alla gogna pubblica e a vedere smantellata l'aura di intoccabilità che credeva di avere. Devereaux, in ogni caso, se ne sta barcollante al centro della scena col suo corpo grottesco, a grugnire come un gorilla in calore, più animale che uomo. La differenza tra queste immagini e quelle de "Il cattivo tenente", a cui si rifanno, non consta solo nelle proporzioni dei fisici di Harvey Keitel e di Gerard Depardieu, ma anche nell'oscura dannazione che emanava il drogato personaggio ferrariano del 1992.

A ben vedere, attraverso la fotografia fortemente contrastata di Ken Kelsch che dipinge la fredda promiscuità in cui vive il protagonista, lasciando la luce del giorno ai momenti del processo (quando la verità viene a galla), insieme alla brutale interpretazione di Depardieu, si intuisce la sentenza che Ferrara ha già emesso nei confronti del suo personaggio: nell'austerità programmatica dello stile dell'autore de "Il cattivo tenente" vi è la spia di un progetto filmico riuscito solo parzialmente. Nell'ultima parte, quando ai grugniti animaleschi si sostituiscono le solitarie elucubrazioni del personaggio, facendo emergere la sua matrice umana, diviene urlata la metafora banale e morale di cui Ferrara si è servito per comporre la sua riflessione sul potere: Devereaux, l'idealista sconfitto che si è lasciato andare alle sue ossessioni e ai suoi vizi, non potendo effettivamente modificare il sistema, ne è divenuto parte integrante, con tutti gli effetti collaterali di sorta. Seguendo questo schema, l'inquisitoria del regista newyorkese perde sostanza filosofica, rimanendo interessante solo a tratti, nelle sue accensioni più carnali, per poi smarrirsi in mezzo a semplificazioni psicologiste e a dialoghi ridondanti. A questo Caligola contemporaneo manca la carica dirompente ed eversiva dell'ultimo Scorsese, aspetti che hanno fatto del "Wolf of Wall Street" la sineddoche di un sistema capitalistico pervertito e malato, eppure seducente proprio per la gratuità e la facilità con cui si possono soddisfare i proprio desideri anche quando superano la soglia dell'abiezione.