CAST & CREDITS

cast:
Willem Dafoe, Jess Weixler, Stefania Rocca, Michele Venitucci

regia:
Giada Colagrande

durata:
97'

produzione:
Bidou Pictures

sceneggiatura:
Giada Colagrande

fotografia:
Tommaso Borgstrom

scenografie:
Sergio Ballo

montaggio:
Natalie Cristiani

musiche:
Angelo Badalamenti

A Woman | Recensione | Ondacinema

A Woman

di Giada Colagrande

drammatico, Usa, Italia (2010)

di Davide De Lucca

Voto: 3.5
Carnevale del ridicolo per il terzo film di Giada Colagrande, che invischia il marito Willem Defoe in un film pretenzioso e irritante. Julie (Jess Weixler) si innamora follemente e in poche ore di uno scrittore, Max (Defoe), dopo averne letto il romantico romanzo. Max immediatamente porta Julie con sé nella sua villa del sud Italia. Lo scrittore ha da poco perso l'amata moglie (ballerina di tango italiana, sic), tema del suo ultimo romanzo, e Julie ricorda molto la defunta. Julie vuole rendere felice il depresso Max a tutti costi e somigliare alla moglie fino a diventarne ossessionata. Seguono grandi rivelazioni. 
Il tutto in un'atmosfera che vorrebbe sembrare onirica, surreale, assurda, inquietante, ma che in realtà e poco più che uno scialbo aborto di film alla Lynch de noantri, che raccoglie fischi, bu, risatine e commenti sarcastici e velenosi all'uscita. Presentato nella sezione Controcampo Italiano di Venezia 67. 
 
Le musiche sono di Angelo Badalamenti, uno dei pochi aspetti da salvare del film assieme alla fotografia di Tommaso Borgstrom. Per il resto Stefania Rocca che recita in inglese è improponibile e snervante (d'accordo che il personaggio è un'italiana, ma risulta francamente inascoltabile e artificiosa); Defoe è rigido come uno stoccafisso imbottito di tranquillanti, (e tra parentesi dotato di un computer portatile dalla batteria illimitata); la Weixler sembra trovarsi coinvolta suo malgrado in una produzione strampalata che le impone di passeggiare scalza ovunque in una casa spoglia, di prendere il sole, leggere, e assumere espressioni patetiche esaltate da primi piani forzati. Gli insopportabili dialoghi della sceneggiatura sembrano usciti dalla penna di una quindicenne, così come lo sviluppo dell'intero intreccio è talmente inverosimile anche nella parte di preparazione che difficilmente è giustificabile da scelte stilistiche. La regia da videoclip con impennate da videoarte (Bill Viola è stato indicato tra i punti di riferimento), carica di riferimenti presto abbandonati e di un po' troppi artifici (felici solo a tratti), contribuisce a confermare un tono inconcludente e pretenzioso, che comprende attori rigidi e immobli, citazioni proustiane e hitchcockiane, pessimi figuranti italiani, stereotipi di un'Italia ferma agli anni sessanta - prego, notare che tutti noi facciamo "siesta" fino alle cinque di pomeriggio, quindi i paesi sono deserti - che non si sa dove la Colagrande abbia visto: era lecito aspettarsi un altro punto di vista, a meno che non si volessero rafforzare inutilmente alcuni luoghi comuni a beneficio degli americani. Vale il discorso fatto per "Villa Amalia"; e viene in mente un confronto per opposti col recente "Copia conforme", dove invece l'ambiente era funzionale e coerente col racconto, un contrappunto considerato con criterio, a differenza del caso in questione. 
 
Invece dei contorni dell'incubo, dell'angoscioso viaggio nell'inconscio dell'ossessione d'amore, o qualunque cosa pretendesse di essere, "A woman" finisce con l'assumere i toni di una farsa. Spiace dirlo, anche perché saremmo i primi a incoraggiare sperimentazioni e film indipendenti, ma, pur riconoscendo una sincerità e dedizione di fondo anche considerate le libertà di una produzione auto-finanziata, il risultato è maldestro e velleitario.