Recensioni

Wonder

di Stephen Chbosky

drammatico, commedia, Usa/Hong Kong (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Jacob Tremblay, Julia Roberts, Owen Wilson, Mandy Patinkin, Izabela Vidovic, Sonia Braga

regia:
Stephen Chbosky

distribuzione:
01 Distribution

durata:
113'

produzione:
Lionsgate, Mandeville Films, Participant Media, Walden Media

sceneggiatura:
Stephen Chbosky, Steve Conrad, Jack Thorne

fotografia:
Don Burgess

montaggio:
Mark Livolsi

musiche:
Marcelo Zavros

Wonder | Recensione | Ondacinema

Wonder

di Stephen Chbosky

drammatico, commedia, Usa/Hong Kong (2017)

di Stefano Guerini Rocco

Voto: 6.0
Educato a casa da una madre amorevolmente tenace e sostenuto da una famiglia tanto affiatata quanto protettiva, Auggie è un bambino prodigioso o, per meglio dire, straordinario - inteso nel vero senso della parola, che esce cioè dall'ordinario. Oltre a una ammirevole vivacità intellettuale e a una spiccata predisposizione per le discipline scientifiche, infatti, quello che rende Auggie "diverso" dagli altri bambini della sua età sono gli effetti della Sindrome di Treacher Collins, che gli hanno vistosamente deformato i lineamenti facciali. Per questo, ogni volta che deve lasciare le sicure mura domestiche, il ragazzino preferisce munirsi di un casco da astronauta, vera e propria coperta di Linus che, cullandolo nel sogno (assai comune) di mirabolanti avventure spaziali, gli permette di affrontare il mondo esterno con baldanzosa sicurezza e buonumore.

Quando arriva però il momento dell'ingresso nel mondo della scuola, complesso e a tratti spietato, Auggie è costretto a rinegoziare le proprie (in)sicurezze rinunciando alle collaudate difese per aprirsi agli altri in un modo ancora inedito e inesplorato. Il suo percorso di crescita e di scoperta, doloroso e difficile, certo, ma altrettanto ricco di sorprese e soddisfazioni, riuscirà a innescare un cambiamento sincero e profondo anche in quanti gli stanno intorno.

Alla sua prima prova registica dopo l'exploit di "Noi siamo infinito", lo scrittore e regista Stephen Chbosky abbandona i lidi del cinema indipendente formato Sundance per declinare in confezione mainstream la sua ormai paradigmatica poetica dell'outcast, vero tratto distintivo di una carriera abilmente costruita tra grande schermo, televisione e letteratura. Infatti, nonostante un protagonista eccezionale e, in un certo senso, ingombrante come Auggie, Chbosky e i suoi co-sceneggiatori Steve Conrad e Jack Thorne sono riusciti a fare di "Wonder" un piccolo racconto corale all'interno del quale ognuno vive, a proprio modo, una condizione di alterità ed emarginazione.

Tutti, nell'universo favolistico e caramellato di "Wonder", sono dei "ragazzi da parete" che vivono una condizione di disagio e insicurezza: lo è la mite sorella Via, segretamente gelosa delle attenzioni costanti riservate al piccolo Auggie, lo sono i bulletti della scuola, vittime a loro volta di genitori ottusi e benpensanti, lo è persino l'irriducibile madre Isabel, che ha rinunciato a sogni e aspirazioni personali per aiutare il figlioletto bisognoso. Ma in questa sorta di gaia e consolatoria carola natalizia, quale "Wonder" ambisce a essere, ognuno trova la propria realizzazione e, infine, il proprio lieto fine, attraverso un insegnamento tanto banale quanto intimamente rivoluzionario: "Se non ti piace quello che vedi, cambia il tuo modo di guardare". La pellicola, infatti, rispetta lo spirito del romanzo omonimo di R.J. Palacio da cui è tratta, e non rinnega né nasconde mai la sua vocazione apertamente didattica e pedagogica, puntellando la narrazione di tanti motti e precetti, sciorinati ogni mattino dal pacioso maestro Mr. Browne, che hanno il valore di vere lezioni di vita.
È proprio questa limpidezza d'intenti e programmaticità di obiettivi a rendere sopportabile - anzi, efficace e funzionale - il tono di buonismo moraleggiante che permea la pellicola, permettendo così allo spettatore di attuare la proverbiale "sospensione dell'incredulità" e, in definitiva, di commuoversi sinceramente fino alle lacrime (a più riprese).

Certo, "Wonder" non ha nulla della straziante intensità di "Dietro la maschera" di Peter Bogdanovich, con il quale condivide più di uno spunto narrativo. Ma Chbosky dimostra di avere la sensibilità giusta per dosare il sentimentalismo e cesellare alcuni piccoli momenti di folgorante autenticità, soprattutto quando mette la macchina da presa all'altezza dei suoi giovanissimi protagonisti e li lascia interagire in tutta la loro esuberanza infantile. Per tutto il resto, c'è il sorriso materno e avvolgente di Julia Roberts, cui il tempo ha conservato intatto il magnetismo da diva di prima grandezza.