CAST & CREDITS

cast:
Woody Allen, Diane Keaton, Scarlett Johansson, Mariel Hemingway, Josh Brolin, Dick Cavett, Larry David, Letty Aronson

regia:
Robert B. Weide

distribuzione:
BIM Distribuzione

durata:
113'

produzione:
Whyaduck Productions, Rat Entertainment, Mike's Movies, Thirteen's American Masters

sceneggiatura:
Robert B. Weide

fotografia:
Neve Cunningham, Anthony Savini, Nancy Schreiber, Bill Sheehy, Buddy Squires

montaggio:
Karoliina Tuovinen, Robert B. Weide

Woody | Recensione | Ondacinema

Woody

di Robert B. Weide

documentario, Usa (2012)

di Davide De Lucca

Voto: 7.0

Documentario della serie televisiva "American Masters", prodotta dalla PBS e creata da Susan Lacy, che da ventisei stagioni realizza un ritratto biografico all'anno dei più eminenti artisti americani. Robert B. Weide, regista e produttore anche della serie (capolavoro) "Curb Your Enthusiasm" di Larry David, sembra così completare un percorso ideale, iniziato a ventitré anni col suo primo documentario sui fratelli Marx a cui è seguito quello su Lanny Bruce del 1998, giungendo a Woody Allen dopo averlo corteggiato più volte a partire dagli anni ottanta. Un lavoro durato due anni per ripercorrere la carriera del regista newyorkese attraverso le testimonianze dei suoi collaboratori e di Allen stesso, che ovviamente si è dimostrato da subito ritroso sostenendo di non essere abbastanza interessante. Ha concesso al regista di "Star System" di seguirlo sul set e nei luoghi della sua infanzia avvisandolo che si sarebbe annoiato. Il risultato, però, è tutt'altro che noioso.

Magari un po' agiografico dato che Weide per sua stessa ammissione è grande estimatore di Allen e nei suoi documentari si occupa solamente di soggetti che conosce particolarmente bene, ma Allen non è certo il pomposo Lester di "Crimini e Misfatti" (il personaggio di Alan Alda che commissionava un documentario sulla sua vita) e si concede tra lo schivo e il sornione com'era facile immaginare.

La scelta formale è quella di utilizzare lo stesso font dei titoli di testa e un tappeto musicale che richiama le atmosfere alleniane. Niente voice over, ma solo testimonianze alternate a clip di film e interventi grafici per un lavoro che Weide ha definito "scritto in sede di montaggio" - scremando quasi 12 ore di interviste al solo Allen. Una carrellata che si sofferma molto sulle origini: racconta l'infanzia a Brooklin e il rapporto con i genitori, l'amore per il cinema e la scrittura dei primi pezzi comici per i giornali con la nascita dello pseudonimo; gli esordi nello stand-up letteralmente spinto sul palco da Rollins e Joffe, la sua timidezza, ma anche la grande capacità di improvvisare (vedi il "Dick Cavett Show"). Non mancano il jazz e il grande amore per il clarinetto, con i concerti-festa-comandata del lunedì sera al Carlyle. Emerge il grande legame di Allen con la scrittura, il suo sentirsi prima autore che comico, e si stringerà il cuore dei fan vedendo la storica macchina da scrivere, un'Olympia portatile tedesca, che "funziona ancora come un carro armato".


Si alternano dichiarazioni di critici cinematografici e del biografo Eric Lax, della sorella e collaboratrice Letty Aronson, e di altri storici sodali come Rollins e Joffe, Gordon Willis, Robert Greenhut, Mashall Brickman, Diane Keaton, Mariel Hamingway e Juliet Taylor. E poi l'ex moglie Louise Lasser che racconta come la mattina del primo giorno di riprese di "Prendi i soldi e scappa" lo sorprese a leggere "How to direct". La biografia artistica viene ripercorsa in ordine cronologico, evidenziandone evoluzioni e rivoluzioni fino al recente cambio di pelle con l'Europa e la riscoperta della sensualità. Un ritratto che comprende il suo rapporto con le donne, la ritrosia per gli eventi mondani, il disinteresse per i premi, un sistema produttivo che gli permette di essere sempre attivo, senza curarsi dei fallimenti pur mantenendo intatta l'onestà verso lo spettatore; la facilità nel licenziare gli attori e il disagio nell'incontrarli durante i casting confermati dalle star dei film più recenti. Non mancano i momenti difficili, come la gogna mediatica in seguito alla separazione da Mia Farrow, che però non ha impedito ad Allen di andare avanti grazie alla sua conclamata capacità di vivere a compartimenti stagni, e l'indagine del suo rapporto con la morte e la religione - interessante in questo senso il contributo del teologo Robert Lauder.


Il documentario di Weide esce nei cinema in una versione ridotta rispetto alle 3 ore di quella per la tv. Non è proprio "tutto quello che avremmo voluto sapere ma non abbiamo mai osato chiedere" perché molte cose sono risapute, però ci restituisce forse il più approfondito e sentito ritratto di uno dei più grandi artisti del novecento, che sembra aver dichiarato: "In realtà volevo rifiutarmi ma in fondo avevo del tempo libero e non sapevo cosa fare prima della partita dei Knicks". Anche se a nostro avviso sembra non coincidere con una delle fasi più brillanti sotto il profilo artistico, la sorella Letty definisce quest'ultimo periodo della vita di Allen tra i più felici e conciliati lasciandoci quel cauto ottimismo di molti finali del suo cinema.