CAST & CREDITS

cast:
Robert Mitchum, Ken Takakura, Brian Keith, Herb Edelman, Richard Jordan, Keiko Kishi, Eiji Okada

regia:
Sydney Pollack

distribuzione:
Warner Bros

durata:
107'

sceneggiatura:
Paul Schrader, Robert Towne, Leonard Schrader

fotografia:
Kôzô Okazaki

scenografie:
Stephen B. Grimes

montaggio:
Don Guidice, Thomas Stanford

costumi:
Dorothy Jeakins

musiche:
Dave Grusin

pietra miliare

Yakuza | Recensione | Ondacinema

Yakuza

di Sydney Pollack

azione, noir, Usa/Giappone (1974)

di Alex Poltronieri

"Yakuza: il kana giapponese per questa parola è composto dai numeri otto, nove e tre, la cui somma fa venti: un numero perdente nel gioco giapponese. E' ciò che il gangster giapponese con orgoglio perverso ha voluto chiamarsi. La yakuza nacque in Giappone più di 350 anni fa, formata da giocatori, truffatori e loschi affaristi nelle fiere itineranti. Si diceva proteggessero anche i poveri dei paesi e delle campagne dalle bande di nobili predatori. E questo, a quanto pare, veniva fatto con impareggiabile abilità e coraggio. Ancora oggi si dice che la yakuza rispetti un codice d'onore rigoroso quanto il bushido dei samurai."
 

Mentre i cartelli iniziali scorrono accanto all'ideogramma che da il titolo al film, siamo introdotti sinuosamente in una realtà esotica e misteriosa, a cui segue la presentazione, tesa ed egualmente "aliena" del gangster Tono, e del suo emissario Goro. I titoli di testa, sulla musica jazz e raffinata di Dave Grusin, con immagini di crisantemi e pelli tatuate, sono egualmente folkloristici e paiono uscire da un film di 007. A tutti gli effetti "Yakuza" di Sydney Pollack nasce come film "d'azione" tout court, ma finisce poi per essere "qualcos'altro". Pollack è un regista che ama le sfide, e che in precedenza si è confrontato con una serie di film di genere, sabotandone le regole, piegandone le caratteristiche al proprio, singolare, punto di vista. Che si tratti della follia bellica di "Ardenne '44: Un inferno" (1969), del serrato, metafisico, western "Corvo rosso non avrai il mio scalpo!" (1972) o del melodramma maccartista "Come eravamo" (1973), Sydney Pollack è un autore che segna indelebilmente ogni genere a cui mette mano. E' il caso anche di "Yakuza", con molta probabilità (la parabola anti capitalista "Non si uccidono così anche i cavalli?" (1969) è un altro serio contendente al titolo) la sua opera più riuscita, matura, commovente. Nonché uno dei film più complessi, e incompresi, del cinema americano degli anni '70. Nato da una sceneggiatura dell'allora esordiente Paul Schrader (quello di capolavori come "Taxi Driver", "Toro scatenato", "American Gigolo" e via dicendo) basata su un racconto del fratello Leonard, che per un lungo periodo ha vissuto in Giappone, "Yakuza" doveva essere un sanguinoso e spettacolare action dall'ambientazione esotica, incentrato sulla mafia locale. Notoriamente restio a filmare la "violenza", Pollack, che è un regista che predilige le sfumature, si fa aiutare da un professionista come Robert Towne ("Chinatown", "L'ultima corvè", "I nuovi centurioni") a riscrivere l'intero copione, a da alla pellicola un'impostazione completamente diversa, trasformando quello che nelle intenzioni di Schrader era un'allucinante parabola di vendetta e morte, in una struggente, disillusa, riflessione sul ricordo, sulla vecchiaia, sul passato incapace di portare consolazione negli animi tormentati dei protagonisti.
 
A rendere "The Yakuza" un'opera irripetibile all'interno della filmografia di Pollack è la sua natura ibrida: raramente una pellicola è riuscita a catturare con tale sincerità e precisione i fondamenti della cultura nipponica, il suo rigore, il suo codice d'onore e lealtà. Ma al contempo, quello di Pollack è un film profondamente americano, che riesce ad interrogarsi sul senso di responsabilità da sempre connaturato all'american way of life, e ai limiti della cultura yankee. Quello del protagonista Harry Kilmer (interpretato da un titanico Robert Mitchum), non è solo un viaggio in Giappone, ma un viaggio nelle profondità della propria anima, della propria memoria. La pellicola parte come un noir alla Raymond Chandler, basandosi sui prodromi tipici del racconto "da detective". La storia misteriosa e violenta, si dipana attraverso una tristezza esistenziale di grande spessore, e un generale senso di disillusione nei confronti di un mondo moralmente ed affettivamente irrecuperabili, caratteristici del cinema, e della letteratura, noir del passato. Ecco però che questa prevedibile struttura narrativa viene presto fusa, contaminata, con quella del film di genere giapponese di yakuza. Quello che interessa al regista è il gioco tra culture diverse, lo scontro di mentalità tra l'americano Kilmer e il giapponese Tanaka Ken, legato al primo da un indelebile debito d'onore. All'interno di un intreccio complesso e ricco di capovolgimenti e colpi di scena, ognuno dei protagonisti è legato ad un altro dal proprio codice d'onore, o da un debito morale: è il cosiddetto jinji, l'obbligazione. Tanaka Ken aiuta Kilmer poiché egli durante la guerra ha salvato la sorella Eiko da un terribile destino, ma al contempo gli è avverso, poiché non concepisce che la sorella possa essersi innamorata di un americano; Kilmer si sente "obbligato" a non partire una volta compiutasi la sua missione, e resta a Tokyo per aiutare Tanaka ora braccato dagli uomini del malavitoso Tono: il fratello del maestro di kendo illustra a Kilmer che cosa sia il michi, che in giapponese sta a significare "via stretta", "dovere", "impegno", e conclude la sua disamina dicendo che "qualunque obbligazione lei ha verso Ken, se lei non la sente è come non l'avesse". Harry aiuta il vecchio amico, ed ex commilitone Tanner, poiché egli vent'anni prima gli prestò i soldi per aprire il locale di Eiko e strapparla ad una vita di miserie; Tanaka Ken durante lo scontro conclusivo contro il clan di Tono, uccide involontariamente il nipote, e per sottolineare la sua mortificazione, si taglia il dito mignolo davanti al fratello. Lo stesso rituale che eseguirà Kilmer per Ken, nella sequenza conclusiva, una volta resosi conto di aver, seppur implicitamente, distrutto il passato e il futuro del compagno giapponese.

E così, il film procede all'insegna di un'incredibile (agli occhi di un occidentale) sequela di rituali e azioni mosse da legami morali ed etici: e se la vicenda si staglia sullo sfondo di un Giappone che subisce impassibile l'industrializzazione e la modernizzazione americana, l'impianto filosofico del film di Pollack si basa su valori eterni, personificati da una coppia di protagonisti solitari e disillusi, "ruderi" di un'epoca passata e, forse, più onorevole e nobile, cavalieri di un western contemporaneo, spogliato di ogni epica. "Yakuza" di Pollack è innanzitutto una storia d'amore perso e ritrovato: nella sequenza di Kilmer e Eiko che guardano le vecchie istantanee del passato, speculare ad una scena identica con Redford e la Streisand in "Come eravamo", si respira il senso reale della pellicola. Ovvero il tentativo, impossibile, di ripensare e ricreare il passato nel presente. La serenità e la gioia degli anni passati sono irriproducibili nel presente dei protagonisti, ormai cambiati nel fisico, e, soprattutto, nella mente. E' lo stesso Kilmer-Mitchum ad ammettere di sentirsi vecchio, incapace di riconoscere, ed orientarsi, nella città in cui aveva vissuto tanti anni prima. Egli rinuncia a baciare, per un ultima occasione, l'amore della propria vita, conscio della morte di ogni valore e sentimento. Tanaka Ken è la personalità speculare a quella di Kilmer, un'altra reliquia di un tempo andato, legato indissolubilmente a valori dimenticati, di cui si fa unico, malinconico, portatore. Nel finale del film traspare chiaramente come questi personaggi non abbiano null'altro che se stessi per comprendersi. Tutto muore: il passato è un ricordo vago e idealizzato che pare tradire ed essere menzognero (il tradimento di Tanner), il presente è una spirale di sangue e vendetta a cui non si può far altro che rispondere con l'uso della violenza (il brutale showdown finale), il futuro è un lusso che viene negato (con l'uccisione dei giovani, quasi innamorati, Dusty e Anako, che si scoprirà essere la figlia, e non la nipote, di Tanaka Ken, se ne va ogni speranza di serenità e bellezza). Kilmer salda il suo debito con Ken, e viceversa, i due amici, ormai non più avversari, si salutano all'aeroporto, pronti a tornare alle proprie vite senza "senso".
 
Sydney Pollack non dimentica però che il suo è (anche) un film d'azione. E l'azione irrompe in maniera brutale e secca. Il regista non insiste su dettagli sanguinosi e sulla violenza, ma taglia le sequenze adrenaliniche del suo "Yakuza" con un tono febbrile e concitato davvero esemplare. L'incursione nel covo degli yakuza per liberare il figlio di Tanner, la sparatoria in casa di Oliver in ritorsione all'offesa al gangster Tono, o il già citato combattimento finale, che vede Ken armato di katana, e Kilmer con pistola e fucile, contrapposti ad una trentina di mercenari, orchestrato come se fosse un macabro balletto di sangue e morte (basti pensare alle riprese dall'alto) sono brillanti esempi del talento eccezionale, e unico, di Pollack nell'intendere il cinema d'azione e la rappresentazione (virile) della violenza: per il regista non c'è nulla di epico o romantico nella messa in scena della morte; ecco allora che al grand guignol Pollack sostituisce un montaggio frenetico e concitato, brutale quanto uno sparo o un affondo di katana, che impedisce a tratti di capire che cosa si agiti sullo schermo. Le uccisioni, a partire da quella di Tanner ad opera di Kilmer, sono di un'asciuttezza e una velocità impressionante, lontanissime dal culto della crudeltà tipico della penna di Paul Schrader, più vicine alla sensibilità di un autore raffinato, quasi europeo verrebbe da dire, come Pollack.

Rifiutato alla sua uscita in patria, e spesso accusato con superficialità di rappresentare la cultura nipponica con toni eccessivamente folkloristici, "The Yakuza" è un'opera ancora oggi coraggiosamente anacronistica e struggente, purtroppo ancora troppo sottovalutata presso certo lidi.