CAST & CREDITS

cast:
Joel Edgerton, Jessica Chastain, Edgar Ramirez, Kyle Chandler, Mark Strong, Jennifer Ehle, Chris Pratt, Jason Clarke

regia:
Kathryn Bigelow

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
157'

produzione:
Annapurna Pictures

sceneggiatura:
Mark Boal

fotografia:
Greig Fraser

montaggio:
Dylan Tichenor, William Goldenberg

musiche:
Alexandre Desplat

Zero Dark Thirty | Recensione | Ondacinema

Zero Dark Thirty

di Kathryn Bigelow

drammatico, azione, Usa (2012)

di Francesca d'Ettorre

Voto: 7.5

"Adesso c'è soltanto il sentimento di un buio in cui stiamo sprofondando"
(Federico Fellini)

Maya (Jessica Chastain) è l'agente della Cia attraverso cui gli Stati Uniti hanno scritto il capitolo conclusivo di una ossessione lunga dieci anni che ha lambito frustrazioni e vittorie sommarie, fallimenti e zone d'ombra. Fino alla notte del 2 maggio 2011 in cui i Navy Seals giustiziarono il leader di Al-Qaeda, Osama Bin Laden, nel suo covo ad Abbottabad.

È pratica usuale quella che - quando si pone l'attenzione sull'attualità cocente e composita - vuole concedersi alla polemica pretestuosa, di modo che un film che nulla immola all'ardire realistico diventa, all'occhio miope del detrattore, apologeta della tortura e finanche nazista. Un vespaio di critiche, giunte fino ai piani alti del Senato americano, ha accompagnato l'arrivo di questa pellicola nelle sale internazionali e fatto da contraltare alle nomination agli Oscar e al Golden Globe già debitamente intascato da Jessica Chastain.
L'incipit di "Zero Dark Thirty" è uno squarcio sull'oscurità; lo schermo è nero sull'11 Settembre 2001, nulla è mostrato, ma lasciato al montaggio di telefonate e richieste d'aiuto a far vibrare le corde più fragili dello spettatore, che è così immerso nello stato psicologico adatto alle prossime sequenze. L'attentato contro le Torri Gemelle è l'innesco di un moto di vendetta che animerà sogni e incubi americani e il preludio della guerra al terrore di lì a venire che sembra aver acquisito interesse narrativo negli Stati Uniti, tanto da incentrarci una serie tv ("Homeland") e, ora, "Zero Dark Thirty".

Nella scena successiva veniamo introdotti in una prigione segreta della Cia (uno dei cosiddetti black sites) in cui l'agente Dan sta interrogando Ammar, un esponente del gruppo saudita. In questa parte del film si rivelano nella loro efferatezza le torture fisiche e psicologiche cui sono sottoposti i prigionieri; waterboarding compreso. La protagonista, quando ci viene presentata, non sembra essere a proprio agio davanti al corpo nudo e martoriato del prigioniero, ma il suo è un personaggio destinato a crescere in ostinazione e durezza con il trascorrere del minutaggio, diventando il centro gravitazionale dell'intera operazione e unica mente alla base di una vittoria insperata. E' l'unica dotata di quell'acume freddo che serve a discernere la trappola terrorista grazie alla consapevolezza - a dispetto della collega - che l'avidità non usura l'odio; non è merce di scambio e non si vende al miglior offerente, ma va dritto al suo bersaglio.

Nonostante sia proprio Maya la figura attorno cui ruota la pellicola e la cattura del nemico numero uno dell'America, non sappiamo niente di lei. Cosa la spinge, cosa prova, cosa pensa. Niente. Conosciamo la sua ossessione e conoscevamo quella del sergente James in "The Hurt Locker". Con la differenza che in "Zero Dark Thirty" la Bigelow azzera l'elemento analitico per concentrarsi esclusivamente sull'impetuosità dell'azione - con una gradazione della suspense mai calante - e sulla ricostruzione realistica dall'accento documentaristico, lasciando l'ambiguità a uso e consumo dello spettatore alla maniera de "Il braccio violento della legge" di William Friedkin.

Di nuovo in coppia con Mark Boal alla sceneggiatura, Kathryn Bigelow costruisce un campionario disadorno di tecnica thrilling prestata al reportage, dalla dilatazione della suspense alle esplosioni roboanti, alla predilezione della camera a mano. Non l'encomio sensazionalista dei valori americani, le bandiere lucenti, inni e gli abbracci con i cari, ma cinema che esplora  l'umanità nelle sue azioni fino a toccarne i lati più oscuri e miserrimi. In fondo, a partire dal titolo della pellicola - come nel film precedente la Bigelow utilizza il gergo militare che stavolta sta a indicare quel momento della notte in cui le azioni militari sono più auspicabili - l'oscurità è il fil rouge di uno schermo nero che nega i volti fino alla prospettiva in notturna dei Navy Seals durante la cattura e l'esecuzione di un nemico. Di una vendetta e della paura.