Breaking Bad - Reazioni collaterali | Serial | Ondacinema

Vince Gilligan

Breaking Bad - Reazioni collaterali

di Vince Gilligan

di Alberto Mazzoni

C'era una volta un uomo in mutande in mezzo al deserto... La serie di cui ancora non abbiamo smesso di parlare, il fenomeno che ha reso popolare lo spaccio di metanfetamina in tutto il mondo e ha fatto conoscere a una generazione lo spelling di Heisenberg

 I am the one who knocks
(Walter White)

If you just do stuff and nothing happens... what does it all mean?
(Jesse Pinkman)

 

Sinossi: Walter White è messo male. Debiti, figlio disabile, secondo figlio in arrivo. Gli ex-amici hanno fatto i miliardi e il cognato poliziotto lo sbeffeggia. E ora arriva un cancro per il quale non si può permettere le cure. Essendo la padronanza della chimica la sua unica risorsa, si mette a sintetizzare metanfetamine con l'aiuto di un ex-studente. Scoprirà che lo spaccio di droghe sintetiche non è un pranzo di gala, ma anche di essere più portato del previsto per il mestiere.
In cinque stagioni di sceneggiature senza pietà "Breaking Bad" ha creato uno degli universi televisivi più complessi e affascinanti che abbiamo visto finora. Piuttosto che lavorare sull'estensione, come "The Wire" o (su un livello più pop) "Trono di spade", si è lavorato sull'approfondimento di un micromondo piuttosto ristretto come numero di personaggi e come location coinvolte. Vince Gilligan ha avuto così modo di affrontare la complessità di molti temi, ognuno dei quali è stato discusso ampiamente da spettatori e critici. In primis la crisi economica, motore di tutta la vicenda, individuata con sapienza nei suoi due snodi nevralgici e simmetrici: l'indebitamento (la casa) e l'assenza del welfare (l'assistenza sanitaria). Questo si riflette a livello individuale nella crisi del "maschio bianco middle-class americano" abituato a essere il centro del pianeta, e che ora si ritrova impotente e privo di significato. Abbiamo la dimensione etica, con gli spettatori che credono inizialmente di avere a che fare con lo stereotipo del buono-costretto-dalla-vita-ad-azioni-malvagie e solo col tempo e l'impegno possono capire che stanno empatizzando con un bastardo puro senza scrupoli né giustificazioni.
Infine, la dimensione psicologica più rilevante della vicenda è il rapporto tra White e Pinkman, troppo complesso e vivo e reale per essere banalizzato in padre/figlio o amore/odio. Il tutto naturalmente con un ritmo sostenuto da congegni narrativi al cui confronto tutti i blockbuster americani degli stessi anni sono puntate di "Peppa Pig".

Vorremmo però suggerire una ulteriore, non sostitutiva, linea di interpretazione, quella geografica. "Breaking Bad" non potrebbe essere ambientato a New York o Baltimora, Springfield o Twin Peaks.  Il confine tra Stati Uniti e Messico è il più violento passaggio tra potenti e perdenti presente sul pianeta. Per averne vagamente un'idea immaginate se il Mediterraneo non ci fosse e Algeria, Tunisia, Libia e l'intera Africa alle loro spalle fossero attaccate alle nostre coste, Tripoli a poche ore di macchina da Roma o Milano. Lo avete visualizzato? Non a caso il muro tra San Diego e Tijuana è molto più imponente del muro di Berlino... Cosa produce tutto ciò? Traffico di droga ed esseri umani, e storie, tante storie. Se ne sono accorti gli scrittori americani, che da McCarthy a Winslow hanno creato il romanzo di frontiera, e ci potremmo mettere dentro tanti altri, fino ai grandissimi Kerouac, Ellroy e Bolano. Il cinema non è riuscito a catturare questa magia. "The counselor", "Le belve" (entrambi ispirati ai suddetti scrittori) non ci sono riusciti, troppo patinati, troppo glamour. Forse l'onesto "Traffic" è quello che ci è andato più vicino. "Non è un paese per vecchi" è magnifico, ma parla di altro. Cosa rimane? Un segmento di "Babel"? La vera epica della frontiera sud è "Breaking Bad". Il Messico disperato che desidera (ri-)conquistare gli Usa, gli Usa disperati che desiderano perdersi e (ri-)nascere in Messico, il deserto che li separa e li unisce, che è tremendamente reale e sembra un sogno rispetto alle nostre città, posto ideale per cercare una nuova vita e morire.

A parte la sceneggiatura, come è girato "Breaking Bad"? Bene. Ci sono ingenuità (il filtro con colori caldi per le scene in Messico...) e vezzi (la soggettiva dell'oggetto), ma anche un ottimo uso del montaggio, flash-forward in testa. Inoltre una gran parte della storia si svolge in luoghi molto ristretti, come la casa di White o i vari laboratori, ed è notevole la moltiplicazione dei punti di vista che riesce a non dare l'idea di stasi in queste situazioni. Allo stesso tempo, come accennavamo sopra, le riprese nel deserto riescono a essere allo stesso tempo tremendamente sensoriali - caldo fatica sete riverberi - e metafisiche quando necessario: nel deserto può capitare di andare in giro in mutande quanto di essere sepolti senza che nessuno sappia più niente di noi.... Forse la migliore scena desertica è la "rapina al treno" nella quinta stagione, in cui un sapiente montaggio di molteplici punti vista tiene lo spettatore appeso fino alla risoluzione finale. Su scala "intima", la struggente sequenza muta (quasi evangelica) di Jesse che intaglia la scatola, in un buio tagliato da lame di luce dove vediamo galleggiare polvere e trucioli, è un perfetto esempio di intensità dal nulla, di pura bravura registica. Sarebbe il punto più alto della regia della serie se non ci fosse il video di Gale che canta, destinato alla storia a fianco del "No hay banda" di "Mulholland Drive".

Se proprio si vuole muovere una critica a "Breaking Bad", è l'assenza di una colonna sonora all'altezza. Persino quella schifezza di "True Blood" aveva una sigla che avevi voglia di riascoltare e rivedere ogni volta, qua giusto due svolazzi di fumo sopra due note di basso e subito piombiamo nella storia. L'unica canzone che rimane in mente dalla prima visione è "1977" (non a caso in spagnolo), lievemente irritante nonostante sia associata a una bella sequenza di una puntata-chiave. Solo nel finale avremo un'accoppiata suono-visione veramente struggente...
E' chiaro però comunque che il punto forte di "Breaking Bad" è la recitazione. White, Pinkman, Skyler, Hank, Saul, Gus sono tutti personaggi talmente complessi e talmente vivi che non può che andare un applauso agli attori e a chi li ha selezionati. La prova della loro abilità sta nell'aver sfruttato i tempi delle serie per dar vita inizialmente a stereotipi - l'uomo in cerca di rivalsa, il perdente, la mogliettina rompicoglioni, l'arrogante macho man, il viscido, il freddo e spietato criminale - per poi mostrarne episodio dopo episodio gli altri lati, indipendenti dalla caratterizzazione principale (gli ordini successivi, si direbbe in matematica) e infine aver interpretato la dinamica nel tempo (e in reazione agli eventi) di tutti questi aspetti, senza nessuna agnizione, scena madre o conversione sulla via di Damasco, ma con una costante evoluzione e rimessa in discussione e adattamento. Fatecelo dire, proprio come nella vita.


RIASSUNTO STAGIONE PER STAGIONE - NOTA: CONTIENE SPOILER


Stagione 1 - Voto: 7.5


La prima stagione è buona, il che significa che non è che l'ombra di quello che la serie diventerà. Un professore di chimica già schiacciato dai debiti e da una famiglia difficile scopre di avere il cancro e si allea con un bislacco ex-allievo per entrare nel business della droga. Ma il crimine non è così semplice ed entrambi si troveranno di fronte alla scelta di evolvere o perire. L'idea è interessante, ma il problema è che la stagione sostanzialmente coincide con questo riassunto. Ci sono momenti troppo programmatici, nel caratterizzare Mr. White come il colletto bianco che si ribella (la macchina distrutta al benzinaio) o come genio della chimica (a tratti si sfiora "McGyver"). Però la prima serie dispone correttamente tutti i pezzi sulla scacchiera e da subito se ne apprezzano lo spessore e l'originalità.
Abbiamo la moglie, Skyler, anche troppo bella e adorante per un simile loser, ma non priva di spigoli e preoccupazioni. Abbiamo il figlio, raro personaggio con handicap che non è totalmente definito dal suo handicap ma è anche un adolescente metà ribelle, metà in adorazione del padre. Abbiamo la sorella di Skyler, a cui si spaccherebbe la testa fin dalla prima scena, odiosa come Jeoffrey il reuccio di "Trono di spade" ma reale, quindi ben più temibile. E abbiamo suo marito Hank, il poliziotto bianco più poliziotto bianco che c'è, con le sue battute su donne, gay e messicani e una certa determinazione. Abbiamo Jesse Pinkman. E' significativo come Pinkman dovesse morire alla fine della prima serie - chi ha bisogno di un drogato-spacciatore che sogna di essere Eminem? Era stato messo lì giusto per farsi due risate alle spalle di una generazione. Solo l'interpretazione sfaccettata di Aaron Paul, capace di mostrare come pochi la complessità che si cela sotto lo scazzo esistenziale, aveva riscattato Pinkman inserendolo in un rapporto inizialmente padre-surrogato e figlio-surrogato tanto classico quanto portato qui alle estreme conseguenze.

Ovvio che tutte queste premesse o quasi sono qui stabilite al solo fine di essere messe in discussione nel resto della serie dando luogo a delle evoluzioni realistiche, quindi tanto nette a posteriori quanto tutt'altro che lineari. Un esempio di elemento perturbante che ha sviluppi è il fatto che Walt non abbia avuto una vita interamente grigia. Ha sfiorato il colpo grosso, la realizzazione dell'American Dream con i suoi ex-amici, e ha perso l'occasione. Questo crea un bizzarro mix di rancore, depressione e autostima che risulterà sulla lunga fondamentale.
Chiunque creda che con personaggi del genere la serie sarà inevitabilmente una serie di monotone conversazioni si dovrà ricredere di fronte a una tensione psicologica senza pace e addirittura una manciata (letteralmente) di scene action. Fin dalla prima puntata il confronto tra Walter e il mondo è un mors tua vita mea concreto, fisico e letale. Durante questa prima stagione, inoltre, ci si diverte, anche troppo, c'è la vasca (non) di plastica e persino il tormentone di Walt in mutande. Forse gli anni 90 sono ancora troppo vicini per affrontare una storia del genere senza meta-ironia, ma questa per fortuna sparirà completamente nelle stagioni successive.

Stagione 2 - Voto: 8

Si inizia a fare sul serio. Walter White diventa Heisenberg, e la spalla comica diventa Jesse Pinkman, e trova una donna che gli si confà. Entrano in scena Saul e Gus e il mondo si allarga a comprendere i cartelli messicani, la Dea, il riciclaggio. Ci si possono permettere anche cameo di livello come il grande Danny Trejo la cui uscita di scena sul dorso di una tartaruga si incide nella memoria di Hank quanto in quella dello spettatore. Caso raro di stagione completamente sceneggiata prima di aver iniziato a girare la prima scena del primo episodio. "Una fatica che non ripeteremo mai più", ha dichiarato Gilligan, ma ne valeva la pena. Walter quasi inconsapevolmente compie il primo, fondamentale passo verso l'inferno.
Il personaggio chiave di questa stagione è ovviamente Jane Margolis, nonostante sopravviva una manciata di episodi. Simpatica affascinante e "reale" come tutti i personaggi di Gilligan, Jane rappresenta la prima via di uscita possibile per Jesse, forse dalla nascita, sicuramente da quando si è messo nell'angolo da solo con lo spaccio. Notare che la compagna appare dopo che Jesse è riuscito a liberarsi dall'ombra dei propri genitori. Se non è un romanzo di formazione questo.... Comunque Jane (come scopriremo qui e nei flashback della serie successive) è la possibilità per Jesse non di una vita normale (tenetevela) ma di una vita bella, in cui le relazioni umane sono piacevoli, Walt lo rispetta, la droga si coniuga con l'arte e non solo con la paranoia. A tal proposito peraltro emerge una volta di più l'agnosticismo etico nei confronti del fenomeno di Gilligan: la droga è semplicemente una merce particolarmente costosa e illegale. Alla fine l'unico che disprezza i drogati è Gus, il più grande spacciatore dello stato, e quando in una delle sue complesse bugie Walt dice che fuma marijuana la cosa non pare sconvolgere nessuno. D'altro canto Jesse sotto effetto di droga diventa veramente uno straccio, come tutti i junkhead che incontra.

Gus. Questa serie introduce Gus e Saul, il ragioniere che regna sulla droga e l'avvocato dei Simpson che ha fatto il salto di qualità, due dei non-protagonisti che hanno reso "Breaking Bad" la serie memorabile che è. Daranno il loro meglio nelle serie successive, ma già da subito, già dai loro luoghi di lavoro si capisce di che pasta sono fatti. I personaggi della prima serie intanto evolvono. Skyler si trova confrontata con la piccola criminalità da colletto bianco e decide di chiudere un occhio. Hank prima paga il fio del proprio machismo lasciandosi sfuggire Jesse perché tratta male le prostitute, quindi ha uno spiacevole quanto spettacolare incontro con Danny Trejo che ne intacca la smargiassaggine. E Walt, con un omicidio costruito in modo tale che non capiamo se sia colposo o meno (neanche Farhadi....), distrugge per la prima volta la vita di Jesse.
Infine la tensione. Le prime due puntate (DING!) sono da infarto e ci presentano le notevoli virtù della ricina che ci accompagneranno fino alle ultime puntate. L'ultima sequenza di "Mandala" peggio ancora, e l'ultimo episodio è destabilizzante. Una stagione che non si dimentica.

Stagione 3 - Voto: 8.5

Nell'"Incal" di Jodoroski e Moebius il protagonista si spacca di tanto in tanto in piccoli elementali che ne rappresentando, estremizzandole, le contrastanti pulsioni (idea già al'epoca non nuovissima e oggi riproposta pari pari dalla Pixar). Similmente, nella terza serie vediamo incarnate due parti della personalità di Walter White. I Salamanca bros sono la violenza che origina dalla difesa del nucleo familiare. Tutti, a nord e sud del confine, nella fiction come nella realtà, hanno sempre utilizzato e utilizzeranno sempre LA FAMIGLIA come giustificazione della violenza più efferata. Se la serie di "Taken" rappresenta l'aspetto ludico di questo principio, e "L'ultima casa a sinistra" l'aspetto camp, i Salamanca bros ne sono l'aspetto rituale, efficiente e cool. Walter White in pratica non li incrocia mai ma noi vediamo come le loro azioni abbiano dietro l'apparenza la stessa sostanza di quelle di Walter. Notiamo infine come il mutismo dei Salamanca bros costringa la regia ad alcune delle sequenze più visivamente belle di tutta la serie, la loro entrata e la loro uscita di scena su tutte. 
Se i Salamanca sono Walter senza scienza, Gale è Walter senza testosterone. Senza violenza, senza ambizione, senza desiderio di potenza. Gale vuole fare bene il proprio lavoro alle condizioni stabilite dagli altri, e vivere delle sue piccole passioni. Ammira Walt (e, molto indirettamente, ne causerà la caduta) ma soprattutto ama la tecnica di per sé, senza porsi problemi del suo contesto. Nel finale del "Galileo", Brecht descrive gli scienziati che colpevolmente ignorano le conseguenze sociali del proprio lavoro come gnomi industriosi. Ecco cos'è Gale, uno gnomo industrioso. Naturalmente la scena più bella che lo coinvolge non è in questa serie, ma il karaoke post-mortem. Già, nessuno degli emi-White sopravvive alla serie. Tesi (o acido) Salamanca e antitesi (o base) Gale scompaiono per lasciar posto alla sintesi White. E, dettaglio cruciale, in nessuno dei due casi Walter è costretto a sporcarsi le mani personalmente.

Nel frattempo, Jesse si riprende a fatica da una batosta per darne e quindi prenderne una forse addirittura maggiore. Le tensioni tra Skyler e Walter raggiungono il calor bianco, con la scelta di nascondere tutto al figlio adolescente che non fa che complicare ulteriormente le cose. La complessità della relazione con Ted, la forza di essere tra i pochi a opporsi senza cedere a Walter in tutta la serie fanno di Skyler un personaggio tridimensionale e intrigante. Riesce con freddezza a mettere pure l'unica dote lavorativa che ha (un certo occhio per le cifre) a servizio del riciclaggio. Non si dimenticano le sue sigarette, il suo tuffo in piscina, i suoi auguri di buon compleanno, i suoi sforzi disumani per relazionarsi col branco di pazzi che ha attorno a partire dalla sorella prima ancora che da Walter, cercando sempre di difendersi e di riportare la vita in carreggiata. "Ma l'impresa eccezionale dammi retta, è essere normale....".

Hank rischia di sembrare quasi simpatico nella prima metà di questa serie, almeno in confronto a un rancoroso Walter che non fa niente e rosica perché almeno Jesse ci prova. Quando Jesse e Walter sono imprigionati nel RV e si liberano di lui con un mezzuccio non ci fanno una bella figura. Ma giusto all'inizio della puntata successiva Hank va a casa di Jesse e - a freddo - lo pesta a sangue fino a mandarlo in ospedale. Il crudele Gilligan fa compiere a un co-protagonista gioviale un abuso violento che neanche Il cattivo tenente. Alla fine della stessa medesima puntata lo vediamo quasi ucciso dai due sicari messicani (si salva giusto perché i due sono un fastidio pure per Gus). Lo avessero attaccato 24 ore prima avresti pregato perché si salvasse, ma dopo quello che ha fatto a Jesse?

Stagione 4 - voto: 9

Veniamo al capolavoro, al candidato a migliore stagione televisiva di sempre. La stagione 4 ha tutti i pregi delle precedenti, e va oltre: finalmente dispiega tutte le potenzialità della serie. La sfida tra Gustavo e Walter, e quella fra ognuno di loro due e il resto del mondo diventa finalmente un'epica che scava solchi profondi nei personaggi come negli spettatori, a cui capiterà persino di parteggiare per il primo, ad esempio nel mitico scontro coi messicani a casa loro: "Leave in peace. Or fight me and die". Peccato che basta fare due conti con le date e i soldi e i legami e ci si rende conto che Fring era al servizio di Pinochet, quindi di simpatia non ve ne può essere neanche l'ombra. Skyler e Hank in questa serie diventano personaggi totalmente affascinanti di per sé, con contraddizioni scelte etiche e sfaccettature, non solo ostacoli nelle macchinazioni di Walter. La scena muta all'angolo dei quattro stati è un piccolo saggio sul'impossibilità della fuga. La lenta triste discesa di Skyler nello sforzarsi di accettare l'inaccettabile è parallela alla lenta risalita di Hank, che a inizio serie è un personaggio quasi grottesco, ma spinto dal suo grossolano spirito di giustizia trova letteralmente la forza di rialzarsi.

Ma sopra a tutto abbiamo Jesse Pinkman. La ricerca di significato di Jesse ha una traiettoria degna di un racconto di Camus. Jesse, devastato dal finale della terza stagione (e dal resto), è al contempo intrappolato e perso in un mondo che ambisce con razionalità e determinazione omicida a obiettivi totalmente idioti come il potere sugli altri esseri umani. Dove, come trovare un senso? E come proteggerlo dal caos? Umanamente sconvolto per aver ucciso a freddo un poveraccio, Jesse si limita a trascinarsi, la sua casa diventa un rifugio per tossici, una parodia di una festa, mentre sul lavoro è un automa. Notare che la serie inizia con Gustavo che uccide a sangue freddo con un taglierino un collega, senza discostarsi un millimetro dal suo atteggiamento professionale ("get back to work"). Come sono finito in mezzo a questi pazzi, si deve chiedere ogni giorno Jesse. Ma tra i pazzi c'è qualcuno che crede in lui. Mike, personaggio interessante ma secondario nella serie precedente, qua acquista uno spessore nuovo, diventa il nonno con la pistola e i bunker sottoterra che tutti vorremmo avere. Jesse grazie alle sue cure si riprende, acquista visibilmente fiducia in sé stesso (è una bella prova d'attore). Riparte da due elementi molto semplici alla fine: una famiglia (atipica) e un lavoro (atipico). Cruciale è la trasferta in Messico: in pericolo di morte Jesse si rende conto che non ha bisogno di Walter per creare cristali blu. E' diventato un'artista della chimica e non se ne era neanche reso conto.
La metamorfosi è completa. Può quel bastardo di Walter White permettere ciò? Assolutamente no. Quanto del complicatissimo piano finale per far fuori Gustavo è veramente necessario all'obiettivo e quanto in realtà serve a togliere in un sol colpo TUTTO a Jesse - lavoro, affetti, fiducia in sé stesso - per riportarlo alle proprie dipendenze (nei vari sensi)?
"It's over. We are safe. I won.". Chiunque abbia ancora in simpatia Walter alla fine della serie ha serie turbe. La metamorfosi è compiuta. Avete creduto che lo spaccio di droga potesse essere una simpatica rivalsa attraverso la quale passare indenni? Vi sbagliavate.

Stagione 5 - Voto: 8.5

Non si poteva migliorare, ci si difende comunque benissimo. A livello di azione e di ritmo non si scende mai: il finale della puntata della rapina è un colpo al cuore. E proprio al cuore del discorso si giunge quando il vero nemico di Walter si trova ad essere la sua famiglia. Tornano splendidamente tutti i nodi della storia, non solo come incastri narrativi, ma come evoluzione dei vari personaggi - le ultime scene di Skyler, Hank, Jesse, e dello stesso Walter sono altrettanti addii perfetti. Qualche forzatura alle micro-dinamiche è necessaria per giungere a questo risultato: il gruppo dei cattivi è veramente troppo grezzo, un passo indietro rispetto al grande Gustavo Fring, e lo scontro finale è risolto veramente troppo alla McGuyver.  Ma il risultato rimane comunque memorabile.

L'addio di Hank, per cominciare. Insopportabile, manesco, razzista, misogino Hank. E' bello che muoia. Lo redime la morte? No. Muore male? No, ha solo commesso l'hybris di pensare di poter battere Heisenberg, di non aver capito che cosa il malaticcio perdente di Walter era diventato forgiato dal deserto. Come insegnano "I Miserabili", i poliziotti pensano che le persone non possano cambiare.
Jesse Pinkman invece viene qui fatto soffrire oltre il ragionevole. Era necessario renderlo completamente schiavo per metterne in scena la completa liberazione. Da Mr. White, dalla droga, dai propri legami, dal proprio destino, dai propri legami. Si tratta in fondo del paradosso già esplicitato in "Film Blu" di Kieslowski: la completa libertà equivale al vuoto (come si capisce dall'ultima inquadratura del nostro preferito). Si tratta in un certo senso di un rinnegamento del bellissimo percorso della quarta stagione, e quindi di un passo indietro.
O forse si tratta di un enunciazione di assenza di significato alla "A Serious Man"? In fondo la fine di Mike è esattamente, esplicitamente questo. Brutale e senza significato, per quanto si cerchi di trovarvi una traccia di bellezza. "Vuoi almeno lasciarmi morire in pace?". Mike, pronto a tutto, viene spiazzato dall'insensata paranoia e crudeltà di Walter, perché questo ormai si agita senza scopo come un animale ferito.

Uno degli apici dell'intera serie è infine il saluto tra Walter e Skyler. Questo giunge dopo un crescendo continuo, che passa dal desiderio di Skyler di mollare tutto allo scontro finale col coltello. Piccola cucina, spoglia, Walter inizialmente nascosto nell'inquadratura. Lei rassegnata, fuma, siede, niente le interessa troppo ormai, i lamenti della sorella isterica (finalmente per un motivo), il ritorno del marito ricercato. Neanche quando Walter ammette: "L'ho fatto per me stesso, mi riusciva, mi sentivo vivo", è possibile per lei risollevarsi. Tutti abbiamo odiato Skyler per anni, tutti dobbiamo ammettere: aveva ragione lei, su tutto.
Da notare come alla fine nelle vite a misura di uomo di tutti i personaggi della serie l'enorme accumulo di denaro portato dal traffico di droga sia completamente privo di significato. Jesse lo butta dal finestrino, per Skyler è un mucchio di carta da difendere dalle tarme, per Walter è un accessorio, quel che conta è il potere. Siamo oltre all'austerità di Fring contrapposta al disgustoso lusso intellettuale degli ex-colleghi di Walter.
Alla fine tutto questo cumulo di morti, questa sofferenza per tutti (senza contare quella dei tossici, lasciata forse troppo in secondo piano) a cosa saranno serviti? A pagare le cure di Walter, quelle di Hank, l'università a Junior. Obiettivi che nei welfare state europei erano e a volte sono ancora alla portata di quasi tutti. Il denaro, insegna "Cosmopolis", ha perso il suo significato nel secolo scorso, come la pittura.

Due note per chiudere in leggerezza

Uno: non scordiamoci che "Breaking Bad" è anche la rivincita dei nerd. Il nick di Mr. White è Heisenberg, nome non familiare bensì sacro per chiunque ami la fisica. Le competenze scientifiche di Mr. White sono il suo superpotere troppo a lungo sottovalutato e sotto-utilizzato. Libero dai vincoli morali questo superpotere è il cuore della storia, ciò che gli salva la vita e lo rende a tratti onnipotente. La scienza plasma il mondo attraverso la tecnica, lo scienziato è un mago agli occhi di chi non sa, e White è l'alchimista che trasforma il fango in oro (blu). Altro che gli sfigati di "The Big Bang Theory".
Due: la sceneggiatura è perfetta al punto che mentre manda avanti una trama diabolica dissemina i dialoghi di frasi badass ("I am the one who knocks", "Say. My. Name.", "I am in the empire business"), spassose ("Don't drink and drive, but if you do, call me."), laceranti ("Someone has to protect this family from the man who protects this family") o tormentoni ("Better call Saul!", "Have an A1 Day!"). La frase che fa capire a tutti che vedranno "Breaking Bad" fino alla fine è "This is not meth" a metà della prima stagione, quella che fa capire a tutti qual è la portata della storia che hanno seguito per anni è nell'ultima puntata quando lui dice...

Buona (re-)visione

Breaking Bad - Reazioni collaterali

INFO

titolo:
Breaking Bad - Reazioni collaterali

titolo originale:
Breaking Bad

canale originale:
Amc, Axn

creatore:
Vince Gilligan

produttori esecutivi:
Vince Gilligan, Mark Johnson, Michelle MacLaren

anni:
2008 - 2013