L'uomo nell'alto castello | Serial | Ondacinema

Frank Spotnitz

L'uomo nell'alto castello

di Frank Spotnitz

di Domenico Ippolito

La serie prodotta da Amazon Studios porta sul piccolo schermo il mondo ucronico immaginato da Philip K. Dick: cosa sarebbe successo se la Germania e il Giappone avessero vinto la Seconda guerra mondiale? Proviamo a confrontare, in un gioco di riflessi incrociati, l’universo televisivo creato in “The Man in the High Castle” con le pagine del visionario autore californiano.

Il cielo sopra Washington, buio come una sala cinematografica, il rullo di una pellicola dalle immagini sgranate, una chitarra appena accennata: si presenta così "L'uomo nell'alto castello", con l'attacco di paracadutisti e bombardieri sul suolo americano. I volti dei presidenti statunitensi scolpiti sul monte Rushmore ascoltano impassibili il soffio di una dolce melodia che arriva al di là delle nuvole per mettere in scacco gli USA: alla canzone "Edelweiss", spacciata per folklore delle Alpi e nostalgia della patria lontana (o perduta), è affidato il compito di introdurre lo spettatore in un gigantesco incastro di universi paralleli.
Dopo l'assalto a Pearl Harbour, il timore di un'invasione era diventata per gli americani una vera e propria fobia. L'avrebbe raccontata, anni dopo, anche un giovane Steven Spielberg con "1941: Allarme a Hollywood", demistificandone l'ossessione per mezzo di una squillante e grottesca commedia. Qui, invece, le tonalità in chiaroscuro avvertono che l'incubo si è già materializzato.

Brave New World

"Se lei ha la mente altrove, sempre, allora è come se non vivesse mai per davvero.
Nulla è mai reale."

1962. La Seconda guerra mondiale è finita da qualche anno e le potenze dell'Asse hanno trionfato. Gli Stati Uniti non esistono più: la West Coast è diventata una colonia di Tokyo, mentre a Est ci sono i tedeschi; in mezzo, una zona neutrale fa da cuscinetto tra le due superpotenze. 
“Blade Runner”, “Un oscuro scrutare”, “Minority Report” e molti altri: non si contano le opere cinematografiche tratte dai romanzi di Philip K. Dick. Per gli autori della serie, tra cui spicca il nome di Ridley Scott come produttore esecutivo, riproporre sullo schermo il nuovo ordine mondiale immaginato dallo scrittore di Berkeley, una delle distopie più famose del Novecento, significava, in primo luogo, ricreare con credibilità un’America sotto occupazione negli anni ‘60.
La prima stagione si suomoaltocastello_new1_01volge negli Stati giapponesi del Pacifico, a San Francisco: il volto oppiaceo e decaduto della metropoli è segnato dall'onnipresenza nipponica, che l'ha trasformata in una città dalla violenza diffusa, di anime impaurite e sottomesse, simile a un formicaio del sud-est asiatico. Anche gli interni sono lividi, brulicanti sotto il livello della strada, come l'interrato dove vive una coppia di giovani americani: Frank (Rupert Evans di "Hellboy"), di origine ebrea, lavora come operaio e coltiva di nascosto il sogno di diventare disegnatore; la fidanzata Juliana (Alexa Davalos, "Defliance"), è una bella ragazza appassionata di judo. Trudy, sua sorella minore scomparsa da giorni, si rifà viva e le consegna un film clandestino dal titolo biblico "La cavalletta non s'alzerà più", prima di finire assassinata dalla Kempeitai, la polizia giapponese dell'inflessibile ispettore Kido (Joel de la Fuente), che ha in mano il controllo della città.
Oltre ai servizi segreti, nella baia di Frisco si avverte la presenza dominante della Yakuza (inventata di sana pianta dagli sceneggiatori) che sostituisce nel controllo del territorio e nel nostro immaginario cinematografico la mafia italoamericana; non mancano i sordidi bordelli (le cui prostitute sono rigorosamente bianche), né la repressione feroce a cui i cittadini sono sottoposti. C'è chi abbozza, come l'ossequioso antiquario Robert Childan (Brennan Brown, "Detachment"), e c'è chi denigra i giap, come la madre di Juliana, pur appassionandosi alle lotte di sumo trasmesse nei programmi televisivi del pomeriggio.
È interessante notare che questa rappresentazione coincide solo in parte con l'America made in Japan immaginata da Philip K. Dick in "La svastica sul sole" (titolo con il quale è conosciuto in Italia il suo romanzo "The Man in the High Castle"). Nel libro, i nipponici avevano instaurato un'occupazione tollerante, benevolmente rispettosa degli eredi di George Washington e Lincoln, così interessati alla Storia americana da comprarne a suon di migliaia di yen persino la paccottiglia, stimando come veri manufatti artistici gli orologi di Topolino degli anni Trenta e le vecchie pistole Colt della guerra di Secessione. L'imperialismo di Tokyo veniva descritto come una dittatura morbida, ricca e mercantile, mentre le divisioni tra giapponesi, bianchi, cinesi e afroamericani vivevano come un fuoco sotto la cenere postbellica, alimentato dall'odio razziale più che dalla ferocia degli occupanti. Un mondo più simile, dunque, al capitalismo trionfante e ipocrita in cui Dick, che scrive all'inizio dei ‘60, era immerso.

Mutamenti

Il muro cade nel fossato.
Adesso non adoperare eserciti.
Annuncia i tuoi comandi
Nella tua città.
La perseveranza porta
Umiliazione.
(I Ching)

Compito altrettanto arduo è la trattazione della materia narrativa del romanzo di Dick che, lungi dall'essere un manuale di fantapolitica, si presenta come una sfaccettata analisi psicologico-culturale di personaggi di diversa estrazione: giapponesi, americani, tedeschi, costretti a vivere in un Paese dilaniato, rappresentazione in larga scala della loro stessa anima. Tutti, nel libro di Dick, si sentono colpevoli, parte di un mondo che non sentono proprio e non riescono ad accettare, e che mette continuamente in crisi la propria identità. La scelta degli sceneggiatori della serie di trasformare il plot in una tipica spy story di guerra (pur presente nel libro, ma molto differente), condita qua e là da elementi di soprannaturale, è parsa inevitabile per rinfocolarne la trama con eventi, ambienti e personaggi inediti rispetto all'originale, che certo non abbondava di scene d'azione. È un modo in cui si è riusciti, seppure in forma convenzionale, a rendere plastica la doppiezza esistenziale dei personaggi nati dalla penna di Dick, giocata sull'impossibilità di fidarsi l'uno dell'altro: tutti aspirano a un altrove che non conoscono, ma di cui hanno sentore. Arriviamo al film clandestino "La cavalletta non s'alzerà più", visionato da Juliana e Frank e da altri durante la serie: sono i cinegiornali del bizzarro produttore Hawthorne Abendsen, apparentemente rifugiatosi in una fortezza per sfuggire ai nazisti (è lui, dunque, l'uomo nell'alto castello). Le immagini mostrano la guerra con un finale diverso: gli Stati Uniti e gli Alleati hanno vinto, la Germania e il Giappone sono ridotti in macerie; la Storia coincide con quello che noi, i "veri" spettatori, conosciamo. Dunque, la potenza di quelle riprese è così grande da trarre Juliana fuori dal "suo" mondo, quando si renderà conto che la pellicola vietata, forse, non è finzione.

uomoaltocastello_new3Coerentemente con il medium adottato, nella serie i personaggi si fanno loro stessi spettatori di un film, che assume tutte le caratteristiche di un metatesto. Ciò accadeva anche nel libro di Dick, dove Juliana, Frank e altri si trasformavano in lettori di un romanzo underground messo all'indice dai tedeschi, vietato ma tollerato anche in Giappone (anche se Dick usava un meccanismo più sofisticato, costruendo una "ucronia nell'ucronia" per spiazzare ulteriormente i "suoi" lettori). Abbondonata l'opprimente San Francisco, Juliana scaverà nel passato della sorella giungendo a Canon City, la malfamata capitale della zona neutrale, dove arriva anche la spia nazista Joe Blake (Luke Kleintank).  Qui è azzeccata l'ambientazione da western di frontiera, con i fast food al posto dei saloon; un'America residuale abitata da sceriffi, cacciatori di taglie, reietti e fuorilegge, pericolosamente scivolata indietro di cent'anni, meta di immigrati clandestini senza più patria.
Isolati come indiani in una riserva, a Canon City è attiva una cellula di combattenti della Resistenza americana, che cerca di destabilizzare l'occupazione straniera. Però Juliana deciderà di non farne mai veramente parte: per lei è evidente che il sogno di sovvertire l'ordine costituito non può e non deve passare per una rivoluzione violenta, tra l'altro del tutto impari considerate le forze in campo, e nemmeno per una nuova guerra, proprio in virtù del contenuto dei film. Il conflitto è già stato combattuto e vinto, e a conferma di questo, la visione di un secondo filmato e la paura di un attacco nucleare, mostrerà che la via d'uscita va cercata da un'altra parte.
Siamo in uno specchio deformato, provvisto di un vetro rigorosamente doppio e dagli spigoli indefiniti: così si pone il Libro dei Mutamenti, l'oracolo millenario cinese I Ching. Ulteriore libro nel libro, nel romanzo di Dick è consultato a più riprese dai personaggi per conoscere gli indizi del reale, scorgervi il futuro, intravedere, al di là della cornice, la via da seguire. Ma il Libro è solo uno strumento in mano agli uomini, che dovranno autonomamente decidere quale curvatura vogliono imprimere al loro mondo: una divinazione che non fa altro che confermare il carattere squisitamente antropocentrico dell'opera dickiana. Nella serie, sarà il personaggio di Tagomi, il ministro giapponese del Commercio, a raccogliere queste pulsazioni mistiche e, grazie al particolare rapporto che avrà con Juliana, visiterà per davvero un altro mondo, stavolta pacificato. Ma per quanto ancora? Se l'ossessione anni '40 di un dominio nazi-giapponese è sostituita, dopo la guerra, dalla paura della bomba all'idrogeno usata come deterrente nella cold war tra statunitensi e sovietici (curioso che Kubrick proporrà su questi temi una commedia surreale come "Il dottor Stranamore"), per i mille corsi e ricorsi storici anche lo spettatore contemporaneo andrà con la mente alla recente attualità politica dei test nucleari nordcoreani e alla minaccia di un nuovo conflitto atomico.

Una tranquilla società neonazista 

"La verità è terribile come la morte, ma più difficile da trovare"

Per tutta la seconda stagione, il respiro di "L'uomo nell'alto castello" si allarga ulteriormente, mostrandoci la vita degli americani sotto il nazismo. Siamo sulla costa occidentale, a New York: le luci cambiano, si entra in un mondo laccato e fittizio, colorato come un set televisivo e sterilizzato quanto una sala operatoria. Un posto pulito, illuminato bene, avrebbe detto Hemingway; una grande, operosa società purificata, dove il brand messo in mostra in tutte le salse è uno solo: la Svastica. Griffata sulle spille, attaccata alle pareti dei college, trasfigurata nella bandiera americana, nei bouquet di fiori, lungo le vetrate delle chiese, sui telefoni; è un'orgia di croci uncinate quella che vediamo, che volutamente scade nell'effetto parodia, come una melliflua dichiarazione d'amore e morte, un'overdose da confetti. 

uomoaltocastello_new2Si continua così a vivere di riflessi: l'America del Reich sembra meno feroce di quella giapponese; non è sordida ma invisibilmente alterata, perché persino le casalinghe fanno uso di stupefacenti sotto forma di pillole d'uso domestico. Se nel Pacifico gli stridenti contrasti razziali rendono arduo il quieto vivere tra occupanti con occhi a mandorla e americani bianchi, sulla costa orientale la comune matrice anglosassone ha appiattito ogni divergenza tra americani e tedeschi. Un po' come accadde nella nostra realtà storica alla Germania federale e al resto dell'Europa occidentale dopo la guerra, con la ricostruzione e il conseguente boom economico favoriti dal Piano Marshall, che portarono dritti al consumismo di massa e all'americanizzazione dei costumi. Qui lo scenario ruota di nuovo di centottanta gradi: il trionfo nazista ha reso la germanizzazione dell'America sponda Atlantico una conseguenza inevitabile ma accettata. Certo, avrà giocato un ruolo anche la "soluzione finale": il gioco delle distopie hitleriane è un puzzle infinito (ci aveva preso gusto anche Tarantino) e accade quindi che persino Reinhard Heydrich, il tremendo generale della Wehrmacht che collaborò allo sterminio degli ebrei, ucciso in un attentato a Praga nel 1942, sia invece più vivo che mai e sbarchi sul suolo americano per guidare una cospirazione transcontinentale. La sua presenza è in linea con la fama da "macellaio" che il gerarca si porta dietro, tanto da spingere persino gli americani nazisti a tenere i propri bambini lontano dalla sua uniforme. E torniamo ancora dalle parti di Dick: lo scrittore aveva insistito a più riprese sul carattere ferocemente psicopatico della forma mentis nazista. 
Passata apparentemente dall'altra parte, Juliana otterrà rifugio politico nel Grande Reich, a New York, dove opera il capo delle SS in America, l'Obergrupperführer John Smith (Rufus Sewell, "The Illusionist"). Un'altra anima a metà: ex ufficiale americano che ha visto con i propri occhi la prima bomba atomica tedesca radere al suolo Washington, Smith si è trasformato in cieco esecutore dei nuovi ideali; eppure, una tragedia familiare gli porterà dentro casa la bieca perversione di regole disumane, insegnando anche a lui che "un altro mondo è possibile". Giungeremo così nella Welthauptstadt Germania, la nuova Berlino, capitale del Reich millenario; la cupola della Volkshalle, la Sala del Popolo progettata da Albert Speer, grande sedici volte quella di san Pietro, è la rappresentazione monumentale di come la nazione hitleriana immaginava sé stessa a guerra conclusa: opulenta, tecnologica, efficiente fino al parossismo. Invece i ragazzi berlinesi, drogati quasi quanto quelli del famoso Zoo, come Nicole Dörmer (Bella Heathcote, "Pride and Prejudice and Zombies") e i suoi amici, sognano un futuro diverso, dove ai trionfanti e inamovibili gerarchi nazisti si sostituirà un'umanità meno guerrafondaia, più intenta a godersi la propria vita che a pianificare la distruzione di quella altrui. Persino il vecchio Adolf l'ha capito: alle nuove mire espansionistiche dell'alto comando preferisce che si mantenga lo status quo; ma il Führer è malato e la corsa alla successione impazza. Gli scaltri pretendenti alla guida suprema del Terzo Reich vogliono condurre la Germania di nuovo in prima linea. Il piano dell'operazione "Dente di Leone" è spaventosamente semplice: rovesciare una tempesta di bombe atomiche sul Giappone, spazzandolo via; dominare il mondo, finalmente da soli, prima di avventurarsi nella conquista dello spazio e di altri universi. Anche questa, come si dice, è un'altra Storia: Dick l'aveva tratteggiata nei suoi appunti, senza mai scriverla; la terza stagione di "The Man in the High Castle", invece, ce la racconterà.


Stagione 1: 7
Stagione 2: 8

L'uomo nell'alto castello

INFO

titolo:
L'uomo nell'alto castello

titolo originale:
The Man in the High Castle

canale originale:
Amazon Prime

canale italiano:
Amazon Prime

creatore:
Frank Spotnitz

produttori esecutivi:
Ridley Scott, Frank Spotnitz, Christian Baute, Isa Dick Hackett, Stewart Mackinnon, Christopher Tricarico

cast:
Alexa Davalos Rufus Sewell Rupert Evans Luke Kleintank

anni:
2015 - in corso