2011, guida a un anno di grande cinema | Speciale | Ondacinema

2011, guida a un anno di grande cinema

2011, guida a un anno di grande cinema

di Giancarlo Usai

Dodici mesi intensi e straordinari. Una delle annate più fortunate degli ultimi tempi, condensata in poche decine di titoli. In vista degli inevitabili sondaggi finali, ecco una (parziale) carrellata su ciò che abbiamo visto o sarebbe opportuno recuperare

Dicembre è il mese delle classifiche. Ci guardiamo indietro a ripensare agli ultimi dodici mesi e facciamo sempre un bilancio di tutto. Della nostra vita, del nostro lavoro, delle nostre esperienze. Ma si chiude anche un anno di letture, musica ascoltata, città visitate, arte, cucina, televisione, gioie e fallimenti. Di tutto può essere fatta una classifica, un elenco di cose piaciute e altre odiate, di ciò resterà in futuro e di quanto verrà invece riposto nei cassetti della mente delle "cose da dimenticare".

Al cinema, in media, gli italiani vanno tra le due e le tre volte al mese. Troppo poco, ovviamente. Ma in tempi di crisi, e con i rincari anche dei biglietti per le sale, c'è da accontentarsi. Ma nel 2011 di bei film ne sono usciti numerosi come sempre. Questa non vuole essere né una classifica di Ondacinema (arriverà a tempo debito), né un articolo di critica a quanto abbiamo visto. Vuole solamente essere un modesto elenco, necessariamente parziale,  di titoli distribuiti nei cinema italiani in questo anno solare e che, per i più disparati motivi, meriterebbero una visione. Ma andiamo con ordine. Più precisamente, con ordine cronologico.

Gennaio
Di solito è un mese molto ricco di pellicole interessanti in sala. Si esce dall'insana overdose natalizia, si cerca di recuperare spazio e attenzione per film e cinematografie che, nel mese precedente, sarebbero rimasti schiacciati sotto il peso dei cinepanettoni. Escono così immediatamente due film spiazzanti: Hereafter di Clint Eastwood e Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese di Stephen Frears. Entrambi sorprendenti perché mettono alla prova i due cineasti anglofoni con storie molto lontane da ciò che il loro cinema aveva sperimentato negli anni recenti. E se il regista inglese mette alla berlina la comunità della provincia britannica usando un registro comico che va dal brillante al grottesco, l'autore di "Million Dollar Baby" si cimenta in un ambizioso racconto a più voci sui misteri della morte e sui suoi confini con la vita.
Altrettanto stupore suscitano poi altri due titoli che arrivano poco dopo nelle sale. Kill Me Please, di Olias Barco, è una commedia nera davvero come non se ne facevano da molto. Una messa in scena arrembante, un bianco e nero fulgido per irridere le sofferenze di chi arriva alla fine della propria esistenza e discutere e spingere al dibattito sul tema dell'eutanasia. Ancora una volta, dalla Festa del cinema di Roma, arriva un vincitore, come ai tempi di "Juno", che fa discutere e che merita attenzione. La donna che canta, di Denis Villeneuve, parte dal Canada per raccontare il Medio Oriente e la forza del destino che lega gli uomini e le donne alla propria terra di origine. E lo fa con un'abbondanza di emozioni che raramente sono messe in scena con tanta sfrontatezza, senza alcuna preoccupazione nel richiedere allo spettatore una partecipazione attiva a un travaglio psicologico.
Gennaio è anche il mese di nuove realtà italiche. Senza tener conto per troppe righe dell'esplosione, fin troppo assordante, di Checco Zalone, meritano due parole il tentativo, forse non troppo riuscito ma comunque meritevole di simpatia, di resuscitare il filone della commedia della malinconia. Ci prova Paolo Genovese con Immaturi: grande successo di pubblico, un cast di volti noti per una sorta di "Il grande freddo" in salsa romana.
Poi c'è Takashi Miike alle prese con una delle serie animate di più grande successo. Il suo Yattaman - Il film è l'occasione per una pura operazione ludica in cui il più grande genio del cinema giapponese contemporaneo non rinuncia però a una riflessione tutta filmica di rilievo: confrontare una disponibilità tecnica ricca e all'avanguardia con i personaggi di un vero cult degli anni 70.
Il primo mese dell'anno si conclude con Il discorso del re. Il futuro dominatore della notte degli Oscar ottiene un ottimo compromesso tra i risultati al botteghino e quelli della critica, grazie a una variazione del solito registro che caratterizza la confezione da kolossal che tanto attrae le prestigiose statuette. Stavolta una sceneggiatura di grande umorismo e un'interpretazione mai sopra le righe dei due protagonisti, regalano al film di Tom Hooper un'atmosfera di novità.

Febbraio
Il primo film che va ricordato è sicuramente Another Year di Mike Leigh, l'ennesima variazione da parte del cineasta di Salford sull'esistenza delle persone comuni, sugli incidenti piccoli e grandi che modificano impercettibilmente la vita di chiunque. L'ultima parte della carriera di Leigh è diventata più giocosa, più solare. È un cambiamento, se proprio può essere definito tale, davvero magnifico. Diverso tono è usato nella narrazione di John C. Mitchell in Rabbit Hole, il dramma a tinte fosche, ma anche con un inaspettato senso dell'ironia, che riporta in auge lo stile interpretativo glaciale e spietato di Nicole Kidman. Da segnalare sarebbe anche un documentario che ha avuto ben poca visibilità in Italia: Senna di Afis Kapadia racconta la leggenda dell'automobilismo con un incedere vibrante e fortemente emotivo.
Arrivano anche nelle nostre sale, molto ravvicinati nel tempo, due film delle grandi produzioni americane. E se Il Grinta dei fratelli Coen stupisce per l'aspirazione al classicismo che pervade l'opera, che supera il suo predecessore diretto da Henry Hathaway nella fedeltà al romanzo di Charles Portis, fa discutere molto di più Il cigno nero di Darren Aronofsky. Oltre a regalare l'Oscar all'indimenticabile Natalie Portman, il film non è solo ciò che appare, un avvincente thriller psicologico. È un viaggio onirico e sofferto nella metamorfosi di una donna, nella conoscenza del suo lato oscuro. Con tutti gli eccessi nello stile che condannano Aronofsky ad essere tanto amato quanto odiato, la sua ultima fatica rivela però tutte le abilità del suo creatore nel cambiare pelle da un film all'altro.
Tra le pellicole indipendenti, segnaliamo invece Un gelido inverno di Debra Granik, ritratto di un'America profonda e ostile attraversata da una straordinaria Jennifer Lawrence. E tra i film invece a cavallo tra il mainstream e il cinema lontano dall'industria, il secondo mese dell'anno annovera fra le nuove uscite anche 127 ore di Danny Boyle e Ladri di cadaveri di John Landis: entrambi suscitano grande curiosità. Da una parte c'è un ex ragazzo prodigio della settima arte inglese, autore di pellicole prima corrosive e violente come "Trainspotting", poi successivamente convertitosi a opere più levigate e smussate come "The Millionaire", che tenta di emulare lo Sean Penn di "Into the Wild" nell'affrontare il filone avventuroso in chiave moderna. Dall'altra parte c'è invece un maestro del new horror, quel Landis regista di "Un lupo mannaro americano a Londra", oltre che di capolavori comici come "The Blues Brothers" e "Animal House" che torna con una black comedy in costume, assolutamente attuale e a sfondo fortemente anticapitalista; dimostrazione, da un punto di vista strettamente tecnico, del fatto che i grandi maestri non perdono mai la mano nel girare con stile.

Marzo
Con la fine dell'inverno c'è aria nuova. A parte alcuni piccoli residui, la stagione degli Oscar è già stata messa alle spalle. E l'unico superstite a dover uscire ancora nelle sale è The Fighter di David Russell, che ha regalato una statuetta a Christian Bale e a Melissa Leo e che riprende il confronto e la dialettica familiare (specie tra fratelli) che in questa stagione riserverà ulteriori versioni nel corso dell'anno. Poi è la volta de Il gioiellino di Andrea Molaioli, che passa dal noir soffuso del suo precedente, fortunatissimo lavoro a questo giallo d'alta finanza che fa il verso alla vicenda della Parmalat dei Tanzi. In realtà, il titolo che sorprende di più di inizio marzo è la commedia Easy Girl di Will Gluck, un sentito omaggio in chiave ultramoderna al cinema che fu esclusiva di John Hughes e delle sue malinconie adolescenziali. I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko è stata invece il film brillante più premiato dell'anno. Definita da più parti una vera e propria "commedia omosessuale", ha in realtà più ambizioni che obiettivi raggiunti.

Ma è l'Italia a regalare un tris inaspettato. Si comincia con Sorelle Mai di Marco Bellocchio, ennesimo capitolo della sorprendente e mai appagata carriera del nostro cineasta. Stavolta è stato capace di trasformare del materiale raccolto in forma semidocumentaristica nel corso di molti anni, in una saga familiare che alla realtà mischia delle interpretazioni di finzione. Progetto stupefacente e bollato come "episodio minore" della filmografia di Bellocchio. Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno è invece una farsa di costume ambientata nella Roma di oggi che ha sorpreso, oltre che per il garbo della sceneggiatura, anche per l'acume di alcune osservazioni di carattere prettamente sociale. E per finire, Silvio Forever di Roberto Faenza colpisce per aver trovato l'unico modo di girare un documentario su Silvio Berlusconi: azzerando gli inserti narrativi e rimettendosi alle parole, vere o presunte, e alle azioni del Cavaliere stesso.
Il mese si conclude poi con un'attesissima pellicola dalle nobili origini letterarie, Non lasciarmi di Mark Romanek. Fantascienza intimista, melodramma, dramma e mistero della crescita in un film che, forse, in mano ad autori più sapienti avrebbe regalato qualche brivido ed emozione in più.

Aprile
Questo è stato uno dei mesi più eterogenei, quanto a uscite interessanti. Abbiamo avuto una solida rappresentazione italica, il ritorno di grandi glorie americane, la conferma di alcuni giovani talenti, l'arrivo di pellicole attese per anni e rimaste sempre in qualche cassetto nascosto. Prima di tutto, va segnalato lo sbarco al cinema di Boris il film, che riprende tutto il meglio del serial tv e lo trasforma in una pellicola capace di reggersi sui livelli soliti del format.
Poi ricordiamo la nuova poesia in immagini di Lee Chang-dong, Poetry, applauditissimo a Cannes e con il volto di ritorno sul grande schermo di Yoon Jeong-hee: era assente da sedici anni. In Corea del sud si continua a domandarsi se Chang-dong sia ormai da considerare più affidabile dello stanco Kim ki-duk. A proposito di vecchie glorie che tornano, invece, come non sentirsi fortunati dal poter ritrovare, seduta al buio della sala, il talento immaginifico di John Carpenter che con il suo The Ward filma un nuovo "vecchio" slasher movie? In attesa di prove ben più solide che ci facciano tornare alla mente più facilmente i suoi capolavori passati, ci accontentiamo. Chi non ha bisogno di nuove conferme è invece Matthew Vaughn, l'autore del divertentissimo Kick-Ass, ovvero il supereroe in chiave ultramoderna, aggiornato all'età della Rete. Una spassosa carrellata di situazioni e citazioni, alte e basse, che segue il doppio binario del genere superhero e del teenage-movie.
A proposito di recuperi tanto attesi, dobbiamo invece gioire per l'arrivo nei cinema italiani di Offside di Jafar Panahi. Pellicola che assume un sapore politico dirompente, date le recenti disavventure giudiziarie del regista nel suo Paese. Il film soffre forse di qualche didascalia di troppo, ma la preziosità della sua essenza sta nella forza di ritrarre l'Iran attraverso un insolito intreccio di calcio, donne e sessismo.
Tra le conferme più o meno attese c'è anche quella di Noah Baumbach, uno dei più promettenti ragazzi della provincia americana che stavolta, complice la magnifica interpretazione di Ben Stiller, regala un piccolo trattato sulle nevrosi quotidiane che affliggono l'uomo comune, tra amore e drammi: Lo stravagante mondo di Greenberg. Sembrerebbe, oltre tutto, la descrizione di un personaggio di morettiana memoria. Ma il Nanni nazionale, quest'anno, è stato invece impegnato in un progetto molto diverso. Il suo Habemus Papam tenta la missione impossibile del ritratto di un'epoca di spaesamento generale, lo stesso sentimento che provano i suoi protagonisti. Il film divide tutti, pubblico e critica. Ma, al netto di alcuni dubbi di fondo, resta un'opera capitale nella filmografia di Moretti.
Tornando alla Hollywood più giocosa e spensierata, ad aprile vanno segnalati due titoli a dir poco fondamentali. In primo luogo, va sottolineato e applaudito il ritorno sul luogo del delitto di Wes Craven con Scream 4, l'ennesimo capitolo di una delle saghe più divertite e raffinate che il cinema di genere abbia mai conosciuto. E questo quarto capitolo ritrova la verve e lo spirito del primo, irrinunciabile capolavoro. In secondo luogo, debutta nel cinema mainstream quel talentuoso autore che risponde al nome di Duncan Jones, che con Source Code mette in scena un thriller mozzafiato che torna a riflettere sul tema dell'identità. Forse il cinema ha trovato il suo nuovo Nolan?
In attesa di una risposta, ci avviamo verso la fine del mese ricordando un titolo sorprendente ed efficace: Angèle e Tony della esordiente francese Alix Delaporte che narra di una storia d'amore complessa e con rimandi dardenniani nel descrivere l'incontro di due inspiegabili solitudini. Uno dei film più commoventi dell'anno.

Maggio
Questo periodo dell'anno è caratterizzato da un evento: il Festival di Cannes, solitamente anticipato, o immediatamente seguito, dalla distribuzione di alcuni dei lavori più attesi dell'anno. E se per molti di loro dovremo aspettare il rientro dalle vacanze estive, per The Tree of Life di Terrence Malick, il vincitore della Palma d'oro, i tempi sono già maturi. Il film del maestro americano è un'esperienza totale, un tentativo senza limiti di ambizione di mettere in scena un racconto privo di narrazione, esperienza visiva e psicologica unica alla ricerca delle risposte più comuni del genere umano. Il capolavoro di Malick è, per la verità, preceduto da un titolo almeno degno di nota: si tratta, di segno completamente diverso, di Machete di Robert Rodriguez, con cui l'autore texano prosegue nell'estremizzazione di un percorso particolare, quale è la ricerca di un cinema sempre più ludico, ma mai privo di riflessioni sull'America contemporanea.
E se dagli Stati Uniti non giungono molte altre notizie rilevanti, segnali di vita arrivano dall'Europa, vecchia e nuova. E, stranamente, due opere davvero meritevoli e provenienti da movimenti culturali così diversi parlano entrambe dell'universo adolescenziale. C'è infatti l'ultima fatica dei fratelli Dardenne, Il ragazzo con la bicicletta, e l'opera prima dell'italiana Alice Rohrwacher, Corpo celeste. E dalla Corea provengono intanto timidi segnali di ripresa di un Paese protagonista di una sorta di "Rinascimento cinematografico" memorabile negli anni passati e ora rimasto indietro rispetto a nuove realtà asiatiche che prendono il sopravvento. Ci pensa Im Sangsoo a portare sul grande schermo il remake di un celebre melodramma del maestro Kim Ki-young, The Housemaid, intreccio fra sesso e complicazioni amorose.

Giugno
In vista dell'estate, solitamente, ci adagiamo su poche certezze. Il caldo allontana il pubblico italiano dalle sale (ma poi, perché?) e diminuiscono le novità di sicuro interesse. Questa volta, però, ci troviamo di fronte al primo mese estivo più ricco che mai. Si comincia con Paul, commedia fantastica di Greg Mottola, che conferma il suo stile comico già apprezzato in "Advetureland". Si prosegue con il grande ritorno del maestro greco Theo Angelopoulos con La polvere del tempo, malinconico ritratto di un amore passato e vissuto attraverso i mutamenti della vecchia Europa.
Sempre a giugno, ricordiamo il ritorno, sempre più sboccato e irriverente del regista di "Clerks": Zack & Miri - Amore a primo sesso di Kevin Smith è, a dispetto del titolo italiano, una delle migliori creazioni del cineasta del New Jersey che, finalmente, pare aver ritrovato la brillantezza di un tempo nella scrittura e nella regia. Diffusamente apprezzata, anche se non particolarmente memorabile, è poi la commedia francese "alla francese" Le donne del 6° piano di Philippe Le Guay, in cui si tenta un esperimento di commistione fra divertimento ed equivoco e una certa dose di impegno sociale.
Ma è sul finale del mese che arriva un'inaspettata sequenza di titoli davvero interessanti. Si comincia con Bronson di Nicolas Winding Refn, visionario biopic ultraviolento del talentuoso regista danese. Poi è la volta di Venere nera di Abdellatif Kechiche che, dopo il successo planetario di "Cous Cous", torna con una pellicola che ha invece trovato molti pareri discordanti. L'opera, in ogni caso, merita di essere vista per lo scandaloso e sconvolgente attacco dell'autore alla nostra società capitalista moderna. E come al solito, Kechiche non risparmia certo sulle scene forti. Dagli Stati Uniti arrivano poi pellicole molto diverse fra di loro: e se è incoraggiante il ritorno dietro la macchina da presa di Robert Redford con The Conspirator, teso e impegnato legal movie ambientato ai tempi del processo per la morte di Lincoln, forse più fantasia ci si aspettava da quel genio che risponde al nome di John Lasseter. L'uomo che ha creato la Pixar dal nulla riprende in mano le redini della factory per girare il sequel di "Cars", Cars 2: successo di pubblico e di critica assicurato, anche se non fragoroso come in altre occasioni.
Ma da citare restano ancora due titoli. Il primo è 13 assassini di Takashi Miike. Riportando in scena un film degli anni 60, è un vero capolavoro questa ennesima prova di coraggio e di stile del genio giapponese. E non ha certo deluso i fan il terzo capitolo della saga di Michael Bay: Transformers 3 porta alle estreme conclusioni la graduale trasformazione della società vista dal regista, da tecnologica a dominata dalla macchina. L'esatto opposto del Giappone antico di Miike, dove il valore dell'essere umano è alla base della salvezza generale.

Luglio-Agosto
L'estate, come ormai da qualche anno a questa parte, è la stagione strategica per i grandi blockbuster, gli unici capaci di attrarre frotte di pubblico nel buio dei cinema nonostante la calura delle città. Quest'anno, il bimestre in questione può bene essere sintetizzato in tre titoli distribuiti in Italia, con fortuna molto varia. Ha aperto le danze Harry Potter e i doni della morte - Parte II di David Yates, il clamoroso e atteso finale dei finali. La saga fantasy che ha portato in sala milioni di ragazzi si chiude con un capitolo di chiusura che, forse ai più, ha lasciato l'amaro in bocca. Resta a ogni modo il sentimento di una grande avventura che si è chiusa dopo un lungo peregrinare. Diversa la sorte di This Is England di Shane Meadows, uno dei misteri della distribuzione nostrana. Aspro racconto di formazione della gioventù inglese, risalente ormai a cinque anni fa, giunge sugli schermi italici nel caldo agostano. Inconcepibile.
Verso la fine della stagione è invece collocata l'uscita di Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma, ritorno in grande stile per il maestro asiatico Tsui Hark, alle prese con un esperimento di virtuosismo scenico sfrenato e di commistione tra generi.

Settembre
Con la Mostra del cinema di Venezia, si torna a fare sul serio e ci si avvia a un autunno letteralmente straordinario: proprio nel senso di periodo fuori dal comune quanto a numero e livello delle pellicole presenti in sala. L'elenco e la guida ragionata potrebbe rischiare di allungarsi a dismisura. Si potrebbe partire dal principio, ovvero dall'ennesimo gioiello che ci regala, alla soglia dei 103 anni, Manoel De Oliveira: il suo Singolarità di una ragazza bionda è impressionante per la consapevolezza che trasmette di come il cineasta portoghese ormai abbia bisogno di poche scene per sprigionare tutta la sua dirompente poetica.
Terraferma di Emanuele Crialese, film italiano poi designato a concorrere per gli Oscar, cade forse nell'eccesso di didascalia e difatti, della trilogia cosiddetta "isolana" del regista nostrano, pare in fin dei conti l'anello debole. Ma merita la visione anche solo in considerazione del premio ricevuto al Lido. Contagion di Steven Soderbergh è invece un teso thriller politico e sociale che il regista americano firma alla ricerca continua del compromesso perfetto tra mainstream e cinema d'essai. Anche se ha fatto di meglio in passato, stupisce la sua abilità di girare con più registri così ravvicinati.
J.J. Abrams, dopo "Lost", si ripresenta con un nuovo progetto cinematografico magnifico. Super 8 è un'opera di fantascienza che vive del materiale attinto dal passato, ma pienamente inglobato nel cinema di genere moderno. Da non perdere.
La parentesi abramsiana non ci impedisce di continuare a ricordare il mese di settembre per tutte le novità veneziane di rilievo sbarcate nei nostri cinema. E se è da segnalare il debutto dietro la cinepresa del fumettista Gian Alfonso Pacinotti con L'ultimo terrestre, racconto innovativo ma diseguale, ricco di intuizioni ma anche di ingenuità, è sicuramente opera ben più solida quella che ha portato al Lido il grande Roman Polanski: Carnage, commedia nera da camera, si avvale dell'interpretazione in stato di grazia dei quattro protagonisti per mettere alla berlina alta e piccola borghesia americane.
Lungo le settimane successive, poi, si susseguono titoli comunque interessanti. C'è la commedia sentimentale Crazy, Stupid, Love del duo Ficarra-Requa; c'è il ritorno in grande stile del genere peplum con The Eagle, grazie alla mano sapiente del regista Kevin MacDonald che punta forte sulla fisicità di Channing Tatum davanti alla macchina da presa; c'è il ritorno di Antonio Banderas al servizio del suo pigmalione Pedro Almodovar ne La pelle che abito, nell'ennesimo esperimento dell'autore sugli eccessi cui può essere spinto il melodramma. Va anche menzionato il ritorno della saga avviata nel 1968 da Franklyn Schaffner: L'alba del pianeta delle scimmie di Rupert Wyatt ridà dignità e piena profondità  a questo universo parallelo recentemente svilito persino dal grande Tim Burton. C'è poi una perla nascosta fra le pieghe della provincia italiana. Il giovane Andrea Segre mette in scena un sensibile e quanto mai realistico contatto fra cultura nazionale e il lontano mondo cinese in Io sono Li.
E verso la fine del mese, ecco arrivare la coppia Refn-Cronenberg. Da una parte Drive, il film del giovane regista danese premiato a Cannes per la miglior regia, noir ultramoderno a ritmo di musica, con un gusto unico per la violenza stilizzata e per la fusione fra scene a tinte fosche e lirismo sentimentale sfrenato. E dall'altra il genio canadese che torna al cinema con una pellicola complessa e indecifrabile, A Dangerous Method, un trattato molto intellettuale trasformato in immagini sulla profondità e imperscrutabilità della psicanalisi e dei suoi fondatori. E se entrambi i film andrebbero necessariamente recuperati, una visione la meriterebbe anche Blood Story di Matt Reeves. Il regista di "Cloverfield" rilegge il capolavoro svedese di Tomas Alfredson "Lasciami entrare" e, pur perdendo completamente la partita con l'originale sul piano del fascino e dell'atmosfera misteriosa, da un punto di vista di messa in scena del puro genere horror, il sodale di Abrams realizza un solido film di genere.

Ottobre
Come promesso, la stagione autunnale è stata di una ricchezza unica. Pellicole da ogni angolo del globo, di ogni tipo di fattura, si sono affacciate sui nostri schermi a partire da questo mese. Si comincia ad esempio con un silenzioso Gus Van Sant che, basandosi sulla straordinaria interpretazioni di due giovani attori, mette in scena con L'amore che resta un'eccezionale e commovente storia sulla purezza dei sentimenti e sul mistero che aleggia sulla morte. Incomprensibile, anche in questo caso, la scarsa attenzione di pubblico e distribuzione. Dalla Francia ci è invece giunta l'opera seconda di Céline Sciamma, Tomboy, un tenero racconto di formazione, che partendo dalla lezione indimenticabile di Truffaut arriva all'oggi con grande schiettezza.
Dall'Italia, invece, note contrastate. Due maestri del passato e della contemporaneità si presentano con esperimenti cinematografici complessi, controversi e, per certi versi, irrisolti. Si tratta di Ermanno Olmi con Il villaggio di cartone e Paolo Sorrentino con This Must Be the Place. Entrambe le opere vanno viste, non fosse altro che per la maestria e la professionalità dei due cineasti, ma forse le ambizioni troppo alte fanno sì che il lavoro finale risulti a molti deludente. E se dagli Stati Uniti torna Will Gluck, ormai uno specialista della commedia sentimentale ultraverbosa, con il suo Amici di letto, una novità vera giunge invece dal Giappone. Lo studio Ghibli mette infatti in campo un nome nuovo, quello di Hiromasa Yonebayashi per dirigere Arrietty, sospeso fra suggestioni ecologiste e amori adolescenziali.
Impressionante la sequenza di titoli che si succedono. È la volta di Una separazione di Ashgar Farhadi, Orso d'oro a Berlino, rivoluzionario ritratto di una società iraniana interclassista e articolata. A differenza di tutte le altre pietre miliari che giungono dal Paese asiatico, la gemma di Farhadi guarda oltre: non si tratta di distinzione tra Occidente e Oriente, ma si va anche a osservare le lacerazioni che dilaniano la comunità stessa dell'immensa capitale Teheran. Dal Festival di Cannes arriva poi Melancholia di Lars Von Trier. Dopo le polemiche sul nazismo che portarono l'autore danese all'espulsione dalla Croisette (ma non impedirono alla giuria di premiare Kirsten Dunst), ecco dunque la fine del mondo secondo il radicale autore. Una messa in scena suggestiva che sicuramente tradisce un'aspirazione a un cinema più maturo.
Fra le pellicole indipendenti e dal tono più leggero scanzonato, ne segnaliamo due. Super di James Gunn è una commedia violenta, dimessa e colorata che si confronta con il mito dei supereroi; Un poliziotto da happy hour di John M. McDonagh è invece un poliziesco in terra irlandese pieno di umorismo nero che si fonda su una prova attoriale stupefacende di Brendan Gleeson.
A sorpresa poi, ecco distribuito nelle sale Faust di Aleksandr Sokurov, Leone d'oro a Venezia, rilettura filologica ma anche pienamente moderna della tragedia da parte del più grande cineasta russo contemporaneo. Il mese si concluderà poi, degnamente, con due titoli di segno opposto. Da una parte c'è Le avventure di Tintin - Il segreto dell'Unicorno di Steven Spielberg, adattamento del fumetto belga sorprendente per la qualità dell'animazione e per il ritorno in piena forma del regista, come al suo meglio quando si tratta di girare freneticamente. Dall'altra parte, infine, c'è un insolito horror, Insidious di James Wan, film che si staglia in netta controtendenza nel genere tanto in voga poiché punta molto sugli effetti della messa in scena e dell'atmosfera, tralasciando la facile scorciatoia del gore.

Novembre
Diminuiscono forse i titoli "segnalabili", ma resta fra le pieghe di un altro mese di cinema, molto da portare nel cuore. Possiamo cominciare ricordando il ritorno di Wim Wenders in 3D con Pina, un suo accorato ricordo della coreografa Pina Bausch, per passare poi al nuovo lavoro di Gavin O'Connor, giovane regista americano amante delle sceneggiature di "caratteri", basate sul confronto fra psicologie: anche in Warrior il filo conduttore è l'incontro-scontro fra due fratelli tormentati.
Completamente estraneo al cinema tradizionale è il visionario e folle Tarsem Singh che con Immortals si proietta, che piaccia o no, nel futuro della settima arte e diventa di diritto un autore con cui tutti, d'ora in poi, dovranno fare i conti. Dall'Italia piccoli esordienti crescono: c'è Roan Johnson che realizza, fra nostalgia e divertimento, I primi della lista e poi c'è lo sceneggiatore Francesco Bruni, che si mette dietro la macchina da presa e con Scialla! mette in scena un romanzo di formazione tra il comico e il riflessivo.
Ma è nell'ultima settimana del mese che esce il titolo più atteso: Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki è il gradito ritorno del maestro finlandese e della sua eterna "commedia umana". Mancava da cinque anni nei cinema e la sua assenza si sentiva davvero. Concludiamo infine con un'insolita commedia d'azione americana, Tower Heist - Colpo ad alto livello di Brett Ratner, che oltre a un cast stellare, registra anche un non troppo banale sottotesto politico legato all'attualità degli ultimi anni di crisi globale.

Dicembre
L'ultimo mese dell'anno ci consegna, almeno, cinque titoli da ricordare. Midnight in Paris di Woody Allen è l'ennesima variazione sul tema da parte del maestro newyorchese. Ormai lo conosciamo e lui conosce noi: dice di fare sempre lo stesso film con piccoli cambiamenti. Per fortuna, sono queste piccole modifiche a rendere imperdibile ogni sua avventura, comprese queste esotiche e, ammettiamolo, mercenarie trasferte europee. Le nevi del Kilimangiaro di Robert Guédiguian è un'opera francese di apprezzabile impegno sociale e politico. Forse troppo didascalica in certi momenti, lontana anni luce dalla Francia del nord dipinta da Kaurismaki con toni fiabeschi e metaforici, è comunque una pellicola coraggiosa e da evidenziare.
Assimilabile a quest'ultimo titolo è Almanya della giovane autrice Yasemin Samdereli. Si tratta di una coproduzione turco-tedesca sul tema dell'immigrazione: lieve e gradevole per i suoi toni brillanti e assolutamente lontani da ogni forma di livore o polemica. E infine, già in odore di Oscar e Golden Globe, ecco The Artist di Michel Hazanavicius, film francese ma dal gusto hollywoodiano (ogni riferimento a Billy Wilder è puramente voluto) che narra tra il divertito e il raffinato la fine di un'epoca, quella del cinema muto e il passaggio in diretta a un'era moderna. Riserviamo infine l'ultima menzione per il ritorno dietro la cinepresa per una delle star più amate nel Belpaese. George Clooney firma con Le idi di marzo un thriller politico teso ed emotivamente coinvolgente, partendo dall'interessante spunto che la vera chiave per capire la corruzione morale del mondo politico sta nell'osservare il gruppo di personaggi che lavorano nell'ombra, dietro le spalle dei protagonisti.

 

Eccoci al termine di questo lungo e speriamo utile amarcord sulle strade della settima arte di questo 2011. Un anno davvero denso, pieno di belle notizie e di grandi film. Ora ci sarà spazio per votazioni e sondaggi di ogni genere. Ma ciò che conta di più è che, terminate le vacanze di Natale, il pubblico continui a frequentare le sale e il loro unico fascino sempre e comunque.

2011, guida a un anno di grande cinema