65° Festival del Film di Locarno | Speciale | Ondacinema

65° Festival del Film di Locarno

65° Festival del Film di Locarno

di Carlo Cerofolini

Giorno 10. I giochi sono fatti. Dopo dieci giorni di proiezioni, il verdetto dei premi, con la vittoria di "Le fille de nulle part" di Jean-Claude Brisseau, chiude di fatto la sessantaciquesima edizione del festival di Locarno. Più che un commento al Palmarès alcune considerazioni sui punti di convergenza di una rassegna eterogenea e di ottimo livello

piazzagrandelocarnoMentre in Italia il calendario delle manifestazioni rischia il collasso per eccesso di offerta, oltre confine il cinema nudo e puro ritrova se stesso a Locarno con la sessantacinquesima edizione del più cinefilo dei festival. Senza disprezzare la coreografia che li circonda ma lontani dal divismo da prima pagina i film di Locarno sono per antonomasia la risposta alla voglia di novità e di scoperta che il pubblico festivaliero solitamente si aspetta da kermesse di questo tipo. E così, anche quest'anno, tra concorso e sezioni collaterali il direttore artistico Olivier Père e i suoi collaboratori hanno elaborato un cartellone di tutto rispetto che tra anteprime mondiali, internazionali ed europee, propone un panorama diversificato per provenienza geografica e correnti cinematografiche, con 19 lungometraggi a contendersi un premio che per quanto ci riguarda avrà nell'opera seconda di Edoardo Gabbriellini, "Padroni di casa", in cui ritorna a recitare Gianni Morandi, il nostro unico rappresentante.

Accanto alla selezione ufficiale ci sono poi le sezioni collaterali, solitamente le più ricche di sorprese, come per esempio quella riservata ai Cineasti del presente, con opere prime e seconde scelte per la loro originalità; oppure il concorso denominato Pardi di domani dedicato in esclusiva al cortometraggio. Un cinema rivolto al presente e al futuro che, però, non dimentica se stesso, celebrandosi con la retrospettiva dedicata a Otto Preminger con proiezioni accompagnate da presentazioni di critici e registi. Non mancano i tributi ai protagonisti della settima arte con riconoscimenti ad eccellenze consacratae come Charlotte Rampling e Jonnie To (Pardo alla carriera) oppure da legittimare in maniera definitiva per ciò che riguarda Leo Carax, talento senza compromessi appena rilanciato dal clamore suscitato al festival di Cannes dal suo "Holy Motors", presente a Locarno insieme al resto della filmografia del regista francese, e qui finalmente premiato con il Pardo d'onore.

Militanza cinefila e un pizzico di glamour sono invece le caratteristiche delle proiezioni in Piazza Grande dove alle suggestioni di una cornice impareggiabile si accompagna la possibilità di godersi film più vicini, ma non troppo, al filone mainstream rappresentato in questa edizione dall'anteprima di "Magic Mike", il film di Steven Soderbergh sul mondo degli stripper, ma anche da "Bachelorette" di Leslye Hedland con Kirsten Dust bella in rosa nel ruolo di una damigella al matrimonio della sua migliore amica, e, infine, da "Ruby Sparks" ritorno al cinema degli autori di "Little Miss Sunshine" con la storia di uno scrittore che per uscire dalla mancanza di creatività immagina una donna ideale a cui scrivere lettere d'amore. Insomma, un panorama variegato e accattivante che sarà valutato da giurie ad alto tasso d'autorialità, a cominciare da quella del concorso ufficiale guidata dal cineasta e videomaker thailandese Apichatpong Weerasethakul che in Italia ha vissuto un momento di relativa popolarità dopo la vittoria cannense del suo "Zio Boonme che si ricorda le vite precedenti" (2010).

OndaCinema per la prima volta presente alla manifestazione cercherà di raccontarlo con la tempestività e la passione di sempre. Oggi si parte con l'inaugurazione in Piazza Grande in cui dopo la premiazione di Charlotte Rampling assisteremo alla proiezione in prima mondiale di "The Sweeney" di Nick Love che sarà presente con l'attore protagonista Ray Winstone. Ma questa è un'altra storia e avremo tempo di parlarne...


Proiezioni Piazza Grande
The Sweeney di Nick Love

thesweeneylocarnoIl contrasto è netto ma anche indicativo di una mentalità, quella del Festival di Locarno che non si lascia imbrigliare da etichette e formule già scritte. Sono ancora davanti ai nostri occhi le immagini di una carriera luminosa e coraggiosa come quella di Charlotte Rampling, premiata con L'Excellent Award alla carriera, quando irrompe nello schermo della Piazza Grande l'esibizione muscolare e un po' esibita dell'unità anticrimine "The Sweeney", un concentrato di determinazione e testosterone agli ordini di Regan, uno sbirro i cui modi discutibili e sempre al limite della legge farebbero impallidire il già vituperato Dirty Harry di Clint Eastwood. Alle calcagna di un gruppo di criminali che in una Londra metallica e senza cuore uccide senza motivo, Carter e i suoi affronteranno la perdita di una collega e il j'accuse del sistema che li estrometterà dall'indagine. A quel punto passare il confine che divide bene e male diventerà un'opzione necessaria per cercare di fermare gli spietati fuorilegge.
Se la sceneggiatura è in qualche caso un po' traballante soprattutto quando si tratta di far coincidere gli snodi della storia con le procedure legate al lavoro dei protagonisti, il film sembra puntare soprattutto sull'effetto adrenalinico e sul carico di tensione derivata dalla progressione degli eventi. Ma è proprio l'accumularsi degli episodi contrassegnati da un atteggiamento monolitico di personaggi identificati totalmente nella violenza che li circonda e costruiti con una meccanicità un po' troppo scontata a diminuire l'impatto della componente sonora e visuale, disegnata alla maniera dei film americani con inseguimenti e sparatorie che vogliono scuotere il sistema nervoso dello spettatore. Nick Love gira con una fluidità da videoclip, prendendo un po' del Michael Mann di "The Heat", quando si tratta di mettere in scena le molteplici rese dei conti, e dell' Oliver Marchal di "36 Quai des Orfèvres" nella rappresentazione del nichilismo distruttivo e senza speranza espresso dall'umanità che racconta. Tra gli interpreti spicca anche per un'esuberanza fisica alla Gerarde Depardieu, l'immarcescibile Ray Winstone ormai abbonato a ruoli canaglieschi e, in questo caso, un po' troppo a senso unico nell'espressione dura e arrabbiata che mette in faccia al suo personaggio.

Voto: 5


Concorso Internazionale
Los mejores temas di Nicolàs Pereda

locarnomejorestemasNulla è come sembra. A testimoniarlo è il primo film del concorso realizzato da Nicolàs Pereda, giovane regista messicano che attraverso una storia di abbandono familiare ci dice la sua a proposito del potere mistificatorio delle immagini, tema tra i più controversi e dibattuti del cinema contemporaneo. Se Wim Wenders fu a suo tempo un apripista, segnalando con largo anticipo l'importanza crescente dell'assunto in questione e, soprattutto, la tendenza ad assegnare al prodotto mediatico e visuale una funzione di verità a prescindere da qualsiasi contraddittorio, quest'oggi il regista messicano aggiunge un altro tassello alla sua decostruzione, realizzando un'opera che smentisce continuamente ciò che mostra. Dice a chiare lettere che la realtà ha un gradiente di verità modificabile con variazioni impercettibili da un cinema che, in questo caso, si trasforma in cartina di tornasole di tutto ciò che non risponde al vero. Succede infatti che, dopo una lunga introduzione all'interno di un quadro familiare definito dal rapporto di odio-amore nei confronti di un padre tornato a casa dopo lunga latitanza, il regista inizi ad operare scarti narrativi e visuali sempre più significativi, che progressivamente spostano il film da un'altra parte. Dapprima in maniera lieve e poi sempre maggiore, gli attori smettono di recitare il proprio personaggio per diventare se stessi, uguali tanto nel cinema che nella vita, e proposti allo spettatore all'interno di un contenuto che pur mischiando continuamente, anche all'interno della stessa scena, finzione e documentario finisce per assomigliare volutamente ad un reality show con telecamere in bella vista e la troupe ad intralciare i movimenti dei protagonisti.
Metacinema all'ennesima potenza che non sa che farsene della trama, esaurita nell'incipit e poi tirata avanti con dialoghi che servono solo a traghettare lo spettatore verso ciò che sta più a cuore al regista e cioè mostrare i limiti della visione, abituarci a diffidare di quello che vediamo. Un cinema che non sogna, dunque, ma che vorrebbe assolvere una funzione di servizio se non fosse che anche l'occhio vuole la sua parte; per non parlare di tutto il resto, che comunque Pereda sacrifica all'efficacia della sua missione. E pur nel tentativo di dare anima al suo progetto con riprese rigorosamente fisse, tempi dilatati e personaggi incastrati in spazi claustrofobici "Le mejores temas" rimane un film non disprezzabile ma più importante negli intenti che nella sua realizzazione.

Voto: 6


Concorso Internazionale
Jack and Diane di Bradley Rust Gray

In concorso al festival di Locarno, "Jack and Diane" poteva essere l'ennesimo prodotto sul male di vivere di una gioventù bruciata anzitempo. E invece, grazie anche alla bravura di due attrici in stato di grazia, si trasforma in un piccolo apologo sull'amore e sulla paura di essere felici. Cinema classico con venature horror il film di Bradley Rust Gray coinvolge e sorprende. 
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Proiezioni Piazza Grande
Lore di Cate Shortland

Il rischio era quello di ripetersi o di appiattire gli eventi della Storia ai riferimenti cinematografici che l'avevano preceduto e invece "Lore", film tedesco diretto dall'australiana Cate Shortland, riesce a parlare degli orrori della guerra attraverso lo sguardo dei piccoli protagonisti che ne devono subire le conseguenze. Delicato e insieme crudele, "Lore" è una favola nera che non tradisce la verità ma la trasfigura in un racconto di formazione che assomiglia a una favola nera.  
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Proiezioni Piazza Grande
Magic Mike di Steven Soderbergh 

Lontano dalle provocazioni e dalla voglia di sperimentare, "Magic Mike" è un prodotto mainstream travestito di modernità e provocazioni ad uso e consumo di un pubblico che riempie le sale, mangiando pop corn e bevendo coca cola. Falsamente pruriginoso ma intriso di buoni sentimenti, il film riflette poco su se stesso e preferisce divertirsi con la straordinaria esuberanza fisica dei suoi personaggi.
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Concorso Internazionale
Compliance di Craig Zobel

Quando la vita supera l'arte. La cronaca nera irrompe al festival con un dramma kafkiano che ci coinvolge da vicino. Craig Zobel, prendendo spunto da un fatto realmente accaduto, riesce ad incollarci allo schermo con fastidio e tensione. Se la messa in scena non concede nulla allo spettacolo sono evidenti i richiami ad una contemporaneità dominata dalla paura e dall'ignoranza.
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Concorso Internazionale
Une Estonienne à Paris di Ilmar Raag

uneestonienneaparislocarnoLo avevano già fatto Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva solo qualche mese fa, partecipando con successo all'ultimo film di Michael Haneke, "Amour", vincitore della Palma d'Oro 2012. Ora tocca a un'altra divina del cinema francese tornare a recitare sugli schermi, e per giunta in un film in concorso, realizzato dal regista estone Ilmar Raag. Interpretando un ruolo da viale del tramonto, con un personaggio di donna infelice per il peso degli anni e il ricordo di un amore di cui è rimasto solo il ricordo e qualche gesto gentile (Stephane, ex-amante e ora buon amico che si prende cura di lei in maniera distratta), Jeanne Moreau si confronta con la recitazione morbida e delicata dell'altra coprotagonista del film, la bravissima Laine Mägi, impegnata nella parte di Anna, la donna estone chiamata a prendersi cura di lei dopo che l'anziana e burbera signora ha tentato di suicidarsi. Insieme danno vita a un duetto di rara bravura che oppone i silenzi e gli sguardi di Anna, agli scoppi di ira e al carattere irascibile di Frida. Immerse in una Parigi calda e un po' maliconica e negli arredi borghesi e benestanti dell'appartamento in cui Frida consuma svogliatamente la sua esistenza, "Une Estonienne à Paris" ci consegna due ritratti di donne apparentemente lontane e invece unite dal bisogno di un amore sincero. La regia, quasi impercettibile di Raag, agevola il lavoro delle attrici regalandoci momenti di grazia che avevamo dimenticato.

Voto: 7


Concorso Internazionale
Mobile Home di François Pirot

mobilehomelocarnoDi tutt'altro respiro è invece l'opera prima del regista belga Fracois Pirot, che ci porta in un paesaggio ameno e provinciale per raccontarci l'amicizia di Simon e Julien e della loro decisione di prendere di petto la vita dopo le rispettive sfortune sentimentali. La soluzione è un viaggio on the road realizzato a bordo di un camper che nei progetti dei due trentenni diventerà la loro casa. I sogni di gloria però si scontrano con mille inconvenienti tra cui appunto il guasto meccanico del veicolo, trasformando il progetto in un viaggio da fermo, con i protagonisti che devono fare i conti con il proprio passato e con le rispettive vicissitudini.
Buddy movie anomalo e divertente, "Mobile Home" oltre a intrattenere con intelligenza, riflette senza pesantezza sui dubbi e l'immaturità di una gioventù che fa fatica a emanciparsi dall'eterna adolescenza. Nel far questo, l'opera di Francois Pirot accumula una quantità incredibile di situazioni giocate sulle differenze caratteriali dei due personaggi - uno è irrequieto ed irrisolto, l'altro timido e accondiscendente - sulla loro mimica goffa e scomposta, sulle facce sempre un po' tra le nuvole, per confermare che il viaggio più importante è quello che compiamo dentro di noi. Regia fluida, a cui avrebbe giovato un minutaggio più breve.

Voto: 6.5


Proiezioni Piazza Grande
Quelques heures de printemps di Stéphane Brizé

quelquesheuresprintempslocarno_02Ci sono film di cui è complicato parlare. A rendere difficile un discorso, in questo caso, non è la cripticità della storia e neanche la mancanza di contenuti, bensì il tema, quello di un rapporto tra una madre e un figlio minato da una malattia incurabile che lascerà alla donna poche settimane di vita. Quando Alain quasi per caso lo scopre siamo già a metà del film e, nel frattempo, abbiamo assistito ad un legame caratterizzato da non detti carichi di rabbia e di impotenza destinati a confluire negli attacchi di collera del figlio nei confronti dell'anziana madre, incapace di saper gestire la presenza di quel figlio appena tornato a casa dopo essere uscito di prigione per un reato che non conosceremo mai. L'omissione, viste le altre presenti nel corso della vicenda, è la caratteristica più evidente di un film che fa del pudore e del rispetto, nei confronti di una storia che mette a nudo il dolore dei suoi personaggi, la sua cifra contenutistica e formale.
E' proprio con questa sottrazione che si riesce a non perdere niente dal punto di vista emotivo e della costruzione dei caratteri ma che, anzi, vengono arricchiti di una drammaticità struggente e dignitosa: Brizé si serve di queste perculiarità per arrivare al suo atto conclusivo, quello del suicidio assistito presso una clinica svizzera in cui la distanza emotiva accumulatasi durante tutto la storia si scioglie in un abbraccio finale, quello che congederà per sempre il figlio dalla propria madre in una sequenza destinata a rimanere tra i ricordi più importanti dell'intera stagione cinematografica, per il carico di significati e la compostezza realizzativa. Se "Quelques heures de printemps" è, come si suol dire, un film di scrittura per il meccanismo perfetto della sua sceneggiatura, molto della sua riuscita è dovuta anche alla direzione attoriale che ci regala una coppia di interpreti, come il redivivo (da un po' di tempo) Vincent Lindon nei panni di un uomo ostinatamente attaccato al proprio disagio, e di Helen Vincent in quello della madre di Alain, perfetta nel rendere una laconicità densa di parole. In attesa della fatica di Marco Bellocchio, quest'opera sembra quasi cavalcare molti degli argomenti che già oggi si sono scatenati attorno al tema dell'eutanasia di cui questa pellicola, laica, si fa portatrice.

Voto: 7.5


Concorso Internazionale
Padroni di casa di Edoardo Gabbriellini

A volte può capitare che le aspettative vengano premiate. E' il caso del secondo film di Edoardo Gabbriellini che riesce a raccontare una storia lontana dalle corde di molto cinema italiano per la modulazione dei registri e dei toni che è in grado di toccare. Bravo l'intero cast con una nota di merito per Gianni Morandi che recitando in senso contrario alla sua icona non sembra aver perso lo smalto dei giorni migliori.
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Concorso Internazionale
A Última Vez Que Vi Macau di João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata

Tra racconto orale e ipnosi visuale, l'opera dei registi Rui Guerra da Mata e Rodrigues è un omaggio a Macao, ex-colonia portoghese, che non è solo luogo dell'anima ma anche scenario di una storia che sembra uscita dalle penne degli scrittori hard boiled. Senza perdere di vista l'intreccio della storia, il film è a suo tempo finzione e reportage, caleidoscopio di immagini e di suoni. Struggente fantasia di un tempo che non tornerà più. Un capolavoro.
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Concorso Internazionale
Berberian Sound Studio di Peter Strikland

Un talentuoso quanto introverso ingegnere del suono arriva in Italia per lavorare all'ultima opera di Fabio Santini, un regista specializzato in film horror. Tra incomprensioni e mille stranezze, il compito diventa sempre più ingrato, quando strane apparizioni iniziano a turbare la sua tranquillità. L'idea non era male: riflettere con ironia e irriverenza sui miti e gli stereotipi del cinema italiano di genere degli anni Settanta. Peccato che al di là delle buone intenzioni il film si perda per strada, incamminandosi verso un nonsense confusionario e pieno di luoghi comuni. Cast inedito e pittoresco.
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Concorso Internazionale
Starlet di Sean Baker

La scoperta di un'ingente somma di denaro e il senso di colpa che ne deriva spinge una ragazza ad avvicinare l'anziana signora che gli ha venduto il thermos dentro il quale erano contenuti i soldi. Ne nasce un amicizia e sorprendenti scoperte.
L'altra faccia dell'America. A metà strada tra un romanzo di Raymond Carter e il realismo del cinema indie, "Starlet" è l'immagine di un sogno che non si è avverato e con cui si deve imparare a convivere. Sean Baker colpisce ed emoziona senza usare la retorica e ci consegna una delle amicizie più insolite che abbiamo mai visto sullo schermo.
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Concorso Internazionale
When Night Falls di Ying Liang

Un giovane viene condannato a morte per aver ucciso degli agenti di polizia: era una reazione dopo essere stato arrestato e malmenato per aver guidato una bicicletta priva di targa. Alla madre spetterà il dolore di un calvario che non riuscirà a salvare il figlio.
Prodotto in Corea e realizzato da un regista cinese "Wo hai you yao shuo" è un de profundis di raro rigore. Nel ricercare un equilibrio tra la ragione di stato e quella dell'anima, Ying non perde di vista né la Storia né il cinema. Bravissima la protagonista.
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Proiezioni Piazza Grande
No di Pablo Larrain

Cile 1988. "No" è lo slogan della campagna pubblicitaria organizzata dagli oppositori del regime per impedire al generale Pinochet di ricandidarsi per il mandato successivo. A guidarla il talentuoso pubblicitario René Saavedra. Un'impresa impossibile e molto pericolosa.
Ultimo capitolo della trilogia dedicata al Cile di Augusto Pinochet, il film di Pablo Larrain, premiato alla "Quinzane" di Cannes, è sia atto conclusivo di una tragedia collettiva che la catarsi necessaria per liberarsi da un angoscioso passato.
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Concorso Internazionale
Somebody Up There Likes Me di Bob Byington

Max è un giovane trentacinquenne che assomiglia ad Oscar Wilde nel fisico e nella mente. Causticità, apatia e la consapevolezza che l'esistenza ha già vinto lo accompagnano nelle diverse fasi della vita. Chi lo circonda però non gli è da meno.
Un regista da tenere d'occhio questo Byington, che presenta una storia in cui le risate nascono da un pessimismo esistenziale così serio da diventare surreale e fumettistico.
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Concorso Internazionale
Leviathan di Lucien Castaing-Taylor, Verena Paravel

La vita e la morte si incontrano in un peschereccio dove quotidianamente una squadra di pescatori si guadagna da vivere. A farne le spese in un calvario che assomiglia ad una camera di morte non sono solo i pesci ma anche l'umanità dei loro esecutori.
Tra suggestioni letterarie e riferimenti bibblici, "Leviathan" è un viaggio sensoriale che riesce ad interpretare il mondo guardandolo attraverso la lente di ingrandimento di un meccanismo infernale, eppure necessario, come quello che si svolge all'interno del peschereccio che solca le acque da cui, un tempo, partì la baleniera del famoso romanzo di Herman Melville. Realtà nuda e cruda ma anche il sublime poetico che riesce ad andare oltre al visibile.
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Concorso Internazionale
Playback di Sho Miyake

playbacklocarnoDi tutt'altra natura la seconda opera presentata quest'oggi in concorso al Festival di Locarno.
Siamo dalle parti del cinema più pretenzioso, quello che non può fare a meno delle sue caratteristiche autoriali e che in ogni occasione deve dimostrare di essere all'altezza dei numi tutelari. Stiamo parlando di "Playback", ultima fatica del regista giapponese Sho Miyake che, raccontando di un attore in crisi artistica ed esistenziale e dell'esperienza temporale che gli permette di andare a ritroso nel tempo per rincontrare gli amici della sua giovinezza, tira in ballo il gotha del cinema mondiale. Il regista scomoda non solo Fellini, evidente nella struttura onirica del plot, nell'uso del bianco e nero e nella visione dell'arte come mezzo per dare vita alle parti più profonde della nostra interiorità, ma anche Bergman per la scelta di mettere sullo stesso piano il mondo reale con quello metafisico, facendo dialogare il protagonista con persone ormai defunte e con cui il nostro parla come se fossero ancora in vita. Una scelta ambiziosa tradotta dal giovane regista in un modo alambicatto e confuso, in cui è difficile riconoscere i diversi piani temporali e che si perde dietro una serie di innumerevoli ripetizioni - ad un certo punto la circolarità del film sciroppa al malcapitato spettatore immagini e dialoghi pressochè identici a quelli a cui aveva assistito in precedenza - capaci di far perdere la voglia anche al cinefilo più appassionato e smaliziato.

Voto: 5


Concorso Internazionale
The Shine of Day (Der Glanz des Tages) di Tizza Covi, Rainer Frimmel

"La pivellina" ce li aveva fatti conoscere. Passati dal documentario al cinema, Tizza Covi e Rainer Frimmel non cambiano metodo filmando la vita in presa diretta. Partendo da due attori che interpretano se stessi e costruendo su di loro la storia del film, ci troviamo di fronte ad un miracolo di naturalezza e spontaneità che assomiglia a un diario intimo punteggiato con la poesia della vita. Walter Saabel meriterebbe il premio come migliore attore.
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Concorso Cineasti del presente
Les Mouvements du Bassin di Hervé P. Gustave

Hervé è uomo chiuso in un mondo del quale fanno parte i corsi di autodifesa, il lavoro come guardiano notturno presso un uomo che fa il magnaccia della propria moglie, e Marion donna disperatamente attaccata al desiderio di maternità, frustrato dall'incapacità di trovare la persona disposta a condividerla.
Ossesione, corporalità, desiderio di felicità. C'è tutto questo nel nuovo film di Hervé, pirotecnico regista francese proveniente dal cinema pornografico ed approdato alla settima arte con il desiderio di essere felice. Se, come afferma Cantona nel film, la felicità è raggiungibile solo spogliandosi di qualsiasi forma di moralità, Hervé fa di tutto per essere un anti-moralista.
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Considerazioni a margine di un festival a misura di spettatore

jeanclaude_brisseau_locarno_winnerQuando i film smettono di dire la loro, solitamente, almeno a ridosso della conclusione di un festival, sorge naturale il bisogno di provare a tracciare un filo di lettura rispetto a quello che si è visto, cercando di mettere ordine alla quantità di informazioni metabolizzate nel corso di un'attività frenetica e piena di impegni. E allora, provando a prendere le distanze da una materia emotivamente bollente, e tralasciando commenti al Palmarès che, per sua natura, oltre a non spostare di una virgola il valore delle singole opere, è l'espressione di un gusto professionale ma pur sempre soggettivo, proviamo ad entrare nel vivo della questione partendo da un'osservazione generale che riguarda il cinema americano: numeri e qualità hanno indicato la presenza di una nuova generazione di cineasti (New Wave è stata definita da Olivier Père) potenzialmente capaci di rinverdire in una dimensione indipendente e in molti casi autogestita la generazione che li ha preceduti. Presenti in maniera massiccia in tutte le sezioni (solo nel concorso ufficiale c'è n'erano addirittura sei mentre in quella dei "Cineasti del presente" ben quattro), i film a stelle e strisce hanno vinto molto - "Somebody up there like me" di Bob Byington ha sfiorato la vittoria con il premio speciale della giuria - tra premi ufficiali e menzioni di vario genere (tra questi "Ape" di Joel Potrykus è un altro titolo da segnare) ma, soprattutto, si sono distinti per eterogeneità di forme e di contenuti spaziando dalla commedia surreale al teen movie, dal dramma esistenziale al documentario tout court. Tra questi non si può non menzionare "Starlet" di Sean Baker, ritratto di un'America che assomiglia a quella dei romanzi di Raymond Carver in cui può capitare che una giovanissima diva del porno (Dree Hemingway uno dei volti del festival) diventi la migliore amica di una laconica vecchietta, oppure "Compliance" di Craig Zobel, incubo ad occhi aperti che ricorda Orwell per la presenza di un grande fratello disegnato con le sembianze e, in particolare, la voce di un oscuro impiegato di provincia, per non parlare di "Leviathan", documentario dell'orrore di Lucine Casting-Taylor e Verena Paravel in cui un peschereccio mercantile e la sua ciurma diventano la metafora di un caos primordiale e mortifero.

C'è stata poi una tendenza trasversale che ha interessato la maggior parte dei film visionati in cui la ricerca della verità come prerogativa imprescindibile, tanto nella confezione quanto nel contenuto, si è tradotta in un uso massiccio delle forme del documentario, utilizzate non solo per parlare della realtà - tre documentari in concorso e uno, "More than Honey" apologo ecologista sul mondo delle api, chiamato a chiudere la giornata finale con proiezione speciale in Piazza Grande - ma soprattutto per legittimare la finzione, com'è accaduto nello splendido "A Ultima Vez Que Vi Macau". Con l'opera portighese ci siamo ritrovati di fronte contaminazioni sensoriali e suggestioni cineletterarie in cui il reportage su una città sospesa tra passato e presente diventa, alla maniera di David Lynch, un'idea di mondo dalle sfumature noir, oppure nel riuscito "Der Glanz de Stages" di Covi e Frimmel, non il film più bello ma sicuramente quello che meglio di tutti, e con meno artifizi, riesce a spiegare l'integrazione tra queste due forme cinematografiche. Un modo di fare cinema di bruciante attualità per il modo di ottimizzare risorse ridotte al lumicino - il vincitore "Le fille de nulle part" di Jean-Claude Brisseau è stato girato a casa del regista con mezzi da film amatoriale - che sfrutta le innovazioni della tecnica (l'uso del digitale si spreca) e si rimette all'uomo non solo davanti allo schermo (per forza di cose i panorami si riducono allo stretto indispensabile privilegiando volti e corpi) ma anche dietro, per l'impegno che i nuovi mezzi richiedono in termini di partecipazione e stress psicofisico. Aspettare che la realtà si manifesti significa andarle incontro nelle sue imprevedibili complicazioni, con fiumi di pellicola da editare e da montare (per domare il girato "la montatrice" Tizza Covi ha dovuto farsi aiutare da un'altra collega), oppure affrontare fatiche di ogni tipo come avviene con i pescatori di "Leviathan" trasformati dalla regista in un occhio onniscente, con telecamere fissate in ogni parte del corpo; e ancora, fare a meno di sceneggiature di ferro, come accade in "Los mejores temas" del regista messicano Nicolás Pereda che affida la sua interazione "on live" tra i componenti di un nucleo familiare messo in crisi dal ritorno di un padre assente da più di quindici anni.

Un umanesimo che legge i segni della Storia in chiave intima - vedasi "Lore" di Kate Shortland (premio del pubblico) dove la caduta del nazismo si trasforma nella linea d'ombra personale di una ragazza costretta a riconsiderare il ruolo dei genitori, membri del partito nazista - e personale, come accade alla cameriera del fast-food di "Compliance" e alla madre del ragazzo condannato a morte nel rigoroso "When Night falls", figure femminili modellate su personaggi e fatti che appartengono alla cronaca e che, nel caso del film girato dal regista cinese, ha provocato la censura del regime di quel paese; oppure li interpreta dal punto di vista filosofico con "Museum Hours" e "The End of the Time", due dei documentari della selezione che ragionano sul tempo e sulla pittura (di Bruegel) come elementi in grado di legare la scansione temporale con l'attività umana, qualsiasi essa sia.

Una festa di uomini e di donne in cui si ritaglia uno spazio, seppure piccolo, anche il cinema italiano, pressochè assente (ingiustificato) - l'eccezione di "Padroni di casa" dell'ottimo Edoardo Gabbriellini tale rimane - e rimpianto da tutti quelli che si sono accontentati, e sono molti, di divi un po' appannati come Ornella Muti e, ieri sera, Renato Pozzetto, applauditi e festeggiati da un pubblico internazionale che almeno da queste parti il nostro cinema lo ama per davvero.

Insomma un bella edizione questa sessantacinquesima volta del festival di Locarno, guidata con mano sicura dal suo direttore artistico e capace di dispensare competenza, disponibilità ed efficienza, messa a disposizione dello spettatore a cui questa manifestazione è rivolta.
Nel concludere questa carrellata piena di ricordi che fanno già nostalgia, il ringraziamento a tutti quelli che mi hanno aiutato a redigere queste note, da Giuseppe senza il quale nulla sarebbe stato possibile al resto della redazione che mi ha sostenuto, e poi a Massimo, Barbara e Silvia, amici di mille proiezioni e, infine, a tutto il personale del bar "Al porto" tra i cui tavolini questo viaggio è diventato scrittura. 

65° Festival del Film di Locarno