Le arti marziali nel cinema del terzo millennio | Speciale | Ondacinema

Le arti marziali nel cinema del terzo millennio

Le arti marziali nel cinema del terzo millennio

di Alberto Mazzoni

Dimenticate le tigri di carta dell'action americano – i veri combattimenti sono ad Oriente. Dimenticate Bruce Lee – c'è una nuova generazione di maestri. Una breve ma sincera introduzione al cinema asiatico di arti marziali degli ultimi anni

Tutto cominciò con "La tigre e il dragone", esattamente nell'anno 2000. Certo, nella locandina del film c'era scritto a chiare lettere "dal creatore dei duelli di Matrix" (leggi: dal coreografo Yuen Wo Ping), quindi volendo possiamo dare la responsabilità ai Wachowski per il rinato interesse dell'Occidente nei confronti dei film di arti marziali1. Ma il motivo per cui "La tigre e il dragone" è un punto d'inizio è perchè si tratta di un film con in cui ambientazione, regista, storia e attori sono tutti asiatici, come tutti quelli di cui parleremo in questo speciale. Certo, Ang Lee ha fondamentalmente un occhio occidentale quindi il film in fondo è occidentalizzato come la cucina cantonese nei ristoranti delle nostre città, ma quello che qui ci preme, sia chiaro, sono i combattimenti, e quelli sono inconfondibilmente asiatici: i bianchi, oltre a non saper ballare, non sanno neanche combattere. "La tigre e il dragone" rimette al centro del film i combattimenti fatti bene (cioè, all'asiatica) dopo decenni di spinte e botte in faccia nei film action americani. Due sequenze: il combattimento tra Zhang Ziyi e Michelle Yeoh in cui la giovane allieva tenta di spiccare il volo e viene bloccata a terra dai colpi dell'amica adulta, la fuga sui rami e sull'acqua di Zhang Ziyi e Chown Yu Fat. Il combattimento è contemporaneamente poesia visiva e mezzo di espressione delle relazioni tra i personaggi, più dei dialoghi melò.


La rivolta dei Boxer


Nella rinascita del genere dobbiamo tenere anche conto della rinascita della Cina come potenza economica con crescita del Pil a due cifre (e gli Usa tenuti al guinzaglio dal fatto che la Cina possiede trilioni di dollari di debito americano). Assistiamo quindi a una rinascita dell'orgoglio cinese (presente comunque dai tempi di "Dalla Cina con furore"), in cui per un occidentale è impossibile discernere tra quanto vi sia di sincero e di popolo e quanto di spinta dall'alto. Ma a noi interessano i combattimenti, e i film nazionalisti di arti marziali ce ne offrono di qualità.

Negli anni novanta, il golden team Jet Li ai combattimenti, Yuen Wo Ping alle coreografie e Tsui Hark alla regia raccontano a modo loro il colonialismo degli occidentali e la rivolta dei Boxer nella saga "Once Upon a Time in China". Negli anni zero non possiamo non citare Jet Li in "Hero" di Zhang Yimou e "Fearless" di Ronnie Yu. Nel primo Jet Li sconfigge i nemici del re di Qin solo al fine di giungergli così vicino ucciderlo con un singolo colpo. Jet Li da' il meglio di sè sconfiggendo Donnie Yen in un combattimento in cui i due maestri stanno immobili e pensano alle possibili mosse da eseguire (eccezionale), sfoggiando la propria maestria di fronte a Tony Leung e Maggie Cheung, i quali peraltro ci regalano un momento di danza nel quale combattono e sfuggono alle frecce disegnando ideogrammi col pennello (la bellezza della grafia altra cosa ignota in occidente, vedi "I racconti del cuscino"...). In "Fearless", Jet Li si diletta a sconfiggere altri maestri di altri marziali cinesi (bellissimo il combattimento sulle impalcature) finchè non capisce da che parte sta il vero nemico e non decide di suonarle ai nemici del paese: un grosso e stupido wrestler statunitense, un damerino inglese molto snob e un velenoso spadaccino giapponese. La chiave della vittoria di Jet Li sta nella flessibilità dell'arte marziale cinese del wushu, simbolo dell'abilità di una nazione di adattarsi ai mutamenti (dall'impero al comunismo al capitalismo in meno di un secolo).

Ma la palma del nazionalismo va senz'altro alla serie "Ip Man" (il maestro di Bruce Lee nella vita reale di cui attendiamo il biopic nientepopodimeno di Wong Kar Wai) dei quali consigliamo caldamente gli episodi interpretati dal sublime Donnie Yen. Nel primo Donnie si esibisce nel classico numero del cinese solo contro 100 giapponesi che già fu di Bruce Lee per poi praticamente mettere fine alla seconda guerra mondiale da solo a calci e pugni. Nel secondo Donnie si dimostra il maestro dei maestri sconfiggendo amichevolmente tutti gli altri cinesi (tranne il grandissimo Sammo Hung con cui giustamente finisce pari in un duello imperdibile) e si trova quindi a sconfiggere un boxer americano gigantesco nonostante gli occidentali impongano - anche nei combattimenti - le loro regole incomprensibili al popolo cinese (nel caso: proibiti i calci). Lo stile di combattimento di Donnie Yen è il Wing Chun, che nasce per l'autodifesa femminile. La bellezza sta proprio nel vedere uno stile di combattimento senza forza e a corto raggio vincere contro nemici potenti, portando all'apice lo spirito delle arti marziali, in cui l'abilità e l'allenamento vincono sempre sulla forza. Meno riuscito, duole dire, "The return of Chen Zen", un pò artefatto.


Il tempio dell'alba

Esiste solo la Cina? Tutt'altro. A malincuore dobbiamo ringraziare quel buffone di Besson (responsabile di aver coinvolto Jet Li nell-inguardabile "Danny the Dog") per aver fatto conoscere in occidente il Muay Thai distribuendo "Ong Bak" col grande Tony Jaa. Il piccolo maestro nel film si esibisce in uno stupendo repertorio di ginocchiate e gomitate, nonchè di acrobazie vere e proprie al limite del circense. Anche qui la scena clou è la sconfitta degli americani tutta forza e niente cervello e dei giapponesi con le loro lotte ridicole, nonchè di un nemico finale che (eresia!) pratica il Muay Thai ma è birmano. Poco importa che nessuno dei successivi film di Tony sia all'altezza del primo (forse "Ong Bak 2"): in questo caso l'allieva supera il maestro perchè il capolavoro del genere è "Chocolate", sempre del regista Pinkaew, in cui la ragazzina autistica Jeeja Yanin combatte i gangster che hanno reso impossibile la vita alla madre. L'abilità disumana della ragazza, la bellezza delle coreografie e l'originalità delle ambientazioni (luoghi di lavoro come magazzini e impianti di macellazione, e un finale sulle insegne del quartiere a luci rosse), fanno forse di "Chocolate" il film di menare del decennio.


Che cento fiori fioriscano

Così come le rapaci aziende occidentali si stanno spostando da una Cina in crescita verso il Sudest asiatico in cerca di salari più bassi, così il miglior film di arti marziali degli anni dieci ad oggi viene a sorpesa dall'Indonesia, ed ha un regista occidentale. "The Raid", visto al Torino Film festival, è una corsa non stop di un manipolo di poliziotti in un palazzo occupato da spacciatori in cui ogni oggetto a portata di mano si trasforma in un'arma e il cattivo (Yayan Ruhian) è così fuori di testa che, come nei Double Dragon della nostra infanzia, ci vorranno due eroi e una certa dose di fortuna per batterlo nello scontro finale migliore degli ultimi anni.

Ai veri amanti del genere consigliamo infine, per rilassarsi dopo tutte queste mazzate, i due film di Stephen Chow "Shaolin Soccer" e soprattutto "Kung Fusion", con il suo condominio dove, dal vecchio sarto alla sciagattata padrona di casa con sigaretta e vestaglia, tutti sono maestri di arti marziali. Curiosamente, sia Chow che Donnie Yen dovrebbero misurarsi nel prossimo futuro con la saga dell'Affascinante Re delle Scimmie, forse la principale leggenda cinese. Il divertimento continua.

1Premettiamo che l'appassionato dividerebbe la categoria in gongfu pian, film con combattimenti. tendenzialmente a mani nude e ambientazione moderna e wuxia pian, film cavalleresco che comprende combattimenti tipicamente con spade e armi d'epoca, ma qui non distingueremo.

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