Breve conversazione con Lorenzo Bianchini | Speciale | Ondacinema

Breve conversazione con Lorenzo Bianchini

Breve conversazione con Lorenzo Bianchini

di Matteo Zucchi

Cronaca di una chiacchierata col regista di "Oltre il guado": abbiamo parlato dei suoi film, del cinema di genere, delle positività e delle difficoltà dell'esser "realmente" indipendenti, dei suoi progetti futuri e, ovviamente, della sua "heimat".

 

Avendo guardato "I dincj de lune", il tuo primo mediometraggio, ho pensato al fatto che sono passati ben 20 anni dai tuo primi corti. Cosa ha spinto te amatore all'epoca a girarli ? Come è stato il passaggio tra questi, spesso incompleti dal punto di vista narrativo, e i lungometraggi ?

Credo sia stata la passione che avevo per il cinema fin da bambino. Già all'epoca dicevo di voler fare il regista, pur non sapendo bene cosa volesse dire fare il regista. Fino a "I dincj de lune" neppure li scrivevo i film, quindi è stato solamente più complesso e lungo nel processo di scrittura. E ovviamente con una troupe che è tale non si può più perdere tempo o improvvisare come facevo prima.

Ed hai avuto qualche influenza precisa, come un autore o un film ?

I primi film che ricordo sono le commedie americane anni 50-60 che guardavo a casa di mia nonna. Le percepivo come delle avventure e volevo farne sentire di simili alle persone.

Quindi un cinema molto narrativo. Penso ad "Across the River", che a livello di narrazione è il contrario, davvero minimale.

Lì sono le atmosfere che parlano, è chiaro, grazie anche al fatto che ci sia un singolo personaggio disperso. Ma molti altri film sono così, pensa a "Shining".

In un'intervista mi pare tu abbia definito "Oltre il guado" un film sulla solitudine, più che un horror: non si potrebbe legare questa definizione a tutto il tuo cinema e forse a buona parte del cinema dell'Orrore ?

Secondo me sì. Pensa al mio precedente film, "Occhi", che è ancora più incentrato su questo. Ma d'altronde descrivi le tue paure e le tue sensazioni più profonde più facilmente quando ti ritrovi in situazioni di solitudine. Anche di solitudine fra la gente, ma quella completa, che è anche visiva, mi sembra più efficace. Per questo sono affascinato da ville abbandonate, paesi arroccati sulle montagne...

Infatti Toppolò è un set perfetto. Anche se visitandolo si scopre che è tutt'altro che un paese abbandonato.

Ma nessuno di quei luoghi è realmente abbandonato. Come molti nostri paesini di montagna si popola durante l'estate. Per questo abbiamo dovuto concentrare, a fatica, le riprese d'inverno.

Infatti nel "making of" che si trova nel DVD di "Across the River" c'è un'immagine molto efficace, quando in un'inquadratura del paese identica ad una del film si ha un allargamento di campo e così si vedono auto, bambini che corrono, picnic.

Questo crea anche una difficoltà nel calcolare le inquadrature e i movimenti di macchina, senza rovinare l'atmosfera. Ma questa è la normalità nel cinema che faccio.

Parlando appunto di ristrettezze da cineasta indipendente, e come indipendente non intendo "indie" che in America è oramai una precisissima categoria estetica, usata anche per film che in realtà hanno parecchi milioni di dollari di budget, vorrei chiederti com'è la vita da regista veramente indipendente, in cui di più che amatoriale vi è spesso solo la professionalità.

Si è abbandonati anche qui. Poche possibilità di essere distribuiti, quasi nessuna di andare nei cinema. Per fortuna ci sono i festival, quelli, tra virgolette, indipendenti. Se non ci fossero questi ma solo quelli "grossi", storici, io probabilmente non avrei fatto niente e questo tipo di cinema forse neppure esisterebbe. Si farebbero i film per farli vedere agli amici e poi metterli nel cassetto. La solitudine dell'indipendenza. [ridacchia, ndr]

Però penso che il tuo ultimo film ha fatto il giro dei festival di genere per tutto il mondo, andando anche Oltreoceano.

Certo, ne ha pure vinto qualcuno. Ma è solamente un'eccezione. Pensa a quasi tutti gli altri film horror fatti in Italia negli ultimi decenni.

Mi è venuto in mente che ultimamente il tuo non è stato l'unico exploit del genere. Penso al fatto che ultimamente stiano aumentando le pellicole horror che non si adagiano sugli stereotipi dell'ultimi decennio: le possessioni, il found footage, la soggettiva, la shaky cam, etc... Negli ultimi due anni ci sono stati soprattutto tre film che hanno adoperato l'horror in maniera chiaramente autoriale: "Babadook" di Jennifer Kent, "It Follows" di Mitchell e adesso "The Witch" di Eggers. Il fatto che abbiano avuto pure un grande successo potrebbe rappresentare secondo te qualcosa per lo stato di salute del genere ?

Mi auguro di sì. Essendo indipendente e non avendo mai lavorato nell'ambito delle vere produzioni non posso dirti nulla di più preciso di quello che sappiamo già. Poi tre film dubito sempre possano fare la differenza.

Secondo te il fatto di lavorare nel cinema, anche da indipendente, non rende più difficile avere una visione più ampia e particolareggiata rispetto a chi fa critica ?

Credo dipenda più dal tipo d'interesse che hai verso il tuo tipo di cinema. Io non guardo molti horror. Preferisco variare fra tutti i generi. Che un film sia di fantascienza, comico, sentimentale o d'autore non è ciò che conta, a mio parere.

Nella mia recensione di "Oltre il guado" ho definito il tuo film, rubando una definizione al grande regista teatrale Romeo Castellucci, una "sensazione da abitare". Credo sia una tendenza di tutto il tuo cinema ma che ha raggiunto lì il suo apice. Penso all'utilizzo della fotografia o della musica, che contribuiscono a rendere l'intero film un fatto estetico "totale" che deve essere vissuto per essere apprezzato.

Stando a ciò che hanno detto anche altri critici ritengo sia una buona definizione. Un film che ti striscia sottopelle e che così diventa la tua stessa "casa degli incubi". Naturalmente io l'ho fatto per enfatizzare la questione della solitudine. Se tu hai percepito questa "sensazione" posso dire di esserci riuscito.

A proposito della fotografia: una cosa che mi ha sempre colpito del tuo cinema è l'uso del colore. Spesso sono pochi ma enfatizzati. Mi sto riferendo a "Film sporco" o "Occhi", in primo luogo. Ma anche all'ultimo. A quali ragioni è dovuta questa scelta ?

Non penso che a film come quelli che faccio io si addicano esplosioni di colore. Se vai in una località abbandonata d'inverno noterai il grigio delle case, il grigio degli alberi e il grigio delle case. Poco altro. Un'uniformità è più realistica sotto più punti di vista.

Divertente che parli di realismo in un horror.

Non che sia pieno di mostri che girano, a parte le due gemelline. Essere soli nel paese è la vera esperienza realistica. Perché stare soli in una casa abbandonata con i suoi scricchiolii è già un esperienza "horror".

Infatti, pur essendo una cosa già fatta altre volte, è uno dei pochi film che riesce ad arrivare al grado zero dell'orrore, appunto perché utilizza il minor numero di elementi possibili per restituire quell'esperienza in tutta la sua purezza.

D'altronde nell'indipendenza non è possibile avere molto di più. Comunque per realizzare un film così è ciò che serve e ciò che importa.

Fare di necessità virtù è da sempre qualcosa che spesso contribuisce molto alla resa di un'opera. Penso all'uso della meno costosa pellicola fotografica che dona quel biancore quasi accecante da parte di alcuni registi della prima Nouvelle Vague. Ma, cambiando argomento, tempo fa mi avevi parlato del tuo prossimo progetto, una webseries ambientata a Palmanova nell'ambito psichiatrico. Vi sono stati dei progressi ? Finalmente è entrata in produzione ?

Sì, stiamo girando le prime due puntate, per il momento in questa città a nove punte. Non sappiamo ancora quando e dove gireremo le altre, né che canali distributivi utilizzeremo per diffonderla, dato che per un progetto seriale è ancora più difficile trovare qualcuno disposto a finanziarti.

D'altronde questa è la ragione principale della limitata produzione di prodotti di genere in Italia, dopo il crollo di quel cinema negli anni '80. Certo, abbiamo eccezioni, come il film di Mainetti, ma in generale si investe solo sul già noto e il crowdfunding non è un sistema sempre così efficace. Viceversa il cinema della nostra regione sembra godere di una fase molto positiva. Penso a Comodin o a Fasulo, oltre che a te.

Beh, ma in Friuli è da anni che si fa molto cinema. La Film Commission è fortunatamente molto disponibile e a livello di luoghi di interesse e di paesaggi molto diversi offre tantissimo nello spazio di qualche decina di chilometri. In un'ora di macchina si passa dai monti al mare, passando per colli e città.

"Un piccolo compendio dell'universo", come lo definì Ippolito Nievo. Ma io stavo riferendomi soprattutto alla presenza di più autori indipendenti interessanti in una regione così piccola.

Beh, qui non saprei cosa dirti. Andiamo su analisi di larghissimo spettro. Posso solo dire che i miei colleghi devono essere davvero bravi, allora. [ridacchia, ndr]

Anche tu, eh. [idem, ndr] Sempre riguardo alle difficoltà di produzione e distribuzione vorrei parlare dei due film da te prodotti fra il dittico d'esordio e "Across the River": "Film sporco" e "Occhi". Opere anomale e misconosciute pure da chi conosce il tuo cinema eppure coerentissime con esso: si pensi alla centralità del tema della ricerca e alla fine sempre tragica a cui porta...

Se la metti così mi fai pensare all'ultimo, per me bellissimo, film di Inarritu. Comunque la ricerca alla fine è al centro di quasi ogni narrazione ma il genere può farne vedere il lato negativo, la sua negatività che condanna coloro che la compiono alla solitudine e alla distruzione.

Breve conversazione con Lorenzo Bianchini