Brutti, sporchi e cattivi? Tre cortometraggi per raccontare una città | Speciali

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Brutti, sporchi e cattivi? Tre cortometraggi per raccontare una città

Che cosa si può realizzare per e nella propria città avendo a disposizione un progetto, l’esperienza di tre registi e la collaborazione di una risoluta dirigente scolastica? Quanto il Cinema e la Città devono l’uno all’altro?

 La visione al Cityplex Moderno di Sassari dei tre cortometraggi in questione, ha dato vita all’idea di un’intervista. L’interesse iniziale nei confronti dei tre lavori era dato “esclusivamente” dalla componente artistico-cinematografica; aspetto che, poi, è cambiato nel momento in cui in sala sono stati presentati i corti: La Cunfraria di Bruno D’Elia; La notte di Cesare di Sergio Scavio e Date al diavolo un’aranciata amara di Fabio Sanna preceduti, però, nella loro introduzione dall’intervento di Patrizia Mercuri, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo San Donato. È stato facile, allora, rendersi conto che ciò a cui si stava per assistere aveva ben altra portata.

Patrizia, il modo in cui hai parlato del progetto, e le considerazioni che hai fatto, hanno certamente avuto un impatto molto forte sui presenti, vorresti approfondire quanto detto durante la presentazione? Come si è arrivati a coinvolgere la scuola?
Patrizia: Una premessa sul progetto è, intanto, doverosa: la spinta iniziale arriva da TaMaLaCà, società locale che lavora sull’urbanistica e sui quartieri ma non solo (la collaborazione con la scuola aveva già avuto dei precedenti con il progetto “Fronte di Liberazione dei Pizzinni Pizzoni”, ad esempio).  Brutti, sporchi e cattivi? nello specifico, finanziato dal MIBACT, aveva come scopo quello di dare visibilità e riqualificare l’immagine di un quartiere disagiato, azione che contemplava, tra le altre cose, la ristrutturazione di un’aula da adibire a sala di videoproiezione (sala che a noi piace chiamare “Piccolo cinema San Donato”) grazie alla quale, molti studenti, hanno potuto vedere per la prima volta un film al cinema. Il coinvolgimento di questa scuola in particolare è stato dato da due ragioni principali: la prima risiede nella conformazione stessa dell’Istituto San Donato: è stata la prima scuola di Sassari, fondata nel 1914, quindi una scuola ricca di storia (tant’è che durante la manifestazione Monumenti aperti può essere visitata proprio in ragione di questo) e, in secondo luogo, considerato che per il progetto serviva una scuola collocata in un quartiere disagiato e che avesse necessità, per così dire, di rinfrescarsi l’immagine, era particolarmente adatta dal punto di vista sociale. Stiamo parlando, infatti, di una scuola che si occupa molto del sociale, che fa tanto per questa realtà; basti pensare che il 50% degli scolari è composto da bambini stranieri ed extracomunitari e che adempie, con tutti i mezzi possibili, a quello che è il più importante ruolo della scuola: quello di portare all’esterno ciò che a scuola si riesce a fare, ciò che i bambini riescono a fare. È essenziale non dimenticare mai che la scuola dovrebbe sempre essere il luogo da cui riparte la cultura. Di questo le amministrazioni dovrebbero sempre tenere conto.

Come mai è stato scelto come mezzo proprio il cinema?
Patrizia: Innanzitutto, perché in passato era già stata portata avanti una campagna di spot pubblicitari appunto col progetto “Fronte di Liberazione dei “Pizzinni Pizzoni” che aveva riscosso un importante successo (tra l’altro l’idea aveva visto anche la partecipazione del sindaco che, con sincero interesse, si era prestato a collaborare coi bambini in diverse scene; cosa senza dubbio apprezzabile); gli spot erano stati realizzati da professionisti del settore che avevano coinvolto i bambini della scuola, perciò, in merito avevamo già un background positivo. In secondo luogo, perché il progetto del MIBACT faceva specifico riferimento a un lungometraggio (anche se poi ci son stati dei cambiamenti). Non di minore importanza è il fatto che, attraverso il cinema, si possa lavorare a stretto contatto con le persone seppur, inizialmente, questo abbia comportato alcune difficoltà. Le famiglie tendono, spesso, a fare gruppo a sé e queste attività aiutano, facilitano, un passaggio delicato in cui il tramite è dato dai bambini che si pongono come modello per gli adulti. Ritengo essenziale ricordare che lavorare sui bambini significa lavorare sulle famiglie ed è per questo che, grazie a loro, la partecipazione attiva ha preso piede.

Alla luce di questo è facile capire come sia la scuola di per sé, sia Patrizia, siano state coinvolte nel progetto. La scelta dei registi, invece, quali criteri ha seguito?
Sergio Scavio: Il nostro coinvolgimento è avvenuto grazie alla collaborazione tra TaMaLaCà, la società a cui faceva riferimento poc’anzi Patrizia, e l’associazione cineclub “Nuovo Aguaplano”, società di cui sono presidente e che ha messo in essere il progetto. In seguito, ho contatto Bruno e Fabio che non sono per me solo dei cari amici e degli ottimi professionisti, sono soprattutto persone che hanno la sensibilità giusta per condurre un lavoro come questo. Come anticipato prima, le direttive si riferivano a un lungometraggio; la ristrettezza delle tempistiche, però, considerato che ci è stato dato il via solo a ottobre 2017 e che il termine era dicembre 2017 (appena due mesi, dunque), non ci consentiva di realizzare un lungometraggio e abbiamo scelto, per ragioni pratiche, di optare per tre cortometraggi. Mi preme dire che, considerate le difficoltà della realizzazione, la ferrea volontà nostra e di Patrizia hanno fatto totalmente la differenza.

Perciò vi siete ritrovati a ideare tre cortometraggi. Quali criteri avete seguito?
Sergio: Il primo obiettivo era, chiaramente, quello di realizzare dei bei film. Può sembrare banale ma è essenziale non ricorrere alla leva del pietismo per cui si ricevono applausi solo in funzione del messaggio di fondo. Il cinema deve fare cinema escludendo la funzione del messaggio, il valore della testimonianza che porta è dato da ciò che viene filmato ed è già una funzione importante. È stato essenziale rivolgersi a dei professionisti che potessero dare un contributo concreto; abbiamo contattato, inizialmente, Massimo Gaudioso (sceneggiatore di tutti i film di Matteo Garrone, dall'Imbalsamatore a Dogman, passando per Gomorra) che ci ha rimandato a Pierpaolo Picciarelli (cosceneggiatore di Blue Kids di Andrea Tagliaferri). Il suo contributo ha fatto sì che le tre sceneggiature, seppur ideate individualmente da ogni singolo regista, avessero un trait d’union comune, che fossero coerenti e coese nel raccontare delle storie provenienti dalla personale inventiva, dalla propria visione del quartiere, ma che non tradissero lo scopo iniziale di realizzare dei bei film, delle belle testimonianze.

Fabio Sanna: In merito a questo posso dire che, nonostante sia entrato un po’ tardi nel progetto, ne sono stato subito entusiasta. Per raccogliere le storie da usare per la realizzazione dei corti, Sergio e Pierpaolo avevano fatto una ricognizione del quartiere: per circa una settimana non avevano fatto altro che “vivere” San Donato per capire, per farsi un’idea, su come raccontare questa realtà senza che fosse influenzata da un approccio borghese. Al mio arrivo, dunque, molte tematiche erano già state stabilite e mi son ritrovato a dover realizzare un corto che avesse come centro la chiesa. Quindi, così su due piedi, ho detto la prima fesseria che mi è venuta in mente; non mi sembrava vero, infatti, che potessi unire due degli aspetti che più amo del cinema, l’horror e la commedia, il gemello buono e quello cattivo. La mia idea è piaciuta ed è stata accolta con grande entusiasmo non solo dai colleghi, ma anche dal comitato di quartiere che era coinvolto in prima persona.

Bruno D’Elia: Anche io come Fabio, sono entrato nel progetto in rincorsa. Non essendo né sardo né sassarese, la mia difficoltà iniziale è stata quella di entrare in una realtà, quella di San donato, che, da quando mi sono trasferito in Sardegna, avevo solo sfiorato in qualche occasione. Tra le tematiche raccolte da Pierpaolo e Sergio, quella che più mi incuriosiva e si adattava bene al mezzo che volevo utilizzare, l'animazione, è stata quella dei fantasmi che popolano i racconti di San Donato. Dopo una breve ricerca, ho trovato moltissimo materiale sugli avvistamenti dei vari "spiriti" che abitano le notti e i palazzi del quartiere, non per ultimo quello che sembra aggirarsi nella scuola.Dal punto di vista produttivo è stato una sfida nella sfida: realizzare un corto di 17 minuti in soli due mesi di lavoro è stato sfiancante ma ricco di soddisfazione.

Quindi, avete realizzato delle storie che partissero dal vostro punto di vista ma che non tradissero l’essenza di San Donato.
Fabio: Sì, certo, lo scopo principale era quello di raccontare (in maniera più o meno verosimile); non volevo legarmi per forza all’esigenza di un film strettamente realistico, senza per questo, però, togliere o aggiungere elementi al racconto del quartiere. Il cinema non deve per forza raccontare la società, altrimenti ci ritroveremmo tutti a fare lo stesso tipo di film, perciò va bene discostarsi un po’ dalla realtà e dare una propria visione restituendo, comunque, un racconto sincero. In un certo senso non è stato troppo difficile, San Donato è Sassari e per me è stato un po’ come tornare a casa mia. La stessa cosa non avremmo potuto farla su un altro qualsiasi quartiere di Sassari, se mi avessero chiesto di raccontare un quartiere come Luna e Sole non avrei proprio saputo come farlo. Per me è stato come se, dopo vent’anni di borghesia, fossi tornato al paradiso da qui ero stato scacciato, e non mi veniva in mente altro modo se non quello di una commedia senza alcuna speculazione intellettuale, un film che non fosse serioso, che non fosse il riflesso di una borghesia depressa.

Sergio: Mi trovo d’accordo con Fabio e, certamente, neanche il mio film è così realistico come sembra ma è, appunto, un modo di vedere le cose. Personalmente, amo il cinema di genere e mi piaceva l’idea di concentrare il soggetto su un personaggio come Cesare, un uomo che conosco da tempo e che non può essere considerato un personaggio totalmente positivo ma neanche totalmente negativo. Questo “materiale” chiaroscuro che avevo a disposizione ha dato grande forza al corto, una forza eversiva, e per un tipo di cinema minimo come quello che volevo fare era chiaramente una fonte molto potente. Stiamo parlando di un uomo che semplicemente conduce una vita diversa, né migliore né peggiore, che conosce bene l’arte dell’arrangiarsi e che vive il quartiere nel profondo, sperimentando da vicino la reale vicinanza alle persone. Questo ha creato un’importante continuità tra il raccontare e il raccontarsi, anche se, questo minimalismo, porta con sé il rischio di non raccontare affatto, cosa che per fortuna non è avvenuta.

Dunque, il quartiere e la città in genere hanno risposto bene alle vostre iniziative?
Patrizia: Come dicevamo all’inizio, non è stato subito semplice coinvolgere le persone ma, dopo alcune resistenze iniziali, la partecipazione è aumentata. Devo riconoscere che alcune preoccupazioni iniziali sono state fugate dalla partecipazione di alcune mamme che si occupano attivamente della scuola e che, riconoscendone l’impegno e gli sforzi condotti negli anni, hanno voluto restituire qualcosa e non solo a me come dirigente.





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