C'eravamo tanto odiati: Federico Fellini e la televisione commerciale | Speciali

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In occasione del centenario dalla nascita di Federico Fellini, raccontiamo della lontana e dimenticata guerra che vide contrapposti il maestro riminese e "Sua Emittenza" Silvio Berlusconi per la salvaguardia e la tutela dei film trasmessi in televisione


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Non è casuale che l'ultima parola de "La voce della Luna", ultimo film di Federico Fellini (poco prima di una sorta di epitaffio pronunciato da Roberto Benigni) sia "Pubblicità!". Un vero sigillo all'ultimo decennio della sua vita, non solo professionale, nel quale il regista si è confrontato con il linguaggio pubblicitario per dei costosi spot "fuori-scala": quelli realizzati nel biennio 1984-85 per Campari e Barilla e i tre, di commiato, datati 1993 per Banca di Roma.



Si tratta in ognuno dei tre casi di operazioni di prestigio in cui l'estro di Fellini ottiene carta bianca anzi, più è riconoscibile la griffe felliniana e maggiore è la luce goduta dall'azienda committente, secondo un modello già sperimentato in precedenza (Sergio Leone per Renault) e, soprattutto, in futuro (David Lynch, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese e decine di altri).
Eppure, il rapporto del regista riminese con i linguaggi televisivi è tutt'altro che sereno. Si può dire, anzi, che l'alterità degli spot felliniani rispetto allo standard medio, sottolinei la distanza culturale dell'uomo di cinema dal mezzo televisivo. È curioso quindi che gli spot per Barilla e Campari aprano e quelli per Banca di Roma chiudano un decennio di contrapposizione frontale tra Fellini e un mezzo la cui esplosione (di canali, di modelli produttivi che investono anche il cinema, di linguaggi), proprio in quei dieci anni muterà non solo gli scenari audiovisivi, ma gli assetti culturali del nostro paese.


"Non si interrompe un’emozione": Fellini vs. Berlusconi

La persona che incarna più e meglio di ogni altra l'aggressività di una nuova televisione commerciale che, nata da pochi anni, è disposta a tutto pur di sopravvivere e ottenere il proprio posto al sole, è naturalmente Silvio Berlusconi. La figura del Cavaliere, in quegli anni spesso dispregiativamente apostrofata come Sua Emittenza, diventa rapidamente l'avversario del regista italiano più acclamato nel mondo. È probabile che l'oggetto che per primo mette Silvio Berlusconi sulla strada di Federico Fellini sia l'acquisizione in toto da parte del primo dell'intero catalogo dell'ormai defunta Cineriz, per "soli" otto miliardi e mezzo di lire nel 1983. Il colpo fa rumore: lo storico catalogo del blasonato marchio appartenuto al Commendatore Angelo Rizzoli viene ceduto (dopo che le attività editoriali del gruppo sono investite poco più di un anno prima dagli scandali incrociati P2 e Banco Ambrosiano) a un soggetto che in pochi anni si è dimostrato aggressivo e predatorio. Nel triennio 1980-83 Berlusconi ha imposto Canale 5 come diretto competitor della Rai, attaccando prima, e acquisendo poi, attraverso la sua Fininvest, i canali privati direttamente concorrenti  Italia 1 (da Rusconi) e Retequattro (da Mondadori). Lo shock per i dipendenti Rizzoli è grande: "Un prezzo irrisorio, soprattutto se si considera che il nostro patrimonio filmico è stato venduto, o 'svenduto', con la cessione di tutti i diritti cinematografici, televisivi, audiovisivi, in qualsiasi formato e modo, con uno sfruttamento sine die, per l'eternità, in Italia e all'estero!"[1]. Non ci vorrà molto prima che il mondo del cinema italiano si schieri a favore dei dipendenti Cineriz: "Federico Fellini, Paolo Villaggio, Luigi Magni, Francesco Maselli, Michelangelo Antonioni, Alberto Sordi, Gillo Pontecorvo, e tante, tante altre firme 'gloriose' del cinema italiano appaiono in calce alla lettera aperta che i lavoratori della Cineriz e della Rizzoli-Film hanno diramato in questi giorni"[2]. La lunga agonia della Cineriz terminerà dieci anni dopo, "con poche parole pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale"[3]: dello storico distributore resterà soltanto il marchio, che verrà assorbito dalla società erede, RCS, per non essere mai più rilanciato.



Cosa significa quest'operazione puramente industriale per la TV di Silvio Berlusconi e cosa significa, invece, per Federico Fellini? Il primo dopo aver sperimentato con successo dal 1981 l'utilizzo del cosiddetto "pacchetto Titanus", ha intuito che una solida base di titoli di proprietà mette al sicuro una buona parte della programmazione televisiva. Fellini invece scopre, suo malgrado, che nel nuovo mercato televisivo i registi, o meglio gli autori dei film, non contano nulla, ma contano i proprietari dei diritti di sfruttamento delle immense library accumulatesi in quasi novant'anni di cinema.
Da questo momento, le TV di Berlusconi sono libere di mandare in onda "La dolce vita", "8 ½", "Giulietta degli spiriti" e, tornando indietro "Lo sceicco bianco" e "I vitelloni"; sono soprattutto libere di interrompere a proprio piacimento i capolavori del regista. Per Fellini è un colpo, abituato all'atteggiamento vellutato riservato a lui e ai suoi colleghi da parte della Rai. A metà del decennio, arriva il momento del debutto dei film di Fellini sulle TV berlusconiane, con l'annuncio da parte di Canale 5 di un ciclo di titoli. Fellini tuona: "Non si tratta di patteggiare, mercanteggiare una interruzione o due: non ci devono essere interruzioni! È una questione di rispetto verso se stessi, non soltanto verso noi autori"[4]. È il maggio del 1985, e la Repubblica dà notizia della denuncia da parte del regista nei confronti del broadcaster milanese. Il regista "sostiene, nel ricorso all'autorità giudiziaria, che gli inserti pubblicitari nelle opere cinematografiche violano le norme che tutelano il diritto d'autore e portano ad una deformazione del prodotto con grave lesione della qualità artistica del film e quindi della reputazione professionale dell'autore. […] Questa iniziativa […] servirà a tutelare i diritti degli autori contro i sistemi di pubblicità adottate dalle TV private"[5].

Sono anni infuocati per tutta la famiglia del cinema italiano alle prese con le profonde mutazioni dell'industria e con l’invadenza della programmazione televisiva nei confronti della propria opera; sono gli anni dello slogan "non si interrompe un’emozione" (pare coniato dallo stesso Fellini), anni di richieste di una legislazione chiara in merito da parte del responsabile culturale del PCI, Walter Veltroni, anni in cui ognuno sente di dover esprimersi contro le ingerenze dei canali di Sua Emittenza.
In questo dibattito aperto Fellini non è il solo ad appellarsi ai giudici: qualche anno prima, nel 1982, Franco Zeffirelli citerà davanti al Tribunale di Roma l'ancora proprietario di Italia 1, Edilio Rusconi, in seguito alla messa in onda del suo "Romeo e Giulietta" interrotto da ben 18 pause pubblicitarie; qualche anno dopo, la stessa Italia 1 sarà condannata sempre dal Tribunale di Roma per la messa in onda di "Serafino" di Pietro Germi, con una sentenza che afferma che "gli spot danneggiano l'unitarietà e l'identità dell'opera riducendola a mero veicolo pubblicitario", ledendo "l'onore e la dignità artistica dell'autore"[6]. La vicenda legata a "Serafino" si protrarrà fino al 1989, quando una sentenza della Corte d'Appello di Roma accoglierà le ragioni di Francesco Germi, erede di Pietro e promotore della denuncia, "vietando la diffusione televisiva del film con qualsivoglia interruzione pubblicitaria nel corso del suo svolgimento"[7]. Il popolo del cinema italiano è raggiante, e il suo profeta, Federico Fellini, festeggia: "Finalmente una bella notizia! Spero che questa sentenza tanto attesa faccia testo e diventi punto di riferimento ed impedire la vergognosa, vile, delittuosa consuetudine di sconciare, distruggere il lavoro altrui intascando pure dei soldi. E anche se questo giudizio dovesse essere rivisto dalla Cassazione, c'è pur sempre la proposta di legge per vietare gli spot nei film"[8]. Per i giudici non c'è ragione alcuna per cui la scelta di trasmettere gratuitamente "si possa esprimere meditatamente interrompendo, senza consenso, il naturale svolgimento dell'altrui opera. Gli spot possono trovare lecita collocazione prima o dopo la fruizione dell’opera o negli intervalli naturali di un opera in parti"[9].

Tornando a Fellini, il 1985 è l'anno in cui la battaglia per la difesa del cinema in TV raggiunge il suo zenit: pochi mesi dopo la denuncia, e falliti i tentativi di mediazione da parte dei legali di Berlusconi, il magistrato competente si pronuncerà sostenendo che "il livello artistico […] è fuori discussione ed è comprensibile la denuncia dell’assoluta illegittimità di qualunque modificazione del ritmo narrativo […], ma è anche vero che in questi ultimi tempi si è verificata da parte dei telespettatori una vera e propria assuefazione al fenomeno degli intervalli". L'unica soluzione plausibile per il magistrato è attenersi alla legge in quel momento in vigore sulle TV private, una legge che prevedeva un tetto massimo di spot del 20% per ogni ora di programmazione, senza distinzione editoriale legata alla tipologia di programma trasmesso. La replica di Fellini sarà seccata, e tutt'altro di resa: "Questa sentenza mi ha stupito. Non discuto. Giuridicamente sarà anche fondata. Ma, nella realtà, non lo è. Perché non prende abbastanza in considerazione la violazione del diritto d'autore a veder rispettata l’integrità dell’opera. Un po' come sancire un arbitrio. […] Insomma, ho intenzione di andare avanti. E non solo per me"[10]. Seguirà una lunga lettera pubblicata da l'Europeo a fine anno, in cui sosterrà di essere "estraneo alla televisione. Non mi attrae, non desta la mia curiosità. La televisione è soltanto un mezzo di distribuzione che, sì, può trasmettere anche film, ma restringendoli, mortificandoli, deformandoli, riducendoli a cartoline, e tutt'al più dando allo spettatore raggiunto nella sua casa un compiaciuto sentimento, un po' losco, di voyeurismo a buon mercato […] Le continue interruzioni dei film trasmessi dalle televisioni private sono un vero e proprio arbitrio e non soltanto verso un'opera, ma anche verso lo spettatore. Lo si abitua ad un linguaggio singhiozzante, balbettante, a sospensioni dell'attività mentale, a tante piccole ischemie dell'attenzione che alla fine faranno dello spettatore un cretino impaziente, incapace di concentrazione, di riflessione, di collegamenti mentali, di previsioni, e anche di quel senso di musicalità, dell'armonia, dell'euritmia che sempre accompagna qualcosa che viene raccontato […] vecchi film continuamente interrotti da soffritti sfrigolanti, cascate di ragù e ascelle irrorate da spray deodoranti […] Non mi pare che le televisioni private abbiano dei buoni argomenti per ignorare e sconciare le opere in cui altri hanno messo tanta parte di ingegno e tanta parte di lavoro"[11].
Una lettera programmatica e in qualche modo programmata per anticipare di un solo mese l'uscita di "Ginger e Fred", surreale racconto di due attempati ballerini sul viale del tramonto, riuniti un'ultima volta davanti alla potenza delle telecamere di un volgare network televisivo privato. Il riferimento è chiaro a tutti e casomai servisse un indizio, per comprendere contro chi si punti il dito, nel film ad aleggiare sul destino catodico dei due malconci ballerini è tale "Cavaliere Fulvio Lombardoni". Nella realtà il vero Berlusconi non tarderà a rispondere a Fellini, rispedendo elegantemente al mittente ogni riferimento del film a sé e alle sue aziende. È il documentario "Di me cosa ne sai" a recuperare tale intervento: "Ho visto il film di Fellini, è un bel film, una bella storia d'amore con una splendida Giulietta Masina. Non c'è nessuna possibilità di rapporto tra la televisione reale, sia nostra che dell'ente di Stato, e la TV immaginaria di Fellini: quella appartiene soltanto al suo mondo grottesco, ed è lontanissima dalla realtà"[12].



"Ginger e Fred" si porrà al centro di una riflessione sviluppata da Fellini per tutto il decennio, prima e dopo l'uscita del film, che prenderà quasi i connotati di un'ossessione. Non c’è scampolo d'intervista in cui non verrà ribadito il concetto: a volte con piglio sarcastico ("Voglio suggerire un'idea all’attivissimo Cavaliere che di idee ne ha fin troppe. Se riuscisse ad ottenere un decreto in Parlamento che lo autorizza anche a interrompere processioni, parate militari, i discorsi degli stessi parlamentari, e anche le funzioni religiose: una messa tre stop, una messa cantata sette stop. Può sembrare sacrilego, ma non è altrettanto sacrilego interrompere l’opera di un artista?"[13]), certe volte con ansia profetica ("Penso che proprio quell'apparecchietto – il telecomando, n.d.r. – abbia allevato, cresciuto una marea di spettatori impazienti, indifferenti, distratti, vagamente razzisti, perché quell'apparecchietto è un plotone di esecuzione che toglie la faccia, la parola, ti cancella. Vedere quattro film contemporaneamente potrebbe sembrare l'impresa di un gran cervellone, qualcuno dotato di chissà quali poteri straordinari, ma in effetti è solo l'incapacità a prestare un minimo di attenzione a chi sta parlando, l'incapacità a lasciarsi sedurre, incantare da una storia. Questa macchinetta, questa specie di laser che cancella, toglie, subito salta: da un film passi a una partita di calcio, da una partita di calcio a un quiz, da un quiz alla pubblicità di pannolini. Ecco, questo modo di stare ad ascoltare chi parla, mi sembra un modo infame"[14]), e ancora rimproverando l'amico Oreste del Buono, sinceramente interessato dalle possibilità legate ai nuovi linguaggi televisivi e pubblicitari ("Sarà interessante, ma come si fa però ad accettare la premessa che tutto quello che racconti non deve avere senso altrimenti la gente si annoia? […] A questo punto dobbiamo anche accettare che durante un concerto il direttore si fermi su una nota e nel silenzio passa uno con un cartello che reclamizza un callifugo!"[15]).

Si arriva alla fine del decennio: le esultanze legate alla sentenza su "Serafino", nell'ottobre del 1989, saranno presto disattese dalla politica. La doccia fredda arriverà ufficialmente in un caldo 6 agosto 1990 con l’entrata in vigore della cosiddetta "legge Mammì", approvata dal sesto governo Andreotti, definita dalle cronache dell'epoca "legge Polaroid" per aver semplicemente certificato la condizione di fatto esistente nel mercato radiotelevisivo, sigillando il duopolio Rai-Fininvest, e fissando il limite di spot nei programmi per ogni ora di programmazione, regolando, senza però vietarle, le interruzioni nei film. Resteranno agli atti le dimissioni del futuro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, allora Ministro della Pubblica Istruzione, e di altri quattro ministri democristiani del Governo, in aperta polemica con la legge. A mettere la parola fine a questa epocale battaglia tra presunta libertà d'impresa e tutela dell'opera cinematografica saranno i referendum abrogativi del 1995, uno dei quali concepito per stralciare dalla legge Mammì il paragrafo relativo alla possibilità d'interruzione nella messa in onda di opere cinematografiche: preceduto da una martellante campagna sulle reti berlusconiane, prevedibilmente a favore del no, il referendum confermerà l'abitudine degli italiani agli spot all'interno dei film, con un solido 55% intenzionato a mantenere lo status quo, chiudendo un'intera stagione culturale di dibattiti, riflessioni e polemiche. Fellini non conoscerà il risultato della battaglia decisiva: morirà a Roma, dopo mesi di degenza e giorni d’agonia, il 31 ottobre 1993.


L'eredità

Nel secondo decennio del ventunesimo secolo la battaglia sugli spot è cosa lontana, quasi preistorica e sottilmente ridicola, considerando la gigantesca evoluzione compiuta dal mondo degli audiovisivi. Le parole dell'anonimo magistrato che nel 1985 parlò di "assuefazione al fenomeno degli intervalli" e dello stesso Fellini che parlò di "spettatori impazienti, indifferenti, distratti" sono sintetiche profezie dell'oggi, dove a interrompere i film sempre più spesso non sono più gli spot, ma la vita quotidiana che irrompe quando alziamo gli occhi dal nostro telefono.

Quanto ai film di Fellini e alla loro diffusione televisiva non è cambiato granché: Mediaset, il nuovo soggetto che gestisce le reti ancora oggi appartenenti alla famiglia Berlusconi, continua a detenere i diritti perpetui dei più importanti capolavori di Fellini. E continua a trasmetterli sulle proprie reti, con non meno di quattro interruzioni per film. A essere cambiato, o a essere germogliato da uno scontro culturale tanto acre e acceso, è l'interesse alla valorizzazione di un patrimonio cinematografico così importante. È con questa nuova consapevolezza che l'azienda milanese varerà alla fine degli anni Novanta il progetto "Cinema Forever", dedicato al restauro in pellicola dei capolavori della propria library: da "La dolce vita" a "8 ½", da "I vitelloni" a "Giulietta degli spiriti", senza dimenticare, tra gli altri, "Francesco giullare di Dio" di Roberto Rossellini, "Mamma Roma" di Pier Paolo Pasolini e "Umberto D." di Vittorio De Sica. Il progetto avrà un testimonial d’eccezione che accompagnerà i nuovi restauri fino al MoMA di New York: è Martin Scorsese, al quale Mediaset finanzierà in quegli anni anche l'ambizioso "Il mio viaggio in Italia", viaggio sentimentale del regista attraverso le proprie radici italiane, familiari e cinematografiche. La poderosa opera di restauro dei film di Fellini vedrà anche una riproposizione speciale nelle sale dal titolo "Federico Fellini Festival", nel decennale della morte del grande regista italiano. Spiegherà Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, alla presentazione del progetto nell’estate del 2000: "Cinque anni fa, quando il progetto è partito, non pensavamo di avere tanto consenso. Complimenti sul restauro dei film oggi ci arrivano da tutti, dal museo Guggenheim a Martin Scorsese. Salvare i film è una lotta contro il tempo, ma la buona volontà c’è"[16].



A questa prima operazione di salvaguardia di questo patrimonio, la stessa Mediaset risponderà con ulteriori restauri, questa volta in digitale 4K, di "La dolce vita" (con Gucci e la Film Foundation gestita da Scorsese) e "8 ½" (con la Cineteca Nazionale) in occasione dei cinquant'anni dei rispettivi film. A ulteriore conferma della bizzarria per la quale spetti proprio alle aziende di Berlusconi festeggiare e dare luce all’opera di Fellini, è da segnalare la nascita di un canale di solo cinema italiano, "Cine 34", nel giorno del centenario della nascita del maestro riminese, il 20 gennaio 2020 con una programmazione-maratona (quasi a costo zero) dei film del regista.

E la Rai? Alla TV pubblica va riconosciuto il merito di aver seguito e raccontato Fellini in decine di modi: realizzando backstage dei suoi film, ospitandolo in decine di speciali e per centinaia d'interviste (da Sergio Zavoli a Piero Chiambretti), persino coccolandolo (per la prima messa in onda di "Intervista" la Rai accettò la richiesta di Fellini di eliminare la messa in onda del TG di mezza sera posto abitualmente tra i due tempi dei film, provocando le ire di Franco Zeffirelli, irritato dall'inusuale trattamento di favore), ma soprattutto accompagnando il regista nel decennio più difficile della sua carriera  diventando (con l'eccezione de "La città delle donne") l'unico partner produttivo certo di tutti i suoi film da "Prova d’orchestra" del 1979 fino a "La voce della Luna" del 1990.

 

[1] A. De Tomassi, Ridateci i film che avete venduto in «la Repubblica», 31 ottobre 1984

[2] Tutto il cinema coi lavoratori della Rizzoli in «la Repubblica», 19 dicembre 1984

[3] Ultimo atto: scompare la Cineriz in «la Repubblica», 17 aprile 1993

[4] Dichiarazioni d’archivio tratte dal documentario “Di me cosa ne sai” di Valerio Jalongo (2009)

[5] Fellini denuncia Canale 5 per gli spot pubblicitari in «la Repubblica», 21 maggio 1985

[6] Italia 1 condannata per gli spot di Serafino in «la Repubblica», 6 dicembre 1984

[7] L. Delli Colli, Snaturano i film quegli spot in tv in «la Repubblica», 17 ottobre 1989

[8] A. Zollo, Fellini: 'Una bella notizia. Ma ora serve la legge' in «l’Unità», 17 ottobre 1989

[9] A. Zollo, Per i giudici niente spot nei film in «l’Unità», 17 ottobre 1989

[10] Fellini non ferma Berlusconi. 'Ma sugli spot serve una legge’ in «la Repubblica», 1 agosto 1985

[11] F. Fellini, Per chi odia la televisione ripubblicato in «Il Patalogo», n. 8/9, 1986

[12] Dichiarazioni d’archivio tratte dal documentario "Di me cosa ne sai" di Valerio Jalongo (2009)

[13] Ibidem

[14] https://www.youtube.com/watch?v=pSgOwDAhHtI

[15] Dichiarazioni tratte dal documentario "Zoom su Fellini. Fellini nel cestino" di Gianfranco Angelucci (1983)

[16] Cinema: con Mediaset tornano in sala i capolavori italiani in «AdnKronos», 12 giugno 2000





C'eravamo tanto odiati: Federico Fellini e la televisione commerciale