Cannes 70 - Il diario dalla Croisette | Speciale | Ondacinema

Cannes 70 - Il diario dalla Croisette

Cannes 70 - Il diario dalla Croisette

di Antonio Termenini

Giunge alla Settantesima edizione la rassegna cannense dedicata alla Settima Arte e Ondacinema è in prima fila per raccontarvela passo per passo. Con brevi flash dalla Croisette, vi terremo aggiornati sull'andamento del Festival, in cui l'Italia, seppure assente dal concorso ufficiale, vanta più presenze nelle sezioni collaterali. In giuria, tra gli altri, i registi Park Chan-wook e Paolo Sorrentino, guidati dal cineasta spagnolo Pedro Almodóvar

In concorso
L'amant double di François Ozon
Sicuramente uno dei casi del festival. Francois Ozon è cinesta molto fertile, che gira anche due film all'anno. Allo scorso festival di Venezia "Frantz" era stato molto applaudito. Qui Chloe è un'ex modella molto attraente, psicologicamente inquieta (interpretata dalla vera modella Marine Vacht, qui alla seconda collaborazione con Ozon) e fragile. Lavora in alcuni musei parigini, Decide di andare da uno psichiatra di cui si innamora facilmente, Presto, però, cominciano ad accadere strani avvenimenti. Paul, lo psichiatra ha un gemello con il quale si è scontrato per una vita intera. Chloe è affascinata da entrambi, intellettualmente e sessualmente. Ozon, fin dalle prime inquadrature, guarda ad Hitchcock, ma lentamente, il film si avvita su stesso, con Chloe che vive in uno stato tra sogno e realtà, scene horror, una narrazione sempre più complicata da annodarsi. Purtroppo, dopo una prima mezz'ora di grande fascino, "L'amant double" scivola nell'involontariamente ridicolo, con inutili provocazioni intellettuali. Potenzialmente un grande film.


Proiezioni di mezzanotte

Bulhandang di Byung Sung-hyun
Film di puro entertainmentment, con scontri tra gang per il controllo delle merci nel porto di Busan, "The merciless" è il secondo film coreano fuori concorso dopo "The villaines" che mostra la vitalità del cinema orientale sul versante del film di genere, forte in patria e facilmente esportabile per le tematiche, per il conflitto Bene/Male, per la bravura dei suoi interpreti. Un cinema, però, che riesce anche ad essere d'autore, vedi Hang Sang-soo, e che fatica, (ma la stessa cosa si può dire per il cinema cinese, giapponese, ed hongkonghese) solo quando è in trasferta ad Hollywood, ("Okjia" di Bong Jong-hoo). Interessante in questo "The merciless" il coming of age di "un bravo ragazzo" che gradualmente entra nel mondo della malavita imparandone i codici, le regole, i riti di passaggio.


Quinzaine des Réalisateurs
I Am Not a Witch di Rungano Nyoni
Pensavo di andare a vedere questa mattina un film della Quinzaine de realisateurs indonesiano e invece mi sono trovato davanti un sorprendente film africano. Capita, quando la stanchezza comincia a farsi sentire. Opera prima, "I'm not a witch" riflette le credenze di un villaggio africano contemporaneo, dove il tempo sembra essersi fermato un secolo fa, tra credenze, afflati mistici e prevaricazioni, Prevaricazioni in genere nei confronti delle donne e, in particolare, in questo caso, di una bambina, che per convenienza di alcuni emissari governativi e altre megere viene considerata una strega. Divertente, non particolarmente originale nel parlare del continente africano, ma suggestivo in molte sequenze ben costruite.


Proiezioni di mezzanotte
Ak-Nyeo di Jung Byung-Gil
Sook hee fin dalla nascita è destinata a diventare uno spietato killer. La morte del padre, la continua violenza che attraversa la sua quotidianità. Il servizio segreto coreano le offre l'opportunità di farsi una nuova vita a patto che esegua per dieci anni tutti i compiti che le vengono assegnati. Non ci riuscirà. "The villaines" si apre con una carneficina in soggettiva che non teme rivali, con la nostra eroina che sbaraglia quasi un esercito e prosegue con una violenza a metà tra il gore e lo splatter. Anche quando cerca la profondità psicologica, a rimanere impresso di "The villaines" è l'impeto senza fine delle scene d'azione, magistrali, anche se alla lunga, un po' fini a se' stesse. Il regista fa fatica a mettere assieme le storie dei tanti personaggi, ad alternare i vari piani temporali creando molta confusione involontaria. Poco credibile anche l'aspetto melodrammatico, quando sembra che Sook Hee abbia finalmente trovato un vero amore per sè e la propria bambina e una dimensiona privata negatagli dalla nascita.


themeyerowitzstories1020x574_01In concorso
The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach
Sopravvalutato da alcuni, sottovalutato da altri, Noah Baumbach è ritenuto dai più un clone minore di Woody Allen. Stesse origine ebraiche, stesse storie minimaliste, ambientazione newyorkese, molti dialoghi, impostazione teatrale. Anche "The Meyerwitz stories" non si sottrae a questa regola, raccontando le vicissitudini di una famiglia di artisti nevrotica, che spesso non riesce a trovare un minimo di armonia (e ironia). Ironia che non manca invece a Baumbach, capace di alternare i toni con grande disinvoltura, dal melodrammatico, alla farsa, dal tono malinconico alla tragedia fino a momenti di pura comicità: Nulla di nuovo, sicuramente, ma un film che cerca una narrazione concentrica senza forzare, che si affida ai suoi straordinari interpreti, da Dustin Hoffmann a Ben Stiller e che è scritta davvero bene.



In concorso
Rodin di Jacques Doillon
Celebre scultore della fine dell'800, Rodin era conosciuto per il suo carattere scorbutico, po incline al compromesso, con i suoi committenti e con il potere in generale. Bon vivant, attratto dalle sue muse/modelle, Rodin ebbe un rapporto particolare soprattutto con Camille Claudel, a sua volta scultrice da cui ebbe anche un figlio mai nato. Doillon cerca di resistere alla tentazione di raccontare la solita storia dell'artista maledetto, tormentato, consumato dal processo creativo.
Ci mostra, piuttosto, con un cinema molto classico, i momenti rilevanti nell'esistenza di un'artista conosciuto ma che non appartiene all'Olimpo degli Immortali. Un'artista perfettamente interpretato da Vicnet Lindon, che se non avesse già vinto la Palma d'oro due anni fa come miglior attore, sarebbe il favorito naturale anche quest'anno.


Un certain regard

L'Atelier di Laurent Cantet
Laurent Cantet ha già vinto una Palma d'Oro nel 2008 con "La classe", ma ciò non toglie, vista anche la pochezza del concorso di Cannes 2017 che questo suo "L'atelier" avrebbe meritato un posto nella massima competizione. Pochi, come lui, sanno ritrarre l'universo adolescenziale in modo diretto, autentico, immediato. Anche qui Cantet riunisce una piccola classe, un workshop estivo di scrittura, finalizzato ad esprimere le proprie capacità creative, ad immaginare nuovi mondi,e ad imparare le diverse tecniche di scrittura. La maestra, parigina, cerca di coinvolgere tutti alla stesso modo, tenendo conto delle differenze istanze di ognuno, delle loro debolezze, delle diverse etnie. Rimane colpita dagli strani atteggiamenti di Antoine, un ragazzo solitario che posta sui social video razzisti girati assieme ad amici. Il rapporto diventa sempre più morboso fino a mettere a rischio l'incolumità di entrambi, Cantet dipinge l'ambiguità. non vuole dare risposte, lascia tante domande aperte, in un periodo di grande incertezza, in particolare per il futuro dei giovani.


intrusaQuinzaine des Réalisateurs
L'intrusa di Leonardo Di Costanzo
Leonardo di Costanzo, dopo il bellissimo "L'intervallo" torna nelle zone più difficili di Napoli, in un centro che assiste i ragazzi. Infiltrazioni camorristiche, vite a perdere, una minaccia costante che spesso non si vede ma si sente. Di Costanzo filma la quotidianità. il tentativo di convivere con qualcosa che non si può estirpare ma che si cerca di emarginare, di rendere innocuo. La povertà di budget di "L'intervallo" aveva costretto Di Costanzo a lavorare di grande fantasia, a creare in quel grattacielo abbandonato, una realtà parallela, dove i due ragazzini si inventavano una vita lontana dalla quotidianità della violenza. "L'intrusa" conferma il grande impegno civile del regista, la sua capacità di raccontare il disagio senza ricorrere a falsi stereotipi. Questa sua ultima opera è, però più "corretta", più "istituzionale", attenta a calibrare ogni personaggio nel modo giusto, ogni situazione al posto giusto. Un po' più di coraggio, e forse di originalità, non avrebbe guastato.



Quinzaine des Réalisateurs

Jeannette: The Childhood of Joan of Arc di Bruno Dumont
Bruno Dumont conferma con questa sua ultima opera la sua versatilità di regista, capace di passare dal cinema bressoniano degli esordi alle provocazioni intellettuali (Dumont è un filosofo) di dieci anni fa, all'ironia degli ultimi film, al limite dell'autoparodia. Il film presentato nella Quinzaine de realisateurs è qualcosa di ancora diverso: un musical moderno su una parte della vita di Giovanna d'Arco, ma senza alcun tipo di azione o di messa in scena. Solo due ragazzine che narrano le gesta di Giovanna d'Arco, le loro paure, i loro sentimenti, le loro interazioni con altri personaggi.
Stordente, spiazzante, originale, forse un po' velleitario e da rivedere con più calma.


Un Certain Regard
Wind River di Taylor Sheridan
Wyoming. Neve, freddo, scarsa presenza di civiltà umana, Riserve indiane, Corpi spariti, Un omicidio sepolto dal tempo, uno fresco, come la neve che ricopre il corpo di una ragazza molto giovane. Un'agente dell'FBI viene catapultata dal sole della Floride a queste lande desolate. Incontra però un cacciatore, un uomo segnato del destino che la aiuta a districarsi in un caso complesso che coinvolge tensioni razziali, solitudini, frustrazioni sopite, In modo magistrale, l'esordiente Taylor Sheridan fa salire gradualmente la tensione, ci mostra nuovi particolari, nuovi lembi di terra. Una tragedia dal sapore shakespeariano che non concede nulla. Non un possibile e probabile happy end, non un consolatorio ritorno alla giustizia che trionfa. Solo la constatazione che non esiste un registro delle persone scomparse che appartengono alla razza dei nativi americani. No man's land.


how_to_talkFuori concorso
How to Talk to Girls at Parties di John Cameron Mitchell
Cosa si può dire del film di John Cameron Mitchell, icona del ciinema queer ed anticonformista americano che avevo apprezzato anche nel classico e compatto "Rabbit hole" sulla perdita di un figlio, anch'esso interpretato da Nicole Kidman?
Che forse Mitchell farebbe bene a non pensare di essere il più grande cineasta vivente, ma piuttosto bravo ed abile ad abbattere tabù, sessuali, di costume, di pensiero. Quindi ci si trova davvero a disagio nel parlare di un film che parte dal fenomeno punk inglese degli anni '70, Ramones e Sex Pistols e si incarta ben presto in una parabola su una differente forma vivente caduta sulla terra. Forse Mitchell ha visto "The neon demon", il film di Refn che ha suscitato tante polemiche riflettendo su etica ed estetica, corpi astratti, paranoie. Qui si mescolano diversi livelli che cozzano uno contro l'altro senza nessuna logica, ma anche volendo evitare una logica. Solo un esercizio imbarazzante per un regista che sa emozionare e sorprendere, come aveva fatto proprio qui a Cannes nel 2006 con "Shortbus".


Proiezioni speciali

The Venerable W. di Barbet Schroder
Inserito fuori concorso all'ultimo minuto, come il film di Roman Polanski, "The venerable W." di Barbet Schroder è la storia di un influente monaco buddista interprete, di un certo filone religioso politico del suo paese che ha portato allo sterminio di migliaia di musulmani concentrati nella zone nord ovest del Mynmar, al confine con il Bangladesh. Da sempre regista anomalo, geniale, poliedrico, autore di affascinanti film hollywoodiani come "Murder by numbers", di apologie sull'assolutezza del Male come "La vergine dei sicari" e di tanti documentari terrificanti, Barbet Schroeder ha colto ancora nel segno, filmando, anche di nascosto, i sermoni razzisti del monaco e dei suoi seguaci che hanno portato avanti, in quasi quarant'anni una vera e propria pulizia etnica di una minoranza vista come pericolosa e troppo ricca. Con l'aiuto del regime militare, al potere in Myanmar dal 1062, questo è stato possibile, e Schroeder ce lo testimonia con immagini di archivio inframezzate da una lunga intervista alla stesso monaco dopo la sua scarcerazione.


Un Certain Regard
Before We Vanish di Kyoshi Kurosawa
Continuano le delusioni al festival di Cannes. Anche dai registi che più amiamo, come Kiyoshi Kurosawa qui in "Un certain regard" con l'horror thiller "Before we vanish". Una famiglia massacrata, una ragazza che scompare, un matrimonio che vacilla, un investigatore sulle loro tracce, In estrema sintesi questo è l'ultimo lavoro dell'eccessivamente prolifico regista giapponese che ogni sei mesi è dietro la m.d.p e che non sempre riesce a costruire quelle trame mirabili di suspance che erano di "Pulse", "Doppleganger", "Real" e, più recentemente, "Creepy" e "Jouney to the shore". Svogliato, Kurosawa confeziona un film prevedibile, inutilmente dilatato, che cerca l'umorismo con personaggi alquanto improbabili come il detective che indaga sul massacro iniziale della famiglia. Anche visivamente "Before we vanish" è estremamente piatto, monocorde, senza una scena che si riesca a ricordare.


bladeoftheimmortalFuori concorso
Blade of the Immortal di Takashi Miike
Per un prolifico regista nipponico che sbaglia un film, eccone un altro che invece firma la sua migliore opera da qualche anno a questa parte: il mitico Takashi Miike, giunto quasi al suo centesimo film con "Blade of immortal". Storia di Manjii, samurai che raggiunge l'immortalità dopo un'epica battaglia in cui perderà la sorella e di Rin, ragazza a cui vengono uccisi i genitori da sanguinari assassini, "Blade of immortal" inizia con un incipit epico, in bianco e nero, mozzafiato, sintesi di stile purissimo. Anche la descrizione degli assassini che seminano terrore in vasti territori dell'antico Giappone è raccontata con sottrazione, silenzi, che celano timore, rispetto, un codice di regole da rispettare. Un Mike che quindi riesce ad unire spettacolarità a grande tenuta narrativa, spettacolarità ad introspezione psicologica. Presentato fuori concorso. Un peccato, visti i film passati in concorso fin ad ora.




In concorso

Loveless di Andrey Zvyagintsev
Andrey Zvyagintsev è regista di grande talento. La Russia che ci racconta dai tempi de "Il ritorno", Leone d'Oro al festival di Venezia nel 2003 è un paese malato, corrotto, falsamente raggiunto dal benessere economico (la presenza qui ossessiva degli smartphone, utilizzati da tutti come primaria forma di comunicazione, tanti oggetti del "benessere occidentale", tante consuetudini). In "Loveless", che segue il poetico "Leviathan" premiato qui nel 2014 per la miglior sceneggiatura, ci accostiamo alla storia di una coppia che sta divorziando e che sta lentamente cercando una nuova vita. Il loro figlio all'improvviso scompare, senza tornare mai più. Rispetto alle sue opere precedenti il regista russo opta per una narrazione meno lirica, molto solida, eccessivamente simbolica e programmatica. Tutto è estremamente significante e rimanda a qualcosa "d'altro", che, naturalmente, allude alla situazione del paese, ai conflitti riaperti con gli ex paesi dell'Unione Sovietica, a partire dall'Ucraina. Terribilmente cupo, soprattutto nella disperata ricerca del figlio, "Loveless" si candida sin d'ora come possibile vincitore di qualche premio, anche se Zvyagintsev aveva fatto meglio in precedenza.
Va comunque premiato il suo coerente percorso d'autore.


In concorso
Wonderstruck di Todd Haynes
Il film di Tood Haynes era uno dei più attesi del concorso e dell'intero festival. E invece ha profondamente deluso. "Wonderstruck" è la storia parallela di una ragazza degli anni venti e un ragazzo degli anni '70, entrambi con problemi di udito, che grazie al sottile filo della memoria si ritrovano nella magia di New York. Haynes costruisce un film muto, trascinato da una colonna sonora da film anni '20, che solo nella parte finale, quella della riunificazione si fa più moderna. Gioca su due livelli, quello del nostalgico bianco e nero degli anni '20, della magia del cinema muto e quello altrettanto nostalgico delle atmosfere degli anni '70. Ma non trova mai l'equilibrio narrativo giusto, la corretta alchimia per far diventare una operazione nostalgica un corpo pulsante, che trasmetta emozioni, come accadde due anni fa con "Carol". Qui tutto è prevedibile, freddo, noioso. Peccato, perchè l'incipit con "Space oddity" di Bowie è strepitoso.


okja_01In concorso
Okja di Bong Joon-ho
Uno dei due film, assieme a quello di Baumbach, che ha scatenato la polemica tra Cannes, il presidente di giuria Pedro Almodovar e la Netflix, accusata di presentare in concorso film che non arriveranno nelle sale cinematografiche.
"Okja" si è beccato dei sonori fischi non solo perchè targato Netflix, ma perchè dal regista di "Mother" e "Snowpiercer" ci si aspettava molto di più di questa tronfia fiaba ecologica e animalista a cavallo tra le montagne della Corea e lo skyline di New York. Un po' "Jumanjii", il film con Robin Williams di qualche anno fa, un po' Jurassic Park" e tanto altro già visto e rivisto, "Okja" da l'impressione di un giocatollone che ha fagocitato uno dei migliori registi coreani contemporanei, senza lasciargli un briciolo del suo estro di regista di talento. Anche alcune scene d'azione, di grande impatto spettacolare e visivo, si perdono nella filosofia buonista della ragazzina che salva il mostro.
Ma perchè un film così in concorso?


Un Certain Regard
Barbara di Mathieu Amalric
Non un semplice film nel film, non un'operazione ombelicale o l'ennesimo omaggio alla Nouvelle Vague. Mathieu Almaric sorprende sempre di più, come attore e anche come regista. Il suo sguardo incantato fotografa l'amore per la messa in scena, per la sua musa, per la genesi dei dialoghi che spesso scaturiscono dal lavoro sul set. Le identità attrice/personaggio spesso si confondono, cambiano, così come lo stile di Almaric, nervoso e pieno di fratture, in particolare quando segue Brigitte/Barbara in viaggio, durante le sue performance, i suoi incontri con il pubblico, la sua interazione con gli altri attori e la troupe. Cinema di grande libertà, ispirato, mai vintage, anzi modernissimo per come riesce a trasmettere un autentico amore per la mise en scene, senza cadere nella retorica engagè di molto cinema francese.


Un certain Regard

Western di Valeska Grisebach
Arrivato in Un certain regard con la sponsorizzazione illustre di Jessica Hausner, "Western" di Valeska Grisebach ci racconta le avventure di un gruppo di lavoratori tedeschi e, quindi, del loro sguardo "occidentale" sulle lande deserte della Bulgaria, dove nessuno ovviamente parla la loro lingua e riesce a farsi capire. "Western" segue una fenomenologia del quotidiano spicciola, essenziale, che tenta di restituire lo spaesamento reciproco di due gruppi che non riescono a capirsi. Belle location, attori in parte, ma nulla più. 


un_beau_soleilQuinzaine des Réalisateurs
Un beau soleil interieur di Claire Denis
Claire Denis per inaugurare la Quinzaine de realisateurs (che questa sera ha assegnato la Carrosse d'orWerner Herzog), ha scelto un film un po' fuori dalle sue corde e poco riuscito. Questa storia di una ricerca d'amore impossibile per lo sfortunato personaggio interpretato da una scialba Juliette Binoche, si avvita su se stessa sin dall'inizio, nella volutamente imbarazzante scena d'amore della donna con il suo psicanalista. Un film molto parlato, troppo, che gira attorno a se stesso, senza un colpo d'ala.
La Denis è sempre stata autrice di immagini di grande potenza, provocanti e provocatrici, qui si adagia su un discorso amoroso molto francese, flebile e francamente assai tedioso.

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