Cannes 72 - Bilancio di un'annata eccezionale | Speciali

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CANNES 72 - Si è chiuso sabato 25 maggio con la cerimonia di premiazione del Concorso della Selezione Ufficiale il Festival più ricco di film di alto livello da molti anni a questa parte. La giuria ha assegnato la prima Palma d'Oro a un film sudcoreano. Il palmarès è intercontinentale e premia film con connotazioni politiche. I grandi nomi sono rimasti (quasi tutti) a bocca asciutta. 

Un palmarès politico e intercontinentale

Per il secondo anno di fila, la Palma d’Oro va in Estremo Oriente. Dopo "Un affare di famiglia" di Kore'eda Hirokazu, premiato nel 2018, la giuria presieduta da Alejandro Iñarritu ha assegnato il massimo riconoscimento a "Parasite" di Bong Joon-Ho. Recensendolo, pochi giorni fa, chi scrive aveva previsto premi importanti, instaurando un parallelo proprio con la Palma d'Oro dello scorso anno. Il film è portentoso, e come la gran parte della critica italiana e non solo, siamo contenti di questo riconoscimento al cineasta sudcoreano, 50 anni il prossimo settembre. Al di là della notevole caratura artistica, il film si distingue come allegoria politica all’interno di un palmarès caratterizzato da due elementi ben chiari: sono stati premiati film dal rilievo politico e le cinematografie di tutti i continenti, in modo particolarmente variegato. I film francesi e americani costituivano quasi metà dei film in Concorso; la giuria ha premiato, oltre la Corea del Sud, il Brasile, la Palestina, il Senegal.
Il Gran Prix della Giuria (secondo riconoscimento in ordine d’importanza) è andato ad "Atlantique" di Mati Diop, esordio di una cineasta franco-senegalese ambientato a Dakar, che tocca il tema dell’emigrazione. Il Premio della Giuria è invece un ex-aequo assegnato a "Bacurau" dei brasiliani Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles, e a "Les Misérables", esordio di Ladj Ly, regista francese di origine africana. Non abbiamo avuto modo di vedere i film, ma la loro valenza politica appare chiara: "Bacurau" è un’allegoria in cui un paese brasiliano improvvisamente sparisce dalle carte geografiche, "Les Misérables" mette in scena scontri con la polizia in una banlieue parigina, esplorando anche le tensioni fra i diversi gruppi di quartiere.
Sono etiche invece le istanze di fondo del cinema dei Dardenne, e lo restano anche nel loro "Giovane Ahmed", insignito della Palma per la miglior regia, che ha indignato parte della critica italiana, da un po' disamorata verso i due fratelli; alcuni hanno addirittura frainteso il film scorgendovi (incautamente) un pamphlet islamofobo. Sebbene il film non sia interessato ad esprimersi in termini politici (dando comunque per scontato che l’estremismo del protagonista sia un errore – morale prima che politico), anche questo premio appare connotato politicamente, non solo per il tema di fondo molto scottante (il terrorismo islamico in Europa), ma a guardar bene anche perché la scelta dei Dardenne di mettere in prospettiva etica la questione politica, ricomprende, in secondo grado, una forte asserzione politica sull’argomento.

La caduta degli dei

Il premio ai Dardenne (l’ennesimo della loro carriera cannense, che li mostra innegabilmente come dei "protégés" del Festival) costituisce anche l’unica eccezione a una tendenza che il palmarès ha indicato chiaramente: una giuria composta quasi esclusivamente di cineasti emersi soprattutto negli ultimi lustri ha inteso premiare colleghi coetanei, ancora non blasonati o del tutto esordienti, decretando in questa rassegna la caduta dei giganti che vi erano stati inseriti. A parte i Dardenne, sono rimasti a bocca asciutta tutti i santi e mostri sacri di cui parlavamo nel nostro pezzo di apertura, da Malick a Tarantino, da Jarmusch a Kechiche, da Loach ad Almodovar passando per il nostro Bellocchio. A bocca asciutta anche Dolan, tornato sulla Croisette dove aveva già fatto incetta di premi della giuria, e il francese Desplechin, autore di "Roubaix, une lumière", bel polar intimista centrato sul personaggio di un poliziotto che pare uscito da un romanzo di Simenon, splendidamente interpretato da Roschdy Zem.
Il premio per la miglior interpretazione maschile è andato ad Antonio Banderas per la sua interpretazione maiuscola del regista protagonista di "Dolor y Gloria". In modo indiretto, questo riconoscimento premia anche il miglior Almodovar da molto tempo a questa parte che era il favorito della vigilia per la Palma d’Oro. Almodovar, immeritatamente, rimane ancora privo del massimo riconoscimento che non ha mai ottenuto in carriera: Banderas, nel suo discorso, ha fatto bene a ringraziarlo di cuore; nel film ne è quasi un alter ego.
Il premio per la migliore interpretazione femminile è andato a Emily Beecham, protagonista di "Little Joe" di Jessica Hausner, cineasta talentuosa, il cui film ha avuto un ottimo riscontro e ci auguriamo di poter vedere distribuito in Italia. Tre di quattro film diretti da donne sono andati a premio. Colpisce però il premio alla sceneggiatura a Céline Sciamma per il suo film "Portrait de la jeune fille en feu", dove i meriti della regista sono soprattutto legati alla sofisticata messa in scena. L’impressione è che si tratti di un premio dato a un film piaciuto meno degli altri, che la giuria non sapeva come piazzare nel palmarès (succede spesso con i premi alle sceneggiature).
Elia Suleiman porta a casa una Menzione speciale della giuria per il suo "It must be Heaven", e al di là dei meriti intrinseci del film l’impressione è che anche in questo caso la giuria abbia voluto tener conto delle istanze politiche interne alla vicenda surreale del film, racconto sull’identità e l’appartenenza a una terra narrato in prima persona (il regista è anche l’interprete principale), in cui un esule palestinese è seguìto dalla propria patria ovunque vada, da Parigi a New York.

Il caso Kechiche

Merita una menzione il caso di Kechiche, autore del film artisticamente più significativo, importante e innovativo del Concorso. La giuria non si è fatta influenzare dalle penose polemiche che hanno seguito la prèmiere del film. Ophélie Bau, principale personaggio femminile, ha lasciato la platea mentre il pubblico contestava la lunga sequenza di sesso non simulato di cui è protagonista; molto pubblico ha abbandonato anzitempo la proiezione ufficiale e quella stampa; il regista a fine proiezione si è sentito costretto a scusarsi col pubblico ed è stato contestato anche dalla critica l’indomani in conferenza stampa, dove la Bau non si è nemmeno presentata; persino le proteste del sindaco di Cannes. Addolora che un film così coraggioso e sperimentale, non provocatorio e di evidente valore, sia stato ignorato dopo queste vicende dai cineasti in giuria, fra cui tante donne; la giuria avrebbe potuto almeno prendere una posizione con un comunicato. In mancanza, sembrano avallate contestazioni e polemiche retrograde, inconcepibili nel 2019 presso il più prestigioso festival di cinema.

Un Certain Regard

Ha vinto il Premio Un Certain Regard un film brasiliano che abbiamo avuto modo di vedere ed è notevolissimo: “A vida invisível de Euridíce Gusmão” di Karim Aïnouz, visual artist e cineasta dalla lunga carriera, che con una messa in scena turgida ed ellittica di grande sapienza ha adattato un romanzo di successo che, ambientato negli anni 50, racconta le vite parallele di due sorelle molto legate fra loro, crudelmente divise da inesorabili regole patriarcali.
Nel resto del palmarès di “Un Certain Regard”, il Premio della giuria è andato a “O que arde” di Olivier Laxe; il Premio speciale della giuria a “Liberté” di Albert Serra, film ostico che trova un riferimento nel “Salò” di Pasolini (orge libertine nel Settecento, in cui aristocratici abusano dei corpi delle classi inferiori, in una metafora del Potere). Miglior regia per Kantemir Balagov, giovane cineasta russo (classe 1991), per “Beanpole”, film ambientato nel 1945 che è molto piaciuto e attendiamo di vedere. Menzione speciale per “Jeanne” di Bruno Dumont, suo secondo film sulla pulzella d’Orléans, che con il suo stile eccentrico fa la grottesca caricatura della meschinità di teologi e giuristi chiamati a condannare al rogo Giovanna d’Arco, una memorabile Lise Leplat Prudhomme, sicura della propria rettitudine in un mondo di corrotti. Il premio per la miglior interpretazione è andato a Chiara Mastroianni, per "Chambre 212" di Cristophe Honoré.

Girovagando nella Selezione Ufficiale

Infine un cenno a quanto abbiamo visto fuori concorso nella Selezione Ufficiale. Sorprendente l’Abel Ferrara romano di "Tommaso" che, nella sua marginalità produttiva, dimostra una vitalità di autore, una voglia di sperimentare e di fare arte sconosciuta o ormai sconosciuta alla maggior parte dei colleghi americani della sua generazione. Pienamente sostenuto dal suo alter ego sullo schermo Willem Dafoe, Ferrara dimostra un’autentica indipendenza che gli consente di mettersi totalmente a nudo, in una sorta di autobiografia che condensa tutti i temi cari alla sua poetica, a partire dai tormenti (spirituali, carnali, artistici ed esistenziali). Molto buona anche l’escursione giapponese di Werner Herzog ("Family Romance LLC"), che in lo-fi (il film è girato con un telefono) porta ad estreme conseguenze un tema che gli sta particolarmente a cuore da sempre, il recitare un ruolo che sottilmente s'insinua nei ruoli reali fino a soppiantarli. Un film che aggiunge un tassello notevole a un corpus artistico eccezionale, e meriterà un approfondimento specifico. Gaspar Noè con "Lux AEterna" dirige un mediometraggio interessante più come videoinstallazione, per il suo fascino visivo più che per le velleità con cui cita i massimi maestri della settima arte, a partire da Dreyer in materia di stregoneria. Claude Lelouch, con "Les plus belles années d'une vie", realizza un secondo seguito a "Un uomo, una donna", sempre con Jean-Louis Trintignant e Ainouk Aimée: un film esile e dal fiato corto, che ha però il coraggio di mescolare con levità demenza senile, amore e memoria.  





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