Conversazioni sul cinema - Incontro con Roberto Manassero | Speciale | Ondacinema

Conversazioni sul cinema - Incontro con Roberto Manassero

Conversazioni sul cinema - Incontro con Roberto Manassero

di Alessandro Viale

Proseguiamo il dialogo sulla critica cinematografica con una conversazione con Roberto Manassero, autore del libro "Paul Thomas Anderson - Frammenti di un discorso americano". Il confronto si è incentrato su temi per noi importanti, come in precedenza abbiamo cercato di raccontare alcuni aspetti peculiari del mestiere del critico, tra frasi fatte e social network

Ciao Roberto, grazie mille per la disponibilità, vorrei con te continuare il discorso fatto con Federico Gironi, allargando l'orizzonte, attraverso un nuovo punto di vista.
Inizio subito dallo spunto iniziale di tutto il percorso, cioè il tuo articolo su Cineforum. Come già ti scrissi in privato, mi è piaciuto molto quello che hai scritto, e m'è spiaciuto che poi questo tuo spunto sia un po' andato perso. Ma approfittiamo di questo spazio per riprendere alcune riflessioni.
Partiamo dalla fine, tu dicevi: "Forse dovremmo metterci tutti lì a stilare un decalogo delle cose da dire e non dire, degli aggettivi da evitare e dei luoghi comuni da rifuggire, delle formule trite e delle cadute di stile, dei vagheggiamenti onanisti e dell'esposizione di sé, che ovviamente sono contenute anche in questo testo e che uno si ritrova a usare suo malgrado. Un vademecum contro la pigrizia del pensiero [...]".
Secondo te, cosa sono le cose da dire e quali quelle da non dire? Iniziamo a mettere dei cosiddetti paletti?
Il pericolo maggiore è rappresentato dal luogo comune, dalla tentazione e dal cedimento al luogo comune. Parlo proprio di singole frasi, a volte singole parole, espressioni, modi di dire. Quando leggo un testo (e questo mi succede anche con i miei testi, specie se li rileggo dopo diversi giorni) non sopporto l'uso eccessivo degli aggettivi, il ricorso a parole "complicate" il cui significato è stato ormai sbiadito dalla pigrizia con cui sono usate. Pensa a "distopico", ad "apolide" o magari ad "abbacinante" o anche solo a "necessario" (quando si dice che un film è "necessario", non ho mai capito chi di preciso potrebbe beneficiarne): quante volte, insomma, capita di trovare simili parole in una recensione, magari scritta con stile modesto e senza particolari idee al suo interno? Ecco, mi piacerebbe fare una lista di aggettivi, di sinonimi e di frasi fatte e almeno nei miei testi evitare di farvi ricorso. Una volta avevo anche cominciato a farla, ma poi ho smesso e ho perso il file...

Beh, ottimo spunto. Credo che si possa scrivere un'intera recensione usando solo frasi fatte e parole a effetto. Appena ho un attimo provo a tirarne giù una, magari di un film che manco ho visto... Secondo me potrebbe confondersi benissimo con molte cose in giro.
Il problema di una lingua specializzata è che gli estremi spesso facilmente si toccano: i passaggi eruditi, così come quelli sciatti, nascondono sempre la pigrizia di pensiero e di sguardo. Il cinema ha una faccia soltanto, quella che si vede, ma al tempo stesso ha una profondità potenzialmente infinita. È un'arte che si permette il lusso della contraddizione, sa simulare il reale e al tempo stesso ucciderlo. Tocca a chi guarda - e di norma a chi scrive - scavare in profondità.

Dici anche: "La critica che si fa semplice spettatore, o lo spettatore che si è fatto critico, oggi parte sovente dal presupposto che a contare sia soprattutto il privilegio dell'esperienza." Questa esperienza, che sostituisce la visione. Non è un po' come dire che il materiale filmico diventa quasi secondario? E in effetti è una deriva piuttosto diffusa, parlare di sé e non del film...
Quel passaggio era riferito soprattutto a quello che succede sui social durante i festival di cinema più importanti o prima e dopo le anteprime romane e milanesi dei film più attesi. Oggi va anche molto di moda dire a tutti i tuoi amici che l'ufficio stampa di Cannes ti ha confermato l'accredito per la prossima edizione... Sono atteggiamenti un po' puerili, anche se innocui. Fanno parte delle regole non scritte del social, la condivisione di un'esperienza (cosa di per sé anche bella) per affermare non la bellezza o l'importanza di quell'esperienza, ma la bellezza e l'importanza di chi vi prende parte. In questa tendenza mi ci metto pure io, per quanto mi sforzi di starne fuori. Il problema è ovviamente il fatto che oggi la critica vive soprattutto dentro Facebook, e quindi presenta un corollario di vizi e virtù che vanno accettati a scatola chiusa. Diciamo che, volendo, è possibile grattare la superficie e trovare anche lì - anzi, soprattutto lì visto che almeno in Italia di riviste cartacee di cinema ce ne sono sempre di meno - cose belle e interessanti.

Questa cosa dei social, e Facebook in particolare, mi pare una questione piuttosto sentita. Anche con Gironi ne abbiamo discusso. La metto un po' tranchant, è se invece Facebook non fosse il luogo per la critica? Sappiamo bene del problema della velocità delle notizie attraverso i social. La critica invece non avrebbe bisogno di altri tempi e quindi di altri luoghi?
Certo c'è lo scambio di opinioni, c'è la possibilità di scambio informazioni e così via. Ma la critica è altro. O no?
O meglio, mi dici tu che lo fai di mestiere cos'è la critica cinematografica. E cosa invece secondo te passa per critica e non lo è...
Andiamo per ordine. Oggi Facebook è lo spazio per la condivisione e la comunicazione di qualsiasi cosa, per cui è normale che anche la critica cinematografica vi abbia trovato un suo spazio. Se poi a questo ci aggiungiamo la generale crisi dei giornali, la conseguente diffusione di riviste on line e quindi, da parte di queste stesse riviste, la necessità di promuovere i propri contenuti via social media, e in più, ancora, ci aggiungi che spesso discutere di cinema è come commentare le scelte di un allenatore, allora diventa inevitabile che la critica diventi soprattutto uno scambio di opinioni o una promozione di contenuti. La critica è questo? O, meglio, è solo questo? Non credo. Però è anche vero che c'è una bella differenza fra il farsi belli con gli amici dicendo a tutti che Cannes ti ha concesso l'accredito stampa e invece lavorare seriamente alla diffusione di notizie sul cinema, riprese e traduzioni di articoli in lingua straniera, proposta di confronti o anche solo di recensioni scritte con serietà e competenza. Tra l'altro, in questa babele di commenti che è diventata la società di oggi, dove ogni cosa passa per la sua condivisione "social" e dunque è veicolata attraverso una combinazione di linguaggio visivo e linguaggio scritto, io non direi proprio che la critica cinematografica sia morta, perché in realtà si dà ancora molto peso alle parole, alle opinioni, alle obiezioni. Insomma, gli strumenti li abbiamo tutti, possiamo farne un uso che cambia ma che non sparisce, e dunque tocca solo non sprecare la risorse che ancora abbiamo. Il problema è che tutto questo è difficile da quantificare, da monetizzare, e perciò sarà sempre più difficile, in futuro, fare della critica un lavoro stipendiato. O almeno credo.

Qualche giorno fa ho preso un caffè con un'amica che insegna Storia del Cinema all'università e si parlava un po' degli ultimi film usciti, di "Paterson" in particolare. Io, con la mia scarsa moderazione, avevo da ridire sul modo che ha la critica di trattare certi film. Per Paterson son partiti degli elogi e degli applausi che mi han stranito. Non tanto per il film in sé, che è anche discreto, ma per il modo di porlo subito su un piedistallo dorato, come fosse intoccabile.
L'amica annuiva e fra le righe mi lasciava intendere che ci son film per i quali ci son degli innamoramenti collettivi, che vanno al di là di tutto (ovviamente tutti noi amiamo Jarmusch no?)... Io pensavo per esempio a un film detestabile come 
"Arabian Night" e a quanto fosse stato esaltato unanimemente. E al fatto che succede spesso, questo comune sentimento su un film, un autore, una cinematografia etc etc che deve sfociare sempre in una sorta di fronte comune.
Tu non pensi che ci sia un po' quel modo di fare quadrato attorno ai film, come a volerli difendere da chissà cosa. E così facendo si perde il senso della misura.
Qui mi sento di dissentire. Non tanto per la questione che poni, che è giusta, ma per l'uso che fai del tuo giudizio sui film che citi. "Paterson" discreto, "Le mille e una nott"e addirittura detestabile. Per me, l'importanza di un film vale più del singolo giudizio che io o tu o chiunque altro possa esprimere. "Paterson" e "Le mille e una notte" sono due film importanti del cinema contemporaneo, perché sono l'uno l'affermazione di una sorta di impotenza dell'arte, della parola, del cinema stesso di fronte all'impenetrabilità del reale, alle sue strutture fuori asse e fuori controllo (pensa al palo della cassetta delle lettere, pensa allo sguardo del cane, pensa alla riprese del correlativo oggettivo, da Elliot a William Carlos Williams), e l'altro - in tutta la sua strabordante creatività non sempre sotto controllo - è in qualche modo una risposta, il tentativo di trovare attraverso il cinema nuove forme di sguardo e racconto per raccontare il reale. Tutto questo, non per difendere Jarmusch o Gomes, che si difendono benissimo da soli, ma superare la tirannia del giudizio e degli aggettivi e considerare i film come dei testi che parlano. Più che giudicarli, i film, dovremmo sforzarci di interrogarli.

Bene, provo a risponderti nel merito. Quei due aggettivi li ho messi lì un po' provocatoriamente. Rispecchiano il mio sentire, sia chiaro, ma sapevo che avrei potuto essere più morbido.
Il mio giudizio è probabile che non sposti di un millimetro la questione, e in effetti non è nemmeno un giudizio il mio. Perché come dici giustamente i film non vanno giudicati ma interrogati. E io al film di Gomes di domande ne ho fatte molte... Son le risposte che mi son mancate. Premetto però che il film l'ho visto una volta sola (e credo che per un bel po' sarà l'unica), tutto di fila al TFF. Certo godeva del cosiddetto hype (se ricordo bene dopo esser passato a Cannes) e io ero ben disposto. Eppure non dico il nulla (perché certamente il portoghese ha i numeri infatti centra alcune sequenze davvero splendide) ma forse pure peggio, cioè proprio quell'abbondanza tracotante e la "strabordante creatività" per sei ore e mezza senza volermi mai del bene, e sempre facendomi vedere quella voglia di "stupire". I fringuelli della parte finale. Che presa da sola sarebbe stata uno splendido documentario, messa lì dopo ore e ore di visione non è onesta.
Quello di Gomes credo fosse solo un trucco.
Poi ovvio, c'è talmente tanto (quantitativamente parlando) dentro "Arabian Night" che se uno è bravo con le parole può trovarci pure il capolavoro del cinema. Io invece non ho saputo scrivere una recensione, iniziata tante volte, ma conservo ancora a casa un foglietto su cui c'è scritto: se incontri Gomes per strada dagli un cazzotto in testa e digli: ‘mi devi sei ore e mezza della mia vita'.  Il cazzotto ovviamente è metaforico.
Per Jarmush capisco ben quel che dici e quelle riflessioni le ho fatte, e certo ce ne sarebbero molte altre, ma è vero pure che in un'unica visione non ho avuto quel calore emotivo che mi ha spinto oltre.
Però tornando alla domanda primordiale, non pensi che ci sia un po' quel modo di fare quadrato attorno ai film di cui dicevo, come a volerli difendere da chissà cosa? È una mia impressione o capita che si trattano i film come fossero i depositari dei nostri stessi sogni, come facessero parte anzi di noi stessi. E allora forse significa che vogliamo difendere noi stessi?

Quest'ultimo pezzo mi sembra molto interessante, e francamente credo sia una cosa inevitabile. Se la questione è puramente soggettiva, non ci vedo nulla di male nel vedere in un film una proiezione di sé stessi e poi nel farne dunque una difesa d'ufficio. Ogni spettatore è uno sguardo unico, inimitabile, e va espresso in quanto tale. Quando però la questione diventa "oggettiva", invece, le cose cambiano, perché allora si pretende che lo sguardo soggettiva di una o poche persone diventino norma, canone estetico o critico. E allora, sì, in quel caso un cineasta diventa l'espressione di un gruppo, di una élite, o anche solo di un atteggiamento da fanzine che non aggiunge nulla all'autore e al lavoro critico che si può fare sul suo cinema.
Rispetto alla tua reazione al film di Gomes, di norma, se io trovo che un regista mi sta prendendo in giro, non la butto sul piano personale, ma cerco di capire perché lo sta facendo, che idea di cinema esprime, cosa c'è dietro il suo film. Alla fine ne do un giudizio, ovviamente, ma diciamo che prima cerco di capire tutti gli elementi in campo.

Quanto mi sembra labile il confine fra soggettivo e oggettivo nel modo in cui lo scrivi! Eppure so bene che così non è.

Il nostro sguardo di cinefili ci "costringe" a essere il più oggettivi possibili ma credo che alla fine non ci sia scampo. Il fatto esperienziale, la visione in sé, è una cosa troppo forte.

Facevo già un esempio con Gironi, ma te ne faccio un altro, quanto influenza la visione la sola presenza di quelli che ci stanno intorno in sala? Il fatto che anche solo essere, ad esempio, con persone entusiaste del film ce lo fa "vedere" diversamente... E allora penso che per comprendere meglio le cose vadano viste e riviste. Ma non solo, pure discusse.
Io in genere non voglio parlare del film appena visto, voglio che passi almeno una mezz'ora, un'ora. Devo far girare le cose nella testa. Però capita durante i festival che ci si scambi a caldo delle opinioni... in quelle discussioni è incredibile come si formi e si trasformi il giudizio. Il cinema è anche quello, un'esperienza.
Comunque tornando alla scelta del linguaggio e di parole usate: molto banalmente, l'altro giorno ho rivisto Mouchette di Bresson e ho pensato... ma se ogni mese esce su un film che è un "capolavoro" e "dal più grande regista vivente" e "il migliore di tutti" e così via... di fronte a "Mouchette" di Bresson, dobbiamo rifondare il vocabolario?
Viviamo forse un tempo in cui ci si deve spingere sempre più in là. Pure nella critica.
E mi vengono in mente quelli che fanno base jump con le tute alari... e devi sempre andar più veloce e sempre più vicino alle rocce. Però, detto brutalmente, lì interviene la selezione naturale a un certo punto, c'è un limite che non puoi superare e se lo fai lo paghi carissimo. Nella critica invece si può andare oltre, giorno dopo giorno.
Per dire, se non l'avessero già fatto, mi immaginerei la rivalutazione dei film con Alvaro Vitali.
Anche in questo caso, basta forse superare lo slogan da post su Facebook e vedere le cose con la giusta prospettiva. Hai sicuramente ragione a considerare Bresson un maestro forse inarrivabile, ma oggi, secondo me, c'è proprio per questo una tendenza opposta. Si tende, cioè, a inserire ogni nuovo film in un contesto guidato dai giganti del passato e in questo modo - anche solo per il fatto che i giganti del passato hanno il tempo dalla loro parte - si fa un confronto ingiusto. Proprio l'altro giorno una persona che conosco ha scritto - ovviamente su Facebook... - un post in cui faceva notare che alla Mostra di Venezia del 1953 la giuria decise di non assegnare il Leone d'oro, perché nessuno dei film in gara secondo loro le meritava. Sai che film c'erano in competizione quell'anno? "I racconti della luna pallida d'agosto", "Pickup on South Street" di Fuller, "I Vitelloni"... Quindi insomma, dare del capolavoro a ogni film bello che esce oggi è sicuramente eccessivo, ma la vera questione è soprattutto imparare a inquadrare i film nel loro tempo, nel momento in cui li si vede.

Bellissimo caso di sincronicità, tempo fa mi son letto un bel po' di cose proprio sulla mostra di venezia del '53! Sì, non assegnarono il Leone d'Oro. Il presidente di giuria era Montale e diedero ben sette Leoni d'Argento: "I racconti della luna pallida d'agosto" di Kenji Mizoguchi, "I vitelloni" di Federico Fellini, "Moulin Rouge" di John Huston, "Teresa Raquin" di Marcel Carné, "Sadko" di Aleksandr Ptushko e "Bora su Trieste" di Gianni Alberto Vitrotti e "Il Piccolo Fuggitivo" film capolavoro di Ray Ashley, Ruth Orkin, Morris Engel. Io ho scritto alcune righe su quest'ultimo e devo dire che il tempo ancora non gli ha reso l'onore che si merita.
Comunque, certo, ogni film ha il suo tempo ma a me stupisce che il presente sia sempre così sopravvalutato.
Mi spieghi secondo te con quale prospettiva temporale si deve guardare un film? Cioè come si inquadra il film nel suo tempo?
Un film si può e si deve inserire nel contesto in cui è nato, e al tempo stesso si può e si deve osservare dal punto di vista dell'oggi. Per vedere se ha retto nel tempo, se il suo lavoro, diciamo, politico ha ancora una forza, se è ancora in grado di proiettarsi sul tempo presente o se, invece, è solo un reperto del passato. Non è una cosa facile, e soprattutto non è una cosa immediata. Però la storia del cinema non è un monumento immobile, ma una creatura multiforme che ogni sguardo retrospettivo può ravvivare o rendere ancora interessante. Credo poi ci siano giudizi accettati storicamente e al tempo stesso opinioni che si sovrappongono a tale giudizio, senza però modificare il valore del film.

Ma non voglio nemmeno star qui a pontificare, che poi sembrano tutti stronzi. Non è certo questo il mio intento. Ma più che altro voglio capire da chi questo lavoro lo fa seriamente. Con Federico abbiamo tracciato però uno scenario abbastanza apocalittico per quanto riguarda la critica sui media cosiddetti generalisti (Tv, giornali, social), tu che cosa ne pensi di quello che ha detto il Gironi?
Come la vive uno come te, che il critico cinematografico lo fa di lavoro e che lo fa seriamente, questa situazione?
Gli spazi entro i quali lavorare sono solamente quelli specializzati, o ce ne sono altri?
Volenti o nolenti, oggi siamo tutti più o meno costretti a fare i conti con i social network, accettando l'idea che sia Facebook il luogo privilegiato per lo scambio di opinioni o l'affermazione di una posizione nell'ambiente. In realtà, conosco molte persone che fanno critica in diversi altri modi, tenendo in considerazione la relazione con il pubblico. Parlo di corsi di cinema, di cineforum, di rassegne tematiche, di programmazione festivaliera, ovviamente, di lavoro critico che usa la scrittura come momento di riflessione e la visione come confronto, messa in opera di una visione del cinema e della sua esperienza (quella vera, quella della visione). Su questo argomento, mi sento di essere ottimista.

Benissimo, un po' di ottimismo non può che far bene. Tu stesso mi pare ti muovi su più fronti. Da selezionatore al TFF (e rimando ai complimenti sentiti che ho fatto a Gironi anche a te ovviamente, per il lavoro straordinario che fate), alle cose che scrivi per Cineforum e altre riviste o webzine e i libri. Cito il tuo ultimo: "Paul Thomas Anderson, frammenti di un discorso americano" con la prefazione di Emanuela Martini. Mi sembra di capire che il lavoro di critica deve ampliarsi in modi diversi.
Gli approcci sono differenti ma il fine ultimo credo sia lo stesso. No?
Federico Gironi in un passaggio dice: "Oggi il critico già lotta per avere quel poco spazio che ha [...]", considerando quello che abbiamo appena detto, secondo te lo spazio è effettivamente così ristretto per chi fa il vostro mestiere? Oppure il buon Gironi è molto pessimista?
Oggi il critico ha poco spazio per fare quello che in teoria dovrebbe e vorrebbe fare, e cioè scrivere di cinema. Però ci sono diverse altre cose che si possono fare (lezioni di cinema, cineforum, corsi...) che possono diventare anche più interessanti (perché mettono in diretta relazione con il processo di costruzione materiale del discorso per immagini - penso al video-saggio) e per le quali c'è molta richiesta. Io vedo difficile trovare gli spazi, trovare i finanziamenti per questo tipo di attività, a meno di non imbarcarsi in un lungo - bellissimo ma faticoso - lavoro sul campo.

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