Storie vere e strade ritrovate: incontro con David Lynch | Speciale | Ondacinema

Storie vere e strade ritrovate: incontro con David Lynch

Storie vere e strade ritrovate: incontro con David Lynch

di Giuseppe Gangi

ROMA XII - Accolto come una rockstar, David Lynch è stato protagonista di un lungo "incontro ravvicinato" col pubblico del festival capitolino che si è concluso con il Premio alla Carriera per il maestro americano

incontro_lynch_redcarpetAlla notizia che David Lynch sarebbe stato ospite della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, una certa frenesia ha iniziato a serpeggiare tra i fan di vecchia e nuova data del regista di Missoula. D'altra parte era fine giugno e la sua ultima creatura, "Twin Peaks: Il Ritorno", si stava rivelando quale fenomeno audiovisivo più memorabile dell'anno 2017. Passano i mesi, la febbre sale e, aperte le prevendite, i biglietti per l'evento vanno esauriti in meno di un'ora: più che l'incontro con un regista 71enne, sembra l'attesa che solitamente si riserva al concerto di una rockstar. Ma per gli iniziati alla sua immagine, David Lynch è anche questo. Ed ecco che arriva il fatidico 4 novembre, la folla delle grandi occasioni sta alle transenne aspettando l'arrivo della macchina da cui scenderà il canuto ciuffo del celebre autore, il quale si fermerà gentilmente a firmare qualche autografo. Nel frattempo, la Sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica, storica sede della Festa del Cinema di Roma, è gremita ed esplode in un lungo applauso non appena Lynch entra accompagnato dal direttore artistico Antonio Monda, che fungerà anche da moderatore dell'incontro insieme a Richard Peña (docente della Columbia University e precedente direttore del Lincoln Center). 

"Incontri ravvicinati" è il nuovo nome che nasconde il format ormai ampiamente codificato della masterclass che è stata, fin dai primi anni, il vero fiore all'occhiello della manifestazione capitolina. Tra i nomi più celebri che Roma ha ospitato spiccano l'ormai storica masterclass "invisibile" di Terrence Malick, quella di Michael Mann e del compianto Jonathan Demme; e in quest'ultima annata ricca di nomi, si sono visti succedersi personalità di tutto rispetto come Xavier Dolan, Nanni Moretti e, appunto, Lynch. L'autore, come da copione, si vede sfilare alcune sequenze tratte dai suoi film e, di volta in volta, è chiamato a rispondere alle domande dei moderatori: la selezione prevede "Eraserhead", "Velluto Blu", "Strade perdute", "Mulholland Drive" e "INLAND EMPIRE". Esaurita questa prima parte vengono proiettate due opere di artisti amati da Lynch: si tratta di "Seated Figure" di Francis Bacon (1961) e la scultura "The Illegal Operation" di Edward Kienholz (1962); infine, tre sequenze scelte dall'autore tratte da pellicole a lui particolarmente care: "Lolita" di Stanley Kubrick (il "ping pong romano" tra Quilty e Humbert), "Viale del tramonto" di Billy Wilder (Norma Desmond riguarda se stessa in "Queen Kelly"), "8 ½" di Federico Fellini (il prologo onirico). Non si tocca l'argomento "Twin Peaks" e, forse, la chiave generalista scelta da Monda era perfettibile: chi conosceva a memoria le formule, le perifrasi, le metafore care a Lynch le ha tutte risentite in diretta, da una persona in carne e ossa che, esattamente come abbiamo sempre immaginato, vive di immagini, sogni, incubi e che fatica a verbalizzare concetti. Più di una volta si ferma a riflettere sulle risposte da dare, rimanendo in silenzio a soppesare le parole: sorprende l'immagine del puzzle, come un progetto già completo da un'altra parte di cui l'autore deve riuscire a mettere insieme i pezzi; commuove l'aneddoto riguardante Federico Fellini; e, quando può, non disdegna la risposta secca e ironica, protetto da quell'inattaccabile aria gentile sorniona. Questa è la cronaca (quasi) completa della conversazione alla quale abbiamo avuto la fortuna di assistere insieme a circa mille e duecento persone che, frementi, a stento trattenevano gli applausi a ogni giro di risposta.


RP: Puoi raccontarci come tutto è iniziato? (...) Nel momento in cui hai cominciato a studiare arte, avevi già sviluppato un interesse nei confronti del cinema?

incontroravvicinato_lynch_1No, non ero un appassionato e non ero un frequentatore delle sale. La mia fonte di ispirazione è stata la città di Filadelfia, che amo per tutti i motivi sbagliati: perché è sporca, corrotta, violenta, sempre in preda al terrore... E amavo, oltre alla follia della città, la sua architettura: questi colori intensi, questi interni dai colori improbabili, verdi, queste proporzioni strane, questi mattoni coperti di fuliggine. E l'ambiente, caratterizzato dalla presenza delle fabbriche, luoghi ai quali mi sono appassionato grazie a Filadelfia, è il mondo che troviamo in "Eraserhead".  

AM:  Mi hai raccontato che Dino De Lauretiis ti ha insegnato a cucinare i rigatoni, che è sicuramente una cosa importante, ma è vero che su "Dune" lui ha avuto l'ultima parola, mentre tu l'hai avuta per "Velluto blu"?

Ho firmato il contratto per "Dune" sapendo che non avrei avuto il final cut. Sapevo che non era la cosa giusta da fare ma l'ho fatto lo stesso. Mentre per "Blue Velvet" avevo detto che l'avrei realizzato soltanto se avessi avuto il final cut e Dino ha poi mantenuto la promessa.

RP: Ci puoi parlare del tuo processo di scrittura? Concedi o incoraggi l'improvvisazione mentre giri?

Non parlerei di improvvisazione ma, piuttosto, di prove. Nascono delle idee, le visualizziamo su uno schermo mentale, le percepiamo con tutti i sensi, dopodiché si scrivono e, quando poi vengono lette le parole, le idee vengono restituite nella loro interezza. Le idee nascono per frammenti... io immagino come un puzzle già completo dentro un'altra stanza. Qualcuno ti lancia una tessera di questo puzzle e tu inizi a scrivere a partire da questi frammenti: gradualmente nasce la sceneggiatura e, successivamente, il film. Per questo bisogna essere sicuri che la strada che si intraprende per realizzare un film sia fedele all'idea originale e che tutti quanti i partecipanti alla realizzazione siano in sintonia con quest'idea.

RP: Tu vedi una connessione tra i tuoi film oppure pensi che sia un aspetto che notano solo i critici? E sarai coinvolto nell'opera lirica tratta da "Strade perdute"?

Posso dire che "Strade perdute", "Mulholland Drive" e "INLAND EMPIRE" sono tutti film su Los Angeles, quindi questa è una connessione... (risate e applausi da parte del pubblico, ndr). È quella produzione polacca? Non penso. Forse, no. Comunque no. 

AM: Questo ("Mulholland Drive", ndr)  è uno dei grandi film su Los Angeles, insieme a "Chinatown" e "Viale del tramonto". Cosa ti affascina di Los Angeles? Qual è il cuore di questa città che ti intriga e ti affascina?

Mi sono trasferito a Los Angeles una notte del 1970, provenendo da Filadelfia. La mattina dopo ricordo di aver fatto esperienza per la prima volta del sorgere del sole di L.A.: la luce era così meravigliosa da farmi quasi svenire. Amo quindi la sua luce, amo il fatto che non abbia confini, che non se ne vedano i limiti: questo ti dà la libertà di inseguire i tuoi sogni. E la amo perché è la casa del cinema e a volte ho come l'impressione che quest'epoca ritorni quando fiorisce il gelsomino notturno. 

RP: Hai detto che "Mulholland Drive" nasce come un progetto televisivo che poi non è andato in porto, diventando così un lungometraggio per il cinema. Che differenze ci sono tra il processo creativo per la televisione e quello per il cinema?

È esattamente la stessa cosa... (risate e applausi del pubblico, ndr)
C'è però una piccola differenza (altre risate, ndr): con la televisione via cavo hai la possibilità di realizzare una narrazione che continua mentre un film si conclude. Sappiamo che l‘immagine non ha la stessa qualità di quella cinematografica e sicuramente è inferiore il sonoro, ma i miglioramenti sono continui e c'è sempre meno differenza.

RP: Ricordo quando avemmo l'onore di proiettare "INLAND EMPIRE" al New York Film Festival e tu eri molto eccitato circa le possibilità del digitale. Quali sono le tue opinioni adesso?

Siamo tutti d'accordo che lavorare con la pellicola sia straordinariamente bello. Ma la pellicola è pesante, si sporca, si degrada, si danneggia... mentre il digitale si avvicina sempre di più alle sensazioni che dà la celluloide. Inoltre, ci sono migliaia di cose che puoi fare col digitale anche dopo aver girato: significa che col digitale si schiude un mondo meraviglioso. Sono molto soddisfatto di questi miglioramenti.

RP: Tu parli delle migliaia di cose che puoi fare col mezzo digitale: mi chiedo se questo non avvicini per te l'opera filmica alla pittura.

Assolutamente sì, perché si può manipolare l'immagine esattamente come si lavora sulla tela: questo processo apre infinite possibilità per il cinema.

incontro_lynch_fotobaconAM: Abbiamo chiesto a David Lynch di mostrarci un quadro che ama particolarmente. Perché hai scelto questo ("Seated Man" di Francis Bacon, ndr)?

Non mi pare di aver scelto proprio questo (risate del pubblico, ndr). Adoro Francis Bacon: per me è uno dei massimi artisti di tutti i tempi. Adoro il modo in cui esplora i fenomeni organici, la distorsione delle figure. La fenomenologia organica che rappresenta nelle sue serie è veramente straordinaria.

RP: Dal 2007 realizzi delle mostre, delle installazioni in importanti gallerie di tutto il mondo. Come quest'arte fa parte della tua capacità espressiva?

Alcune idee vengono per il cinema, altre per la pittura o altre cose. A volte cogli un'idea che ti entusiasma e che puoi portare sulla tela, attraverso la pittura, che per me combina azione e reazione in uno scambio continuo. E in questo periodo sono interessato a una pittura brutta e infantile.

RP: Quando prepari una mostra c'è una struttura, un filo narrativo lungo il percorso? Oppure è solo una sequenza di opere?

Mi piacerebbe dire di sì, che c'è. Sicuramente alcune opere hanno un legame poiché fanno parte della stessa unità familiare. Però, dopo un po' che esploro una forma, passo a studiare un'altra cosa perché è questa possibilità che mi interessa.

incontro_lynch_fotokienholzAM: La seconda opera è la scultura "The Illegal Operation" di Edward Kienholz. Ci puoi dire perché l'hai scelta?

Il motivo di questa scelta è perché anche Kienholz esplora in maniera straordinaria un tema che mi appassiona, quello dei fenomeni organici. Inoltre, mi piace molto la tridimensionalità: anche io quando dipingo a volte buco la tela o inserisco, aggiungo qualcosa alla superficie, perché emerga.

AM: Ho chiesto a David Lynch di scegliere tre sequenze di altrettanti film che ama. Vediamo la prima, sono tre grandi maestri del cinema. (Dopo la clip, ndr) Non mi aspettavo onestamente, tra i film di Stanley Kubrick, questa scelta. C'è un mondo letterario che sostiene che "Lolita", nonostante il talento di Kubrick, sia troppo rapito dalla presenza di Peter Sellers, che trascina il film in una direzione che Nabokov non avrebbe mai accettato.

Forse è vero. Certo che lo stesso si potrebbe dire di James Mason... Credo che questo di Kubrick sia un film straordinario sotto tutti i punti di vista. Per me è privo di difetti o di punti deboli, è bellissimo dall'inizio alla fine: amo in particolare l'ossessione del personaggio di Humbert, gli umori che evoca, i luoghi, la recitazione degli attori. Non ha importanza da dove provenga questa bellezza ma che ci sia.

AM: Il personaggio che parla al telefono (alla fine della clip di "Viale del tramonto", ndr) si chiama Gordon Cole, presente anche in "Twin Peaks". Penso che questo di Wilder sia uno dei massimi capolavori della storia del cinema, ma lo vedo diversamente rispetto a David: per me è semplicemente un film dell'orrore nel quale un uomo entra in questo castello gotico e non ne esce vivo. Perché c'è un mostro che lo uccide.  

Capisco cosa vuoi dire, ma non sono d'accordo. Per me è un film molto triste, di desideri non realizzati. Posso raccontare una storia? Billy Wilder, uno dei più grandi cineasti, lavorava alla Paramount: bene, se qualcuno percorre la Melrose per arrivare agli studi Paramount si incrociano inevitabilmente due strade: la Gordon e la Cole. Secondo me l'idea per il nome è stata ispirata da quelle strade.

AM: Cosa ami di questo film?

Billy Wilder era, tra le altre cose, straordinario per il suo senso dei luoghi, perché...guardiamo questa casa: la casa ha personalità, crea sensazioni che ci riportano all'età dell'oro del cinema. Ci riporta ancora una volta ai fenomeni organici, anche se sta crollando. La bellezza è indubbia nelle immagini di questa magione, negli arredi, nella musica e tutti questi aspetti fanno riemerge l'epoca d'oro della Hollywood degli anni Cinquanta. E tutti in questo film desiderano qualcosa in un anelito che non viene realizzato.

RP: Sebbene molti film riguardino il tema del legame tra sogno e cinema, pochi riescono a esaminarlo come "Mulholland Drive". Vorresti spiegarci che legame c'è tra sogno e cinema?

Amo i sogni. Amo la logica dei sogni, cioè quello che il cinema è in grado di esprimere... Quando noi vediamo e sentiamo qualcosa, a volte sappiamo il suo significato ma non siamo in grado di esprimerlo verbalmente. Ecco, invece, questo può essere espresso tramite il linguaggio del cinema. Ho già detto che mi piacciono sia le astrazioni, sia le cose concrete e amo le storie che hanno entrambe queste qualità. A volte hai delle sensazioni, dei pensieri che ti permettono di conoscere qualcosa ma che sono difficili da esprimere con le parole, un po' come quando cerchi di raccontare un sogno a un amico: ti ascolta ma non può avere la medesima esperienza.

AM: L'ultima sequenza è di un regista che ha trattato il mondo dei sogni come pochi ("8 ½", ndr). Federico Fellini per te?

Uno dei più grandi maestri di ogni tempo.

AM: Ti ha influenzato in qualcosa? E se sì, in cosa?

Mi ha sicuramente ispirato, amo i film di Fellini...sono delle opere d'arte.

AM
: L'hai mai incontrato?

lynch_sorrentino_premiazioneHo incontrato Federico Fellini due volte. La prima volte ero a cena con Isabella Rossellini e Marcello Mastroianni: era una cena a base di funghi, da una varietà di funghi veramente piccoli ad altri che sembravano bistecche. Durante quella cena confessai a Marcello di essere un appassionato di Fellini e il giorno dopo Mastroianni mandò la sua macchina perché aveva organizzato una giornata che ho potuto passare con Fellini a Cinecittà. All'epoca stava girando "Intervista" con il direttore della fotografia Tonino Delli Colli. Durante la pausa pranzo andammo a mangiare e c'era una cameriera con un seno enorme (lo mima con le mani, ndr)... Qualche anno più tardi giravo a Roma uno spot pubblicitario per la pasta Barilla e l'operatore era Delli Colli. Era il 1993 e Tonino mi raccontò che Federico era ricoverato in un ospedale del nord Italia e si ipotizzava di trasferirlo a Roma: gli domandai se si potesse andare a trovarlo. Così accadde che, dopo il trasferimento in un ospedale romano, lo andammo a trovare il venerdì: ricordo che era una serata molto calda, alla fine di questo corridoio c'era la stanza e la nipote disse che vedeva se poteva riceverci. Entrai in questa stanza e tra i due letti c'era Federico Fellini su una sedia a rotelle e davanti a lui era seduto un giornalista, Vincenzo (Mollica, aggiunge Monda). Tonino si mise a chiacchierare con Vincenzo mentre io mi sedetti davanti Fellini. Gli ho tenuto la mano e abbiamo parlato per mezz'ora: lui mi raccontò come quanto stesse accadendo nel mondo del cinema lo intristiva. Si ricordava quando andando a fare colazione incontrava studenti e appassionati di cinema che lo fermavano e lo salutavano; pensava che quell'entusiasmo si fosse prima trasferito dal cinema alla televisione per poi svanire. E che ora stava cambiando tutto, che era ormai dimenticato. Lasciando la stanza dissi che tutto il mondo stava aspettando il nuovo film di Federico Fellini. Anni dopo incontrai Vincenzo che mi disse che appena uscii dalla stanza, Federico gli disse "Questo è un bravo ragazzo".  Era la sera del venerdì, la domenica Fellini entrò in coma e dopo due settimane è morto. 

Esaurita la conversazione, viene invitato sul palco Paolo Sorrentino che dice: "Ho la febbre ma sarei venuto anche in barella, perché sono molto molto onorato di dare questo premio al Maestro Lynch, che ritengo ci abbia spiegato una cosa molto profonda, che l'ignoto e l'inconoscibile sono dentro di noi. E che il mito di conoscere se stessi è, appunto, un mito. I suoi film, secondo me, dicono questo". Consegnatogli il Premio alla Carriera, tutto il pubblico si alza in piedi riconoscendo al Maestro Lynch un ultimo scrosciante applauso, come alla fine di una vera performance artistica. Sipario o, per restare in tema, Silencio.


Si ringraziano per le fotografie Valentino Mustone e Maria Parra.
Storie vere e strade ritrovate: incontro con David Lynch