Un viaggio nella Berlinale 2015 | Speciale | Ondacinema

Un viaggio nella Berlinale 2015

Un viaggio nella Berlinale 2015

di Claudio Casazza

Si è appena concluso il 65° Festival del Cinema di Berlino con l'assegnazione dell'Orso d'Oro a "Taxi" del regista iraniano Jafar Panahi. Tra curiosità e conferme, tra sezioni collaterali e concorso vi offriamo un possibile percorso del cinema contemporaneo visto alla Berlinale 2015

Sia meteorologicamente che cinematograficamente sono la neve e il freddo che scandiscono normalmente la Berlinale, ormai saldamente uno dei festival più importanti al mondo, e così sembra subito dal film di apertura, "Nobody Wants the Night" (voto 5/10) di Isabel Coixet, ambientato tra i ghiacci nordici. Ed è proprio il gelo l'unica accoglienza che stampa e pubblico hanno potuto riservare al film. Ma subito si cambia registro poiché ci ritroviamo davanti una calda Berlino, addirittura rovente rispetto agli anni scorsi: per il clima meno rigido e soprattutto per lo splendido deserto di "Queen of the Desert" (voto 7/10) di Werner Herzog che riconcilia col cinema classico delle esplosioni amorose. La Kidman herzoghiana è l'apripista di una serie di film dove la pulsione amorosa, o la ricerca di essa, è sempre presente. La differenza è che la coppia ormai non è più uomo-donna... infatti la serie di film a tema omosessuale in questa smisurata Berlinale è andata oltre ogni aspettativa.

Tanto per dare qualche numero si poteva scegliere tra circa 400 film in 11 giorni dei quali 17 film del concorso, 51 in Panorama, un altro centinaio tra Forum e Generation, un omaggio a Wim Wenders (anche Orso d'oro alla carriera), una retrospettiva sul technicolor, altri eventi speciali e pure una decina di anteprime di serie tv. E tutto questo senza contare il mercato che offriva screening per i distributori più avveduti. Perciò quella che segue è un'analisi parziale dei film visti.

Iniziamo dai film del concorso con l'Orso d'oro a "Taxi" (voto 8/10) di Jafar Panahi. Ancora una volta il grandissimo regista iraniano utilizza un espediente diverso per aggirare la sua condizione di autore emarginato dal regime: questa volta s'improvvisa taxista e, accogliendo tra i passeggeri amici e parenti, fa un film di rivincita contro le avversità produttive, inventa un set mobile che assume ancora più significato vista la sua situazione di imprigionato.

L'Orso d'argento è andato a "El club" (voto 9/10), una vera folgorazione. Pablo Larrain è il miglior giovane regista contemporaneo o è in generale il miglior regista contemporaneo? Questa è l'unica domanda che ci si dovrebbe porre dopo la visione di questo film ancora una volta formalmente diverso dai precedenti: in un paesino plumbeo della costa cilena narra una storia tragica di preti pedofili tra redenzione, sacrificio e salvezza. Finale da urlo e fotografia da strapparsi i capelli. È inspiegabile come Larrain non abbia ancora vinto un festival importante.

"Under Electric Clouds" (voto 9/10) di Alexej German è l'altro capolavoro della Berlinale, ingiustamente premiato solo per la fotografia. È film memorabile nel raccontare la Russia d'oggi con sei episodi tra immigrazione, mafia, abusi di potere, corruzione e degrado. Ma al di là del racconto German jr insegna il piano sequenza andando al di là dell'immaginazione. Sublime, tra il Federico Fellini e l'Andreij Tarkovski dei tempi d'oro, e denso di Storia e di Presente, di tradizione intellettuale e di merda contemporanea. Un film enorme che già da ora dovrebbe essere preso ad esempio.

"Aferim!" (voto 6/10) di Radu Jude vince il premio per la migliore regia e merita qualche parola: è un film progetto che unisce produttivamente Romania Bulgaria e Repubblica Ceca. Un notabile rumeno nell' 800 dà la caccia a uno schiavo gitano. È film ambizioso e inizialmente colpisce per una splendida fotografia in bianco e nero  e per le lunghe inquadrature spesso immobili. Alla lunga però il film, che dovrebbe raccontare di potere/ giustizia, razzismo/schiavismo, si riduce a una storia di letto che lascia qualche dubbio.

Un premio minore lo vince anche "Ixcanul" (voto 5,5/10) di Jayro Bustamante, film guatamelteco che sembrava interessante grazie all'ambientazione straordinaria alle pendici di un vulcano. La storia (una ragazza e matrimonio combinato) però diventa subito banale ed evita di interessare il pubblico con la tragedia e sfugge via senza lasciare traccia. È film prodotto e fin troppo sviluppato dai benpensanti francesi, e si vede.

 

Tra i film non premiati c'è "Queen of the Desert" di Herzog: un melodramma sontuoso che non tutti hanno apprezzato,  ma che invece conferma il regista tedesco come uno dei più grandi autori viventi: i suoi tocchi geniali sono sempre presenti soprattutto in certi dialoghi (quello sulla "no cry zone" è sublime) e nel modo unico di inquadrare gli animali. Trascurabili gli altri film tedeschi, soprattutto il pessimo "As We Were Dreaming" di Andreas Dresen. Ignorato anche "Vergine giurata", l'opera prima di Laura Bispuri, che era la carta italiana ed è stato apprezzato dalla stampa internazionale ma non ha lasciato segni indelebili.

"Gone With The Bullets" (voto 7/10) di Jian Wen merita un discorso a parte: è pura follia, divertentissimo e totalmente fuori testa, tra musical, avventura, noir, melodramma, metacinema, rock, pezzi d'opera in playback. Cinema unico e popolarissimo in Cina che da noi non arriva quasi mai. Credo sia molto giusto che tale cinema sia in concorso e che venga sdoganato. Lascio per ultimo, e non è una scelta casuale, l'insostenibile "Eiseinstein in Guanajuato" (voto 4/10). Peter Greenaway riesce a distruggere Eisenstein inserendolo in un ridicolo e manieristico bozzetto messicano in cui il grande regista russo, come fosse un ridicolo bigino, filosofeggia su cinema e intellettuali di inizio Novecento prima di essere 'sverginato' scoprendo così la sua omosessualità e, con questa , che la Rivoluzione Sovietica era una farsa. Non si capisce il nesso... Bandiere anali, split screen a caso, carrelli che neanche al supermercato e vertiginosi passaggi dal colore al bianco e nero completano un'operazione fastidiosa.

I ritratti d'artista sono stati un piacevole leitmotiv del festival. Al contrario di Greenaway in Panorama Dok (sezione che come spesso riserva sorprese) erano presenti  "Jia Zhang-Ke: a guy from Fenyang"  e "Fassbinder- love without demands", due splendidi ritratti d'artista in cui scopriamo come il cinema non è operazione narcisistica ma proviene dalla vita vera e dalle proprie origini. Sia Fassbinder,  in una lunga e sofferta intervista, che Jia, tornando sui luoghi di nascita (e set naturali dei suoi primi meravigliosi film), si raccontano e si mettono a nudo facendosi ancora più amare. In questa sezione da segnalare anche  "Censored Voices" nel quale Amos Oz tira fuori dagli armadi israeliani scheletri della Guerra dei Sei Giorni. Registrazioni censurate dal governo israeliano per quasi cinquant'anni portano alla luce massacri di arabi che l'esercito fece nei gloriosi sei giorni. Film tutto di repertorio (a tratti incredibile) sicuramente da recuperare. Sempre sull'utilizzo del materiale di repertorio è da ricordare anche il tedesco "B-Movie: Lust and Sound in West Berlin", tutto incentrato intorno agli anni della caduta del muro. Sicuramente coraggioso e importante" Daniel's World", documentario ceco sconvolgente in cui si narra la storia di un ragazzo che fa coming out sulla sua pedofilia.

Gli italiani erano rappresentati anche da "Short Skin" di Duccio Chiarini nella Sezione Generation (sezione sacrificata nell'immensa selezione): è un delicato coming of age che è stato applauditissimo, insiste un po' troppo sul trombare toscano ma presenta uno sguardo non banale. Da segnalare in Forum (altra sezione con più di cinquanta film impossibile da seguire) anche Il gesto delle mani del milanese Francesco Clerici che osserva rigorosamente l'arte del creare una statua di bronzo e porta a casa il premio Fipresci. Per ultimo, e per completare il viaggio, un film straniante e notevolissimo: "Viaggio nella dopo-storia" di Vincent Dieutre, rivisitazione e simil remake a tema omosessuale di "Viaggio in Italia" di Roberto Rossellini, geniale e spiazzante, quasi definitivo.

In conclusione un'ottima annata sia per quanto riguarda gli autori conclamati che per i nuovi nomi, sicuramente un segno di vitalità del cinema contemporaneo.

 

 

Elenco completo dei premi

 

Orso d'oro per il miglior film:

Taxi di Jafar Panahi

 

Orso d'argento Gran Premio della Giuria:

El Club di Pablo Larrain

 

Premio Alfred Bauer per l'innovazione:

Ixcanul di Jayro Bustamente

 

Orso d'argento per la miglior regia ex aequo:

Radu Jude per "Aferim"e

Malgorzata Szumowska per "Body"

 

Orso d'argento per la migliore attrice:

Charlotte Rampling per "45 Years"

 

Orso d'argento per il miglior attore:

Tom Courtenay per "45 Years"

 

Orso d'argento per la miglior sceneggiatura:

Patricio Guzman per "El boton de nacar"

 

Orso d'argento per il miglior contributo tecnico ex aequo:

Sturla Brandth Grøvlen per la fotografia di "Victoria" e

Evgeniy Privin e Sergey Mikhalchuk per la fotografia di "Under Electric Clouds"

 

Premio per la migliore opera prima:

600 MIllas di Gabriel Ripstein

 

Panorama - Premio del Pubblico, fiction:

1° Que Horas Ela Volta? di Anna Muylaert, Brasile

2° Stories of Our Lives di Jim Chuchu, Kenya

3° Härte di Rosa von Praunheim, Germania

 

Panorama - Premio del Pubblico, documentari:

1° Tell Spring Not To Come This Year di Saeed Taji Farouky, Michael McEvoy, Gran Bretagna

2° The Yes Men Are Revolting, di Laura Nix, Andy Bichlbaum, Mike Bonanno, USA

3° Iraqi Odyssey, di Samir, Svizzera

 

Premi collaterali

Premio Giuria ecumenica

"El botón de nácar" di Patricio Guzmán

 

Premio giuria Fipresci dei critici

"Taxi" di Jafar Panahi.

 

Panorama - premio ecumenico

"Ned Rifle" di Hal Hartley

"Paridan az Ertefa Kam - A Minor Leap Down" di Hamed Rajabi.

 

Forum - premio giuria ecumenica

"Histoire de Judas" di Rabah Ameur-Zaïmeche.

 

Premio Fipresci dei critici

"Il gesto delle mani" di Francesco Clerici.

 

Teddy Award per i film a tematica gay:

"Nasty Baby" del cileno Sebastián Silva.

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