Horror, la paura fa Duemila | Speciale | Ondacinema

Horror, la paura fa Duemila

Horror, la paura fa Duemila

di Alex Poltronieri

In occasione della notte di Halloween, quale occasione migliore per ripercorrere il genere cinematografico del terrore attraverso le vicissitudini dell'ultimo decennio? Un periodo all'insegna della schizofrenia, tra remake, reboot, assassini invisibili, violenze sadiste e riflessioni sull'era digitale

"Scream 4", uscito in sala solo qualche mese fa, ha ben sintetizzato il cinema horror del decennio appena trascorso, schizofrenico e autoreferenziale, frustrante, incapace di rapportarsi ad un target di riferimento come accadeva in passato. Wes Craven, proprio lui, che aveva inaugurato il nuovo millennio con il terzo capitolo della saga metacinematografica sul serial dalla maschera bianca, incorrendo nel rischio di rispettare le "regole" che avevano deriso i film precedenti, chiude idealmente e coerentemente un ciclo di opere orrorifiche e sanguinolente in cui è difficile trovare dei punti chiave da analizzare. Cerchiamo di racapezzarci nel marasma e nel caos della produzione horror degli anni 2000, cercando di individuarne alcune linee guida.

I nuovi autori. Difficile entrare tra "i più grandi" se si girano film horror. Da sempre ritenuto un genere di livello inferiore, l'horror continua ad essere reputato di grado inferiore rispetto al cinema "degli adulti". Eppure, i percorsi di Peter Jackson e Sam Raimi dimostrano che è possibile "maturare", occuparsi anche di soggetti più classici, e a volte, essere premiati con un Oscar. D'altro canto nell'ultimo decennio sono ben poche le figure di spessore che hanno tentato di andare al di là dei paletti imposti del genere. Alcuni però si sono imposti per il loro sguardo singolare e inedito, che li ha imposti tra i più interessanti giovani autori dell'horror contemporaneo. L'inglese Neil Marshall, con "Dog Soldiers", "Doomsday" e soprattutto "The Descent", ha mostrato di avere le carte in regola per diventare l'unico degno depositario dell'horror urbano e militante alla John Carpenter. Il cinema di Marshall (che include anche il violento peplum "Centurion", sorta di rivisitazione de "I guerrieri della palude silenziosa" di Walter Hill), recupera atmosfere e personaggi del cinema di genere anni ottanta, mescolando con piglio postmoderno i generi più disparati ("Dog Soldiers" combina war movie con licantropia, "Doomsday" passa dall'apologo futurista-nichilista à la "1997: Fuga da New York" a momenti che richiamano John Boorman e il George Miller di "Mad Max"), non scordando mai di irrobustire il tutto con un sana dose di ironia. Il contrario di quello che fa Robert Rodriguez, che con pellicole come "Planet Terror" (o "Machete") è convinto che basti la piatta riproposizione filologica di certi topoi del cinema di genere (la pellicola "rovinata", gli attori volutamente trash, la violenza gratuita) per creare un mito. Operazione riuscita, probabilmente, visto il successo riscosso presso certi cinefili, e la schiera di epigoni e imitatori che gli fanno il verso (vedi il recentissimo, e discutibile, "Hobo with a Shotgun").

Un discorso a parte merita l'ascesa dell'ex rocker Rob Zombie, anche lui abile nel mettere in scena un immaginario orrorifico del passato, ma in questo caso degli anni '70. Se "La casa dei 1,000 corpi" è il vero remake di "Non aprite quella porta", con le sue atmosfere realmente putride e senza speranza, il sequel "La casa del diavolo" alza il tiro, diventando una metafora della stupidità a stelle e strisce, ed elevando la famiglia di psicopatici protagonista al rango di Mito (contrapponendola allo squallore della giustizia). Un horror diverso da qualsiasi altra cosa uscita negli ultimi anni, folle e pieno di bizzarrie cinefile, con richiami a Peckinpah e Monte Hellmann. Un percorso autoriale solo parzialmente frenato dalla scelta di dirigere il remake del classico "Halloween" di John Carpenter: se il primo film dopo un promettente avvio si perde in lungaggini e in un'eccessiva fedeltà al prototipo, il sequel è degno del suo regista, tra accelerazioni splatter impensabili, personaggi realmente sgradevoli e un plot che è palesemente una scusa per mettere in scena situazioni oniriche e macabre.

Guillermo Del Toro, messicano, dopo essersi fatto le ossa con un horror sulla mutazione dalle parti del primo Cronenberg ("Mimic") e aver impreziosito con il suo tocco il primo sequel sulle avventure del vampiro "Blade" (migliore dell'originale sotto ogni aspetto), si fa notare con una coppia di horror sui generis, ambientati nella Spagna della guerra civile, ovvero "La spina del diavolo" e "Il labirinto del fauno". Regista dotato di un talento immaginifico fuori dal comune, un vero artigiano della settima arte che ama affidarsi ancora ai vecchi trucchi animatronici piuttosto che alle magie dell'era digitale, Del Toro possiede la rara capacità di fondere armoniosamente elementi fantastici e allegorie politiche. I suoi "horror" hanno la capacità di spaventare e commuovere allo stesso momento.

La vecchia guardia. Relitti della passata decade, dimenticati dal pubblico e ormai ignorati dalle Major. I maestri dell'horror del passato non riescono a trovare posto nella Hollywood contemporanea, e c'è chi come John Carpenter preferisce godersi il basket in tv lasciando che l'industria saccheggi la sua opera in dimenticabili remake. C'è ancora chi fa sentire la sua voce però. George A. Romero realizza, con una ristrettezza di mezzi impressionante, una nuova trilogia degli zombi, inaugurata nel 2005 da "La terra dei morti viventi" e proseguita poi con "Diary of the Dead" (2007) e "Survival of the Dead" (2009). Se il primo chiude il discorso iniziato ne "Il giorno degli Zombi" (1985) immaginando un futuro apocalittico e in cui solo i potenti godono di diritti e privilegi, i capitoli successivi della saga zombesca fanno ripartire la vicenda dalle origini. "Diary of the Dead" è un horror teorico e aperto a svariate interpretazioni, che si interroga sul ruolo dei media e della tecnologia negli Usa post 11 settembre, mentre "Survival of the dead" (meno a fuoco dei film precedenti, va detto) ipotizza una possibile convivenza tra umani e infettati riflettendo sull'insensatezza di ogni conflitto bellico. Romero rimane un vero outsider della cinematografia statunitense, un vecchio saggio, cinico e disilluso che attraverso i suoi mostri si interroga sulle storture della nostra cultura.

Se il ciclo televisivo "Masters of Horror" è una bella vetrina per tanti autori del passato, bisogna attendere il 2011 per rivedere sul grande schermo un film di John Carpenter ("The Ward"), anche se il risultato per quanto professionale e sottilmente inquietante, è un po' timido e privo delle sorprese dei suoi classici del passato. Decisamente meglio il ritorno di Joe Dante con "The Hole 3D", passato inosservato all'edizione 2009 della Mostra del cinema di Venezia, è uno dei film più riusciti del papà dei "Gremlins" e uno degli horror più originali dei 2000: nostalgico e pauroso senza mostrare una sola goccia di sangue, impartisce un'importante lezione morale, i veri mostri sono nascosti dentro di noi. E come in tanti altri film del regista, il mondo dei piccoli si dimostrerà più coraggioso e consapevole di quello degli adulti violenti e cinici.

Sam Raimi è forse l'unico autore del cinema horror degli anni ottanta, ad essersi affermato anche presso le grandi platee. Un percorso culminato nella riuscita trilogia di cinecomics "Spider-Man", ma costellato da varie tappe attraverso i più differenti generi "classici": dal noir di "Soldi sporchi" al melodramma di "Gioco d'amore". Il suo ritorno all'horror nel 2009, con "Drag Me to Hell", è una felice parentesi che ha dimostrato che il regista del Michigan non ha perso lo smalto dei tempi passati. Horror "politico" e attualissimo in cui le banche rifiutano un prestito ad una vecchietta meritandosi un tremendo maleficio, calibra alla perfezione risate e spaventi suscitando un'immediata nostalgia nei confronti del cinema del passato, ma incorrendo anche nel rischio maniera.

Dopo la seminale trilogia di "Scream", Wes Craven incorre in una preoccupante impasse, dirigendo una serie di pellicole tutt'altro che memorabili ("Cursed" tentativo di applicare la formula "Scream" al filone lupi mannari, il thriller televisivo "Red Eye", l'imbarazzante horror paranormale sullo sdoppiamento d'identità di "My Soul To Take"), sino al recente "Scream 4" in cui ritrova l'arguto sceneggiatore deus ex machina della serie Kevin Williamson, e confermando il suo talento altalenante da onesto mestierante della Hollywood bene. Il 2011 ha visto anche il ritorno del grande John Landis, altro illustre escluso dal panorama della Hollywood odierna, che con "Burke & Hare - Ladri di cadaveri", non a caso realizzato in Inghilterra, ha confezionato un cattivissimo horror travestito da commedia (o forse l'inverso). Se di altri è meglio non parlare affatto (Dario Argento, sempre più in basso, tra pellicole come "Giallo", "Il cartaio" o "La terza madre" che sono solo una pallida fotocopia dei suoi capolavori del passato), alcuni nomi sono invece quasi totalmente scomparsi dalle scene (Brian Yuzna, Tom Holland, Tobe Hopper), o si dedicano ad altro (come Stuart Gordon con "Edmond" o Cronenberg) o continuano a replicare senza originalità i loro lavori più riusciti (come il Tsukamoto del terzo "Tetsuo").


Remake, sequel, reboot. Il numero di sequel, remake e reboot realizzati nell'ultima decade (e tanti altri stanno per arrivare) rasenta l'incredibile ed è un indicatore, piuttosto inquietante, delle cattive acque in cui naviga l'industria cinematografica attuale. Vuoto pneumatico di idee: ormai si ricicla qualsiasi cosa. Si è partiti dai classici di genere ("Non aprite quella porta", "Halloween", "Nightmare", "Venerdì 13", "L'alba dei morti viventi" ecc.) per arrivare a pellicole di fama decisamente inferiore (e che, difatti, si sono tradotti in sonori flop anche ai nostri giorni) come "Fright Night - Ammazzavampiri" o "La città verrà distrutta all'alba" e "San Valentino di Sangue". Poco importa se alcuni di questi titoli si confermano buoni prodotti di genere, o se qualche pellicola riesce ad aggiornare con audacia il prototipo. Nessuno di questi film è riuscito a riproporre il disagio e l'inquietudine delle pellicole originali.
 
E anche i registi più promettenti del nuovo cinema horror hanno finito per essere inglobati all'interno del meccanismo produttivo delle major, livellati alla pari di tanti autori anonimi. Nomi interessanti come i francesi Alexander Aja, Moreau & Palud, Xavier Gens, presto normalizzati da Hollywood, e messi al timone di pellicole impersonali in cui solo occasionalmente appare il guizzo creativo degli esordi (basti pensare al solo Aja, che ormai dirige solo remake di vecchi horror, l'ultimo in ordine di tempo è "Piranha 3D"). E anche il cinema di genere europeo e asiatico non è fuori pericolo: vi è totale sfiducia nei confronti del pubblico, e appare ormai chiaro che l'unico modo per far conoscere una pellicola straniera alle platee occidentali sia realizzarne un'instant remake in lingua anglosassone. "Ringu" di Nakata è rifatto da Gore Verbinski in "The Ring" (a cui seguirà pure un deludentissimo sequel diretto proprio da Nakata); l'ottimo "Dark Water" sempre di Nakata è malamente riproposto da Walter Salles, ma anche il minore "Ju On" di Takashi Shimizu sarà al centro di un remake americano ("The Grudge") di enorme successo, diretto dalo stesso Shimizu. L'horror vampiresco svedese "Lasciami entrare" viene riproposto a tempo record in un fedele e ambiguo remake americano diretto da Matt Reeves ("Let Me In - Blood Story"), e anche il thriller metafisico di Alejandro Amènabar "Apri gli occhi" non sfugge al massacro, con l'insipido "Vanilla Sky" di Cameron Crowe.

La lista potrebbe continuare a lungo, ma ci sembra inutile soffermarci ulteriormente su questi titoli, in cui il minimo comune denominatore è solo quello di battere cassa e appellarsi ad un pubblico senza memoria. Diciamo solo che a tutto ciò preferiamo operazioni volutamente trash e nostalgiche come il crossover "Freddy Vs. Jason", in cui i due cattivoni per eccellenza dello slasher anni ottanta, se le suonano di santa ragione.

Nuovi franchise. Ogni epoca ha i babau che si merita. Quali sono quelli della nostra? Difficile incasellare il male con un etichetta o dietro una maschera come si era fatto con i vari Michael Myers, Freddy Krueger e Hannibal Lecter. I mostri dei duemila hanno fattezza sfumate e indefinite. E forse proprio per questo piacciono e terrorizzano, tanto da essere riproposti in molteplici pellicole. Si parte dalla serie "Final Destination" (è appena uscito il quinto episodio, e non sarà l'ultimo) in cui il serial killer è la Morte stessa. La Mietitrice invisibile e letale si presta ad ogni film ad un gioco al massacro meccanico e prevedibile come la struttura narrativa di un videogame. Ogni episodio della serie potrebbe essere il remake del precedente, a contare sono solo le sequenze di morte, sempre più elaborate e pirotecniche (dal disastro aereo al carrello delle montagne russe impazzito...) e i protagonisti sono pupazzi di carne privi di interesse o spessore mandati allegramente a morire. Forse una metafora del vuoto e dell'insensatezza dei nostri giorni?

L'altro grande franchise dei duemila è quello della serie "Saw - L'enigmista" (sette episodi in sette anni), cicli di brutali horror a budget ridotto e dagli incassi stupefacenti. Qui sono le vittime a massacrarsi con le proprie mani, intrappolate nei diabolici congegni creati da Jigsaw, psicopatico malato terminale, e moralista, che "punisce" solo chi lo merita davvero. Una sorta di versione greve e superficiale di "Seven", convincente solo nei primi episodi, con la loro violenza esasperata, il finale astutamente architettato, le trappole sempre più fantasiose. A partire dal quarto episodio l'enigmista non compare più, se non in qualche flashback, e inizia la catena di inganni, doppi giochi e colpi di scena più noiosa e assurda dell'intera storia del cinema. E anche la violenza, messa in scena in maniera parossistica e irrealistica, non riesce più a scuotere lo spettatore. Anche per questo gli incassi sono andati gradualmente in calando.

Mockumentary. Una delle diramazioni più interessanti del horror dei duemila è quella legata al mockumentary, il falso documentario, o al presunto ritrovamento di filmati amatoriali che immortalano eventi sconvolgenti. Da un lato c'è "The Blair Witch Project", vero e proprio antesignano del genere di cui stiamo parlando, esperimento interessante e forse non del tutto riuscito, ma che all'epoca fu salutato da un enorme successo popolare. Presa in giro, astuta operazione di marketing, opera teorica in grado di fiutare l'ossessione contemporanea per la ripresa in tempo reale della youtube generation, "The Blair Witch Project" forse è tutto questo insieme, o forse è solo una bislacca pellicola incappata in una fortunata sorte. Fatto sta che negli ultimi dieci anni siamo stati travolti da una serie di prodotti similari. Da "Paranormal Activity" che documenta con l'occhio freddo della macchina fissa il graduale disgregarsi una coppia di fidanzatini, ad opera di un'entità paranormale e malefica (il terzo episodio è appena uscito al cinema), all'epidemia di zombie dello spagnolo "REC" (e relativo sequel), ripresa in tempo reale da una troupe televisiva, sino al monster movie "Cloverfield", sorta di "Godzilla" in chiave realista, dove la distruzione di New York da parte di un gigantesco alieno (o così pare) è documentata da un pavido giovanotto armato di telecamera.

Più interessante il misconosciuto "Behind the Mask - Vita di un serial killer", che ironizza sull'attuale mania dei reality televisivi. Qui è un presunto serial killer ad essere al centro dell'attenzione da parte di un gruppo di ingenui filmaker. Le sue gesta, i suoi ispiratori e la strage che ha intenzione di compiere, sono riprese con l'oggettività con cui viene messo in scena un programma di cucina. Il film, per quanto fuori dai canoni del cinema di genere che tutti conosciamo, è una delle riflessioni più lucide sull'horror e sul ruolo della paura nella società contemporanea.

Francia. La Francia, perlomeno negli ultimi cinque anni, si è confermata come una delle realtà più interessanti e prolifiche nella produzione di cinema horror, e di genere in generale. Chi scrive non può dirsi grande estimatore della maggior parte delle opere che di seguito verranno menzionate, ma è indubbia la loro influenza e importanza all'interno del panorama horror attuale. Si va da "Ils - Them" del duo Xavier Palud - David Moreau, teso e claustrofobico incubo, in cui una coppia è assediata dai dei killer "invisibili" e astuti (lo stesso soggetto verrà quasi plagiato nell'americano "The Strangers"), al celebrato "Alta tensione" di Alexandre Aja, sanguinoso slasher di memoria argentiana, che incolla alla poltrona per tre quarti della sua durata prima di scadere in un finale implausibile ed effettistico, sino a torture horror dalla violenza quasi insostenibile come "Martyrs" di Pascal Laugier e "Frontière(s)" di Xavier Gens.

Se il primo ha qualche ambizione filosofica ed iconografica, il secondo è l'ennesima rivisitazione degli horror periferici e cannibalistici stile "Non aprite quella porta", solo che in questo caso a finire nei guai è una banda di rapinatori. Film che certamente hanno impressionato e influenzato il nostro Federico Zampaglione, nel suo sorprendente exploit horror con "Shadow".


Le pillole

E ora, da parte di tutta la redazione, spazio ai nostri cult. Nessuna pretesa di esaustività. Solo alcune schegge sparse che alcuni nostri redattori hanno voluto abbandonare sul percorso in ricordo dei loro, personali, horror preferiti.

Kairo di Kiyoshi Kurosawa (2001)
L'anno è il 2001, lo stesso dello speculare "Suicide club", il risultato più potente e maturo. L'apocalisse si svolge silenziosamente, come un virus che si propaga nella nuova rete umana chiamata internet, e infetta gli utenti portandoli a un cambio di prospettiva, una modificazione nella percezione della realtà. Un mondo parallelo che afferma la propria tangibilità e ci invade, confondendo i piani del reale e del virtuale: il piccolo schermo del monitor apre una nera voragine nella scena, è il fuori campo che invade il profilmico. L'apocalisse di Kurosawa Kiyoshi è quella del dissesto dello sguardo che vede i corpi annullarsi in una malinconica smaterializzazione della carne, che assiste all'epidemia d'alienazione di cui è endemicamente affetto il Giappone, punta dell'iceberg della società postmoderna: i colori si spengono, le strade sono deserte, gli uomini non comunicano. Ad accompagnarci rimarranno i fantasmi. (G.G.)

La spina del diavolo, Guillermo Del Toro (2001)
Ambientato ai tempi della seconda guerra mondiale nella Spagna travolta da una sanguinosa guerra civile "La spina del diavolo" fa i conti con la storia, rileggendola all'interno di una Ghost story che, nelle dinamiche relazionali dei suoi giovani protagonisti  riproduce le conseguenze di quello scontro fratricida. E' proprio la capacità di far convivere in maniera naturale due livelli di percezione, da una parte la minaccia di un conflitto capace di distruggere ogni cosa, dall'altra il mistero di una dimensione sconosciuta ma resa umana dall'alleanza tra i bambini ed il fantasma, ad innalzare il film su livelli di eccellenza. Giocando con variazioni cromatiche, scuro e contrastato negli interni, acceso e luminoso per gli esterni, in grado di produrre un immaginario cupo e visionario, e con la fluidità di una cinepresa capace di stravolgere le leggi della fisica con fantasia e gusto iperrealista, Del Toro realizza un'opera di grande impatto e di singolare autenticità.  (C.C.)

28 giorni dopo, Danny Boyle (2002)
Dopo 28 giorni di coma Jim (Cilian Murphy) si risveglia in una Londra popolata da orde di infetti di una versione umana della rabbia. Seguendo un segnale radio, Jim si mette in viaggio con pochi sopravvissuti. I pericoli però non faranno che aumentare. Il genere zombie ha una forte connotazione politica e Boyle rilancia: gli scontri con gli infetti sono simili ai riot urbani visti nell'ultimo decennio. Il film fa paura e inquieta grazie alla colonna sonora lisergica e all'uso straniante del digitale e del montaggio spezzato. Il crescendo finale non si dimentica. (A.M.)

L'alba dei morti dementi, Edgar Wright (2004)
Nei concitati anni del nuovo millennio quando una continua risemantizzazione dei generi porta alla nascita di nuove exploitation che si solidificano rapidamente e rapidamente si riversano nel tritacarne dell'immaginario cinematografico, nel gioco di questo vortice spietato viene alla luce "L'alba dei morti dementi", pellicola destinata a lasciare il segno per la capacità di far esplodere dall'interno tutti i canoni di cui si serve per mettere in piedi uno zombie movie perfetto, esilarante ed intelligente. Edgar Wright dietro la cinepresa e Simon Pegg davanti vanno a braccetto come la commedia e l'horror in questa pellicola impregnata d'un orrore che conflagra in sonore risate. Pura tensione e pura ilarità in un capolavoro moderno. (S.P.) 

Slither, James Gunn (2006)
Romero, Carpenter, Craven, Gordon, Yuzna. Più gli estremi trash della Troma, la casa cinematografica che produceva film a basso costo a base di una miscela di sangue, sesso e demenzialità. Questo è "Slither" di James Gunn, la più sentita opera del terrore degli anni Duemila uscita in omaggio a tutto un secolo di cambiamenti del panorama del genere. L'horror si palesa per quello che non può evitare di essere: la metafora della società, il genere cinematografico più politico. Attraverso un'operazione completamente "di pancia" Gunn fonde l'impegno all'irriverenza della commedia in questo ricalco del cinema di serie B ambientato nella provincia americana. Indimenticabile. (G.U.)

À l'Intérieur, Alexandre Bustillo, Julien Maury (2007)
Se dovessimo scegliere un termine che sintetizzi allo stremo la corrente horror francese esplosa in quest'ultimo decennio non avremmo certo alcun dubbio a parlare di "rivoluzione". La nouvelle vague del terrore ha effettivamente sovvertito i canoni del genere puntando forte sull'ostentazione di un cinema crudo, granguignolesco, eccessivamente malato. "À l'Intérieur" rappresenta forse la vetta di questa degenerazione umana: il sangue è copioso e scorre a fiumi in puro stile gore, l'intreccio è costruito con geniali metafore e dicotomie (l'interno/esterno in riferimento all'archetipo della casa ma soprattutto a quello del parto) e remoti rimandi politici (la rivolta degli immigrati nella banlieue, che siano loro le vere minacce dall'esterno, mascherate dalla pazzia di una favolosa Beatrice Dalle?). Il cinema francese partorisce con il film della coppia Bustillo-Maury un nuovo modo di concepire il film horror, esperienza atta a sconvolgere letteralmente lo spettatore, immobilizzarlo e infine attanagliarlo in un profondo vortice di paura. (M.D.S.)

The Mist di Frank Darabont (2007)
Un horror apocalittico dal respiro "classico" (nel soggetto da b-movie, nella durata distesa, nello sviluppo delle caratterizzazioni) diretta dall'unico regista (assieme a Rob Reiner) che ha capito come trasportare le pagine di Stephen King sul grande schermo. Estraneo ad ogni moda o tendenza imperante, sa essere inquietante ed attuale tessendo un esplicita metafora delle paranoie degli Usa post World Trade Center. Iconograficamente raffinato (le creature sono ispirate ai disegni del Mike Mignola di "Hellboy"), è un incubo degno di Poe ricco di riferimenti al cinema di genere del passato (dal Romero de "La notte dei morti viventi" e "Zombi", a "Gli uccelli" di Hitchcock) che non cede nemmeno nel finale, beffardo e disperato. (A.P.)

Planet terror, Robert Rodriguez (2007)
Prima metà dell'esperimento "Grindhouse" in collaborazione con Tarantino, "Planet terror" è un'insalatona splatter di abbondanti rimembranze, citazioni, omaggi (spesso dal tono sarcastico) ai film d'exploitation anni 70/80 tanto apprezzati da Rodriguez. Riprendendo il tema degli pseudo zombie (pseudo in quanto non morti ma mutanti) dell'"Incubo sulla città contaminata" di Umberto Lenzi, Rodriguez imposta un film dove a prevalere sulla verosimiglianza della narrazione sono i giochetti cine e metacinematografici (pellicola graffiata, rulli mancanti), le presenze sceniche di attori trash (o appositamente "trashati", vedi il mefistofelico Josh Brolin), la saturazione della componente violenta, ma soprattutto il prepotente protagonismo della carne (pustolosa, nuda, grigliata). Tanta, tantissima carne al vento, in tutti i sensi. (G.M.)

Lasciami entrare, Tomas Alfredson, (2008)
Sembra sgorgare dalle vene marce d'una poesia di Baudelaire il sentimento che impregna "Lasciami entrare", un rivolo di sangue che si insinua nel cuore freddo di una solitudine inumana, oltremodo umana. Tra le innevate periferie, i gelidi venti e le acque ghiacciate "ti colpirò senza collera e senza odio, come un macellaio" non per ferirti e non per vederti soffrire, ma perché solo "le acque della sofferenza" placano la mia sete immonda. Nel freddo inverno del nord dove tutti gli spazi si dilatano nell'abbraccio di due solitudini nasce l'amore dolce e malato di due bambini che risplende solo lontano dalla luce. Romantico poeta del crepuscolare nord, Alfredson è il più delicato dei sadici registi dell'orrore degli anni 00. (S.P.)

Triangle di Christopher Smith (2009)
"Triangle" esplicita il riferimento mitico, quello della vana fatica di Sisifo, costretto a ripetersi per l'eternità, come chiave interpretativa. Ne cela due nel suo apparato filmico: la nave, come un Overlook Hotel senza timoniere, e la ricorsiva struttura narrativa, in realtà ad anello di Möbius, come "Lost Highways" di David Lynch. Ecco la prima triangolazione di un film in cui l'inquietudine progredisce con inarrestabile geometricità, nascondendosi sia nei coni d'ombra che nelle zone di abbagliante sovraesposizione. Smith opera affinché l'imperfetto impianto teorico del suo gioco si riveli allo spettatore, che, come la protagonista, non può esimersi dal continuare ad assistere al massacro slasher. E' l'orrore del perpetuarsi di un'irreversibile routine di dolore e di morte in un limbo che può avere i confusi contorni di un incubo o la limpida definizione della mente che si dissocia da una tremenda agnizione. Benvenuti a bordo, il viaggio è appena inizato. (G.G.)

Horror, la paura fa Duemila