Clooney, Payne - Speciale Paradiso amaro | Speciale | Ondacinema

Clooney, Payne - Speciale Paradiso amaro

Clooney, Payne - Speciale Paradiso amaro

di Silvia Di Paola

Alexander Payne svela i segreti di "Paradiso amaro" ("The Descendants"), il film con George Clooney che ha ottenuto cinque nomination agli Oscar

The Descendants/ Paradiso amaro - Il film

ROMA - Il titolo italiano sceglie la banalità e traduce "The Descendants" in "Paradiso Amaro", ma non è banale il film, né la storia, né l'attore George Clooney che così non lo abbiamo mai visto. Non sino ad oggi. Disfatto dalla vita e travolto dal caso, traballante nell'animo e nel corpo, fascino zero,  orride camicie hawaiane per tutto il film, insomma sex symbol fatto a pezzi. E non è tutto: è alle prese con due terribili figlie adolescenti, una moglie in coma e  un passato di tradimento scoperto d'un colpo. Un Clooney dolente, perdente e sbertucciato, tutto da scoprire. Anche perché il regista di questo film, dal 17 febbraio nei cinema, già vincitore di due Golden Globe e in pole position per gli Oscar, è quell'Alexander Payne, già regista del bellissimo "Sideways", che, dopo più di sei anni di assenza, torna dietro la macchina da presa con la storia di Matt King (Clooney appunto), un uomo che, di fronte al coma irreversibile in cui è piombata la moglie, dovrà tornare a svolgere il momentaneamente accantonato ruolo di padre a tempo pieno per le due figlie e ci vorranno tutti i 115 minuti del film per far capire al protagonista quali siano le scelte giuste da fare, per se stesso e per gli altri. Il tutto mentre incombono parenti e cugini, fauna familiare variegata e scomposta, ereditieri di una fetta di paradiso delle isole del Pacifico (i discendenti del titolo originale), che aspettano solo di riempirsi le tasche con i soldi della vendita delle terre.

Ma il perdente  Matt-Clooney ce la farà mentre, come in "Sideways", Payne torna "on the road" sia pure solo in parte e lavora, scava, gira intorno, zooma sulla doppiezza dei sentimenti e l'ambiguità delle emozioni e non lascia nessuna sfumatura caratteriale al caso. E Clooney ricalca i personaggi descritti da Payne in tutti i suoi film e tratteggia un uomo che ha i suoi difetti e che cerca di andare avanti in un mondo di follie, emozioni agrodolci e sorprese: non un eroe né un antieroe. Un po' come l'invidioso insegnante interpretato da Matthew Broderick in "Election" o il pessimista pensionato dal volto di Jack Nicholson in "A proposito di Schmidt" o il turista pasticcione di mezza età in viaggio fra i vigneti della California, impersonato da Paul Giamatti del pluripremiato  "Sideways". Come tutti loro, neppure King è l'uomo che vorrebbe essere. Come molti di noi. In fondo, dice Payne, "la storia è importante, con personaggi dalla spiccata personalità, ma l'elemento che lo rende diverso è la sua apertura alle varie interpretazioni: nessuno dei personaggi è completamente nel giusto o nel torto. È un film che non tutti percepiranno nello stesso modo; un film che consente allo spettatore di partecipare e con cui ognuno creerà un proprio legame personale".

The Descendants/ Paradiso amaro - Il regista

Alexander Payne e la vita quotidiana. Alexander Payne e la comicità, spesso terribile e rivelatrice, della vita. Alexander Payne e George Clooney che ha voluto privo di ogni sex appeal e ripiegato su stesso in cerca di evoluzione. Alexander Payne e il romanzo di esordio di Kaui Hart Hemmings, "The Descendants", che lo lascia folgorato "per i suoi forti contrasti e per il ritratto di un uomo che ha ricevuto una notizia devastante, circondato da persone problematiche e difficili, costretto a fare i conti con se stesso, passato, presente e futuro e con una maturità da acquisire in ritardo".
Folgorato al punto da volerlo tradurre in  film, "Paradiso amaro" appunto, dal 17 febbraio sui nostri schermi e nomination al prossimo Oscar: ''Non ci si aspetta mai di avere tante nomination agli Oscar, ma qualcosa trapela e si può intuire, soprattutto dopo aver ricevuto già dei Golden Globe. Sono felice ed emozionato dall'idea di essere in corsa con Allen e Scorsese".
Ma perché proprio questa storia? "Mi è piaciuta subito per la sua stranezza. Non mi era mai capitato di leggere la storia di un uomo che scopre il tradimento della moglie in coma. Mi ha colpito quindi questo forte aspetto emotivo e il fatto che fosse ambientata in un luogo particolarissimo come le Hawai. Una storia che forse poteva essere raccontata ovunque, ma che diventa unica proprio perché è ambientata alle Hawaii, in un ambiente particolare. È una storia fortemente radicata nel luogo in cui si svolge, ma allo stesso tempo i suoi temi sono universali. Poi è stato molto bello girare un film a Honolulu, perché è un'ambientazione diversa da quelle che si vedono solitamente al cinema, come New York, Chicago, Los Angeles, Miami, Seattle. Il tessuto sociale hawaiano è completamente diverso dal nostro. Mi piacciono i film che vengono caratterizzati dal luogo in cui si svolgono. Ho iniziato a fare film a Omaha, ho continuato a Santa Barbara e alla fine sono approdato alle Hawaii!".

Così il regista, a Roma per la presentazione del film, carico di dolore per la morte di Theo Anghelopoulos: "Kurosawa diceva spesso:spero di morire sul set, a Theo è successo davvero. Non voglio sembrare cinico sul tragico incidente, ma Theo è morto mentre faceva un film e questa è davvero una bella cosa, io l'ho incontrato una volta al Festival di Salonicco, aveva visto 'Sideways' e fu molto gentile con me, conservo di quell'incontro un bellissimo ricordo. Noi registi greci (o di origine greca) siamo così pochi e lui mi disse una cosa molto tenera: continua a fare film, un giorno magari il tuo nome sarà insieme a quelli di Cassavetes e Kazan".  
Dolore per una morte, ma anche orgoglio per le nomination agli Oscar. Al film, ma anche a Clooney, il protagonista con cui lui voleva lavorare già da tempo: "Io l'avrei voluto già per 'Sideways', ma forse non era il più adatto. Per questo personaggio, invece, George è stato la mia prima e unica scelta. In genere gli vengono affidate figure maschili disinvolte e distaccate, e invece qui deve essere tutt'altro, un uomo che sta dicendo a se stesso che è arrivato il momento di svegliarsi, di fare i conti con le proprie emozioni, di crescere. George è un attore fantastico, ha letto la sceneggiatura, gli è piaciuta molto, e ha immediatamente capito le esigenze del suo personaggi. Poi, come la maggior parte delle vere star, si è messo al servizio del film. Le star veramente grandi sanno bene che il loro successo è legato a quello del film che interpretano, e riescono anche a capire le difficoltà del regista. Dirigere una star o un mostro di bravura come Jack Nicholson (come io ho fatto con "A proposito di Schmidt" ) è un po', dice il regista, come guidare una Maserati. Basta un piccolo movimento del volante e la macchina vola verso la direzione che hai dato. Jack è capace di fare qualunque cosa, ma quando è capitato che il risultato non fosse quello che avevo in mente, gliel'ho detto e lui ha immediatamente invertito la rotta. In fondo è così che si fa un buon film, la ricetta è semplice".

Insomma Payne non ha dubbi sulla sua ricetta e, Oscar o non Oscar, sa già esattamente ciò che farà nel futuro prossimo venturo: "Non ho dubbi sul fatto che per fare un buon film servono dei bei personaggi, una bella storia, una bella colonna sonora e dei bravi attori, un po' di umorismo e un po' di tragedia. E una una lunghezza non eccessiva. Comunque vada questo film, io posso dire che, per la prima volta nella mia vita, ho già tutto preparato, due sceneggiature pronte per essere girate. Si tratta di due commedie, un road movie che racconta il viaggio in Nebraska di un padre con il figlio, e poi l'adattamento di una graphic novel ambientata a Oakland, vicino a San Francisco".
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